Due giorni di musica, performance, installazioni e incontro, pensati per abbattere barriere e far dialogare discipline diverse, animeranno il 20 e 21 settembre l’area verde del Parco Ex Paolo Pini di Milano. Nasce così Godai Fest, un’esperienza culturale totale aperta a tutta la città.
Un dialogo fra gli elementi
La manifestazione prende le mosse da una visione precisa: usare i cinque principi fuoco, terra, acqua, aria e vuoto come bussola capace di orientare un racconto collettivo, in cui ogni spettatore possa muoversi liberamente fra linguaggi differenti senza percepire confini. La scelta di accostare musica dal vivo, arti performative e installazioni visive dentro un unico paesaggio invita a considerare l’arte come strumento di relazione piuttosto che come oggetto da osservare in solitudine. Il risultato è un percorso in continuo divenire, dove il pubblico è coinvolto non soltanto come destinatario, ma come interlocutore attivo, chiamato a interrogarsi su sostenibilità, natura e antropocentrismo attraverso esperienze immerse nel verde di una periferia che diventa centro nevralgico di sperimentazione culturale.
Il viaggio elementale è orchestrato da cinque figure chiamate a delineare la propria “stanza” creativa. L’acqua è affidata al cantautore Giovanni Truppi, la terra al rapper e autore Rancore, il fuoco all’attrice e regista Isabella Ragonese, l’aria alla musicista elettronica Daniela Pes e il vuoto all’attore e performer Filippo Timi. Ognuno di loro ha convocato artisti affini per sensibilità e visione, costruendo spazi in cui le discipline scivolano l’una nell’altra: un concerto può trasformarsi in reading, una scultura farsi scenografia, una performance diventare dibattito. È in questo scarto fra i generi, nel rifiuto di etichette precostituite, che germoglia l’identità più profonda del Godai Fest.
Curatele performative: acqua, terra, fuoco, aria, vuoto
Per l’elemento acqua Giovanni Truppi costruisce una trama fluida in cui parole e suoni si intrecciano a gesti scenici, rievocando la capacità del mare di contenere opposti e di restituirli trasformati. La terra di Rancore diventa invece terreno di parole radicate, rap affilato che si confronta con ritmi tribali e con la fisicità di coreografie dal vivo, generando una liturgia collettiva sul valore delle origini. Isabella Ragonese, custode del fuoco, convoca attrici, danzatori e musicisti per un rito in cui la fiamma è desiderio, rischio e spazio di purificazione che passa dall’urlo rock alla poesia sussurrata. L’aria curata da Daniela Pes si manifesta in battiti elettronici, voci stratificate e movimenti che suggeriscono impalpabilità, mentre il vuoto di Filippo Timi scardina la logica narrativa tradizionale, invitando a contemplare l’assenza come luogo fertile di possibilità.
Ciò che accomuna le cinque curatele è la volontà di gestire il tempo scenico come materia viva. Gli orari si dilatano, le scalette si piegano alle improvvisazioni, il pubblico viene spesso spinto ad attraversare i confini invisibili fra palco e platea. L’obiettivo è far emergere l’idea che ogni elemento custodisca un insegnamento contemporaneo: l’acqua rappresenta l’adattabilità, la terra la memoria, il fuoco la trasformazione, l’aria la leggerezza e il vuoto l’ascolto di ciò che ancora non c’è. In questo ordito narrativo, le singole esibizioni smettono di essere tasselli isolati e diventano capitoli di un discorso più ampio, capace di tenere insieme estetica e riflessione etica.
Visioni in movimento: le arti visive
La sezione dedicata alle installazioni conferma la natura multidisciplinare del festival, proponendo interventi site-specific destinati a dialogare con l’architettura del parco e con le performance sonore. Christopher Domiziani occupa l’area della terra con la performance “Dove è forte la luce l’ombra è più nera”, portando un tornio sul palco e condividendo con il pubblico l’atto intimo della modellazione dell’argilla: i suoi vasi nascono, si deformano, si spezzano, riflettendo il potere generativo e distruttivo degli elementi naturali. Nella sfera acqua Jonathan Vivacqua crea “Ocean”, una scura massa di nastri che si tendono fra gli alberi, catturano la luce e simulano il respiro ondoso del mare, trasformando un viale alberato in un corridoio liquido dove la vista si perde in riflessi mobili.
Il filo conduttore prosegue con l’elemento fuoco, cui Francesca Cornacchini dedica “La casa della Luce”, un’architettura in ferro che prende vita grazie all’accensione sequenziale di torce e fumogeni rossi. L’opera celebra la forza catartica della fiamma, il suo bruciare rapido ma incisivo, lasciando nella mente dello spettatore la traccia di un bagliore che resta anche dopo la fine del rituale. Per l’aria, Lulù Nuti allestisce “Palco di pane”, scultura organica destinata a diventare effimero supporto alla performance “Bentu” della cantante Francesca Corrias con il chitarrista Mauro Laconi. Infine, il vuoto si materializza in “La notte si avvicina” di Fabrizio Cicero, un dispositivo che combina luci e meccanismi rotanti all’interno di un ambiente simile a una balera post-apocalittica, dove il pubblico assiste alle incursioni sonore dell’Orchestrina di Molto Agevole.
Installazioni che sorprendono
A raccordo dei vari stage interviene un ulteriore livello di narrazione, battezzato Oltre. A interpretarlo è Jacopo Natoli, a bordo di un carro funebre condotto da Enrico Fratini, con l’opera “Morto che parla”. Cinque improvvisazioni vocali disseminate nei viali del parco guidano i visitatori da un elemento all’altro, sovrapponendo il registro ironico al tema della transitorietà. I limiti fra performance, spazio pubblico e semplice passeggiata si disciolgono; lo spettatore, inseguito da voci che emergono all’improvviso, sperimenta una sospensione emotiva che lo rende parte integrante della drammaturgia collettiva.
La continua metamorfosi del layout scenico sottolinea il cuore condiviso del Godai Fest: nessun atto creativo è fine a se stesso, ogni opera rimane aperta all’intervento di musicisti e performer appartenenti allo stesso elemento. Così il tornio di Domiziani può accogliere le liriche di Rancore, la struttura in ferro di Cornacchini si illumina al ritmo di un assolo di batteria, mentre le traiettorie di nastro di Vivacqua vibrano sotto le frequenze elettroniche di Daniela Pes. Questo intreccio permanente rafforza l’idea che l’arte non esista in compartimenti stagni e che, al contrario, trovi nuova linfa proprio nell’incontro, nel dialogo e nella contaminazione.
Oltre il weekend
L’esperienza non termina con la chiusura dei cancelli domenica notte. Fino al 30 ottobre, l’Ostello del Parco ospita una mostra curata da Luca Grimaldi e Pietro Moretti che espande il concetto di vuoto coinvolgendo pittura, scultura, installazioni sonore e video. Le stanze comuni, i corridoi e persino gli spazi privati dell’edificio si trasformano in gallerie aperte, ospitando opere di Adelisa Selimbasic, Jacopo Natoli, Genuardi Ruta, José Angelino, Lucas Recchione, Kimball Gunnar Holth e molti altri. Il percorso invita a riflettere sulla condizione umana e sul rapporto instabile fra presenza e assenza, materia e identità, offrendo al pubblico la possibilità di tornare a Milano Nord per rinnovare una relazione con il festival che va oltre le 48 ore dell’evento principale.
La sezione “Godai Presenta” raccoglie ulteriori lavori capaci di incarnare l’idea di unione fra elementi. Fra i protagonisti troviamo Gianmaria Marcaccini con “Figura Apotropaica”, Leonardo Zappalà con “Il percussore colpisce l’innesto”, Francesco D’Aliesio con “Antipode”, Floating Beauty con “Quello che non c’è”, Gabriele Silli con “Organo del sommerso n.1”, Alberto Montorfano con “Sarcofago” e Cristiano Carotti con “Nido” e “Amore”. Durante le pause fra un set e l’altro, sul palco principale scorre una rassegna di videoarte selezionata da Angelica Gatto e sonorizzata dal vivo da Roberto Lobbe Procaccini, con opere di Valeriana Berchicci, Francesca Cornacchini, Federica Di Pietrantonio, Giorgia Errera, Valerio Pacini, Beatrice Pediconi, Pamela Pintus e Paco Sangrado.
Un progetto per la periferia
Il parco che accoglie il festival non è stato scelto per caso. L’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, riqualificata dall’Associazione Olinda e animata da The Goodness Factory, si trasforma in un cantiere culturale che risponde all’appello del programma “Milano è viva”, volto a diffondere musica, teatro e laboratori in tutti i municipi cittadini. Lo spostamento del baricentro culturale dal centro alle periferie sottolinea l’esigenza di creare luoghi di confronto aperti, capaci di mescolare abitanti del quartiere, appassionati d’arte e semplici curiosi in un’unica platea variegata. La scelta di un contesto ricco di storia sociale e sanitaria conferisce ulteriore spessore a un progetto che ambisce a riscrivere la geografia emotiva della città.
Al centro di tutto resta la convinzione che la cultura possa essere strumento di inclusione e trasformazione. Il Godai Fest, ideato dall’artista Rodrigo D’Erasmo, dal produttore Daniele Tortora e dall’artista visivo Cristiano Carotti, promuove una comunità temporanea che supera i recinti di genere e di partecipazione, rimettendo al centro la coesistenza delle differenze. Musica, arti performative e visive non sono compartimenti isolati ma tasselli di uno stesso disegno: una mappa emotiva che invita chi partecipa ad abbandonare le certezze, a farsi attraversare dalle suggestioni e, magari, a scoprire in sé la scintilla di un elemento latente pronto a manifestarsi.
