Tornata dall’esaltante trionfo iridato in Thailandia, Sarah Fahr irradia serenità: per la centrale azzurra conta soltanto ciò che accade adesso. Le medaglie si accumulano, ma la filosofia resta scolpita: vivere il momento senza disperdere energia.
Più forte di ogni caduta
Il percorso dell’atleta nata in Baviera, approdata in Italia tredicenne, ha conosciuto curve dolorose che avrebbero scoraggiato chiunque. Nell’estate del 2021, durante gli Europei, i legamenti crociati di un ginocchio cedettero in modo brutale. Pochi mesi dopo, quando la riabilitazione pareva un capitolo alle spalle, lo stesso ginocchio tradì di nuovo, costringendola a rinunciare al seguente Mondiale. Il parquet che l’aveva lanciata pareva respingerla, eppure quell’urto si è trasformato nella scintilla per un ritorno in campo ancora più determinato davvero.
Lontana dalle luci dei palasport, Fahr ha affrontato sedute interminabili di fisioterapia, allenamenti a secco, dubbi che bussavano ogni notte. A vent’anni laggiù sul lettino, mentre la stagione scorreva senza di lei, ha imparato a mettere ordine nelle priorità. Accettare la fragilità, fare spazio alla pazienza, ricominciare dal primo passo: questa la sua personale triade. Quando la Nazionale l’ha richiamata, esplodeva di gratitudine ma anche di lucida determinazione, consapevole che il dolore era diventato competenza interiore di straordinaria forza silenziosa.
Una stagione da record in maglia azzurra e con Conegliano
Dal giorno in cui ha riabbracciato la rete, la cronologia dei successi non ha più smesso di aggiornarsi. Nell’arco di dodici mesi l’Italia di cui è pilastro ha raccolto l’oro olimpico, due edizioni consecutive di Nations League e, pochissimi giorni fa, la corona mondiale in Thailandia. Parallelamente, con l’Imoco Conegliano la centrale ha alzato lo scudetto, la Champions League, la Coppa Italia, la Supercoppa e il Mondiale per Club, disegnando un filotto che sembra appartenere alle cronache di altri tempi.
Cifre e trofei non raccontano tutto, ma chiariscono la portata di un’annata mai vista. Il riconoscimento come miglior ‘centrale’ della Nations League disputata a luglio in Polonia certifica la qualità di un gioco fatto di rapidità, intelligenza tattica e presenza a muro. Tra la meticolosità ereditata dalle radici tedesche e la fantasia assorbita in Italia, Fahr ha assemblato un repertorio completo che l’ha proiettata nell’élite mondiale prima ancora di spegnere ventiquattro candeline. Una scalata repentina ma costruita giorno dopo giorno.
La filosofia del qui e ora
Seduta in aereo, poco prima dell’atterraggio, la campionessa ha confidato che il mantra suggerito dal tecnico è ormai la sua colonna sonora: vivere il “qui e ora”. Non un semplice slogan, ma una disciplina spirituale che le permette di restare ancorata all’azione presente senza disperdere energie in previsioni o rimpianti. “Mi godo il momento, tra vent’anni mi vedo serena”, ha riassunto con lo sguardo limpido di chi ha esplorato già il buio e ha scelto la luce per sé stessa.
Al fianco di questo equilibrio c’è Nicolò, compagno di vita e mentore silenzioso. Più grande e già formato come mental coach, lui le offre prospettive, modera l’ansia, rende più nitide le sfide. “Mi spiega cosa aspettarmi e cosa lasciar scorrere”, confida lei. In un ambiente dove la pressione, i social e le aspettative corrono sovrapposte, la coppia ha costruito un angolo di calma, uno spazio in cui la parola chiave è ascolto reciproco e fiducia che non vacilla mai.
Il tocco del Maestro Velasco
Dietro il rinnovato volto dell’Italvolley femminile si scorge la regia di Julio Velasco, allenatore che ha attraversato i decenni senza perdere lucidità. Con voce ferma ma misurata, il ‘Maestro’ ha rimosso ogni alibi, imponendo un patto netto: le direttive non si discutono, si applicano. Questo ha permesso di sgomberare il campo da lamentele sterili e di spostare il baricentro sull’essenziale, alimentando un clima di rispetto reciproco che ha reso ogni atleta colonna indispensabile dentro un progetto comune di alta quota.
Lavorando su questo terreno fertile, Velasco ha instillato serenità, generando la consapevolezza che più conta: sentirsi utili, dentro e fuori dal campo. È lì che la squadra ha scoperto di poter vincere trenta, poi trentaquattro, poi trentasei partite di fila. Fahr, in perfetta sintonia, ha messo in campo quello che ama definire “il gioco collettivo della fiducia”: una caviglia dolorante in semifinale non le ha impedito di stare in campo e offrire il proprio contributo perché la vittoria, in quel gruppo, non è mai un’impresa individuale.
Lo sguardo verso Los Angeles 2028
Archiviato l’oro mondiale, la domanda sul futuro bussa inevitabile. Quale traiettoria seguirà la Nazionale che dal 2018 ha costruito un nucleo solido, attraversando trionfi e cadute? Fahr non azzarda pronostici, ma ammette che il pensiero dei Giochi di Los Angeles 2028 aleggia nello spogliatoio. Il presente resta la stella polare, ma il miraggio olimpico funziona da magnete capace di orientare allenamenti e sogni. Senza affrettare i tempi, ciascuna sente che quelle cinque cerchie possono diventare il prossimo capitolo da scrivere.
Qualcuna, come Monica De Gennaro, ha già salutato il palcoscenico internazionale; altre, guidate dall’entusiasmo di questi giorni, coltivano l’idea di riaccendere la maglia azzurra tra tre anni. Di certo la mentalità forgiata negli ultimi mesi – lavoro, dedizione, zero scuse – sopravviverà ai cambi di formazione. Fahr lo ripete con semplicità: la strada sarà in salita, ma l’identità che il gruppo ha costruito resterà la base per ogni nuovo obiettivo, qualunque esso sia, e sarà condivisa dalle giovani che entenderanno quella maglia sacra.
