Dopo quasi due anni di angoscia, la ricercatrice russo-israeliana Elizabeth Tsurkov è nuovamente libera, consegnata alle autorità statunitensi in Iraq dalla milizia sciita che la teneva prigioniera.
Gioia incontenibile per la famiglia
La notizia del rilascio è arrivata in piena notte a casa della madre, Irina Tsurkov, che per oltre ventiquattro mesi aveva vissuto in bilico fra speranza e disperazione. Appena ha udito la voce di un funzionario israeliano confermare la liberazione, la donna ha confessato alla radio dell’esercito che le mancava il respiro dall’emozione. Ha parlato di una «felicità incredibile», un sentimento così forte da farle tremare le mani mentre ripensava a ogni attimo dell’attesa, trascorsa contando i giorni dal marzo 2023.
In un secondo momento, la stessa Irina ha voluto rivolgere un pensiero alle altre famiglie ancora in attesa di un ritorno analogo, auspicando che ciascuna possa ricevere «una telefonata capace di cambiare la vita». La sua voce, rotta dalle lacrime, ha riempito gli studi radiofonici con un miscuglio di sollievo e commozione. Non ha dimenticato di ricordare l’angoscia provata nelle interminabili notti trascorse senza notizie, quando ogni squillo di telefono poteva significare tanto un miracolo quanto la conferma dei peggiori timori.
Le fitte trattative dietro la liberazione di Elizabeth Tsurkov
Lo scorso marzo del 2023, la ricercatrice dell’università americana di Princeton era stata sequestrata in un quartiere di Baghdad da una formazione legata a Kata’ib Hezbollah. Da allora, le cancellerie occidentali e i servizi di sicurezza iracheni hanno tessuto una rete di contatti, pressioni e persuasioni silenziose durata oltre un anno e mezzo. Fonti governative a Baghdad parlano di «sforzi estesi e costanti» condotti senza clamore per evitare escalation. Il premier Mohammed Shia al-Sudani, in un messaggio sui social, ha rivendicato il risultato quale prova definitiva della capacità dello Stato iracheno di imporre l’ordine anche sulle milizie più potenti.
Dalla parte della milizia, una voce interna ha chiarito che la consegna dell’ostaggio è avvenuta «per prevenire conflitti sul suolo iracheno» e per agevolare l’uscita delle truppe statunitensi. L’insistenza su questo punto è stata eloquente: Tsurkov è stata «rilasciata, non liberata», un modo per rimarcare che nessuna operazione armata è intervenuta. L’equilibrio di potere in Iraq resta delicato, e un singolo incidente avrebbe potuto riaccendere tensioni dormienti. Per questo la trattativa si è svolta lontano dai riflettori, fra ambasciate, delegazioni tribali e mediatori regionali.
Le parole di Trump
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto il suo canale preferito, Truth Social, per annunciare la svolta. Nel messaggio, ha definito la giovane «una studentessa di Princeton la cui sorella è cittadina americana» e ha sottolineato che, durante la detenzione, Elizabeth sarebbe stata sottoposta a mesi di torture. «Continuerò a lottare per la giustizia e a non arrendermi mai», ha scritto, collegando il caso Tsurkov a un appello rivolto ad Hamas per la liberazione degli ostaggi ancora in mano all’organizzazione palestinese.
L’intervento presidenziale conferma il forte coinvolgimento di Washington nelle fasi finali della trattativa, culminate con il trasferimento di Tsurkov all’interno dell’ambasciata americana a Baghdad pochi istanti dopo la consegna. L’edificio diplomático, protetto da misure di sicurezza straordinarie, è diventato il primo rifugio dell’accademica dopo il lungo calvario. Il gesto di Trump, carico di valenza politica in un anno cruciale per la campagna elettorale, aggiunge ulteriore rilievo internazionale al caso, specie alla luce delle richieste di riduzione della presenza militare statunitense nella regione.
Il prossimo ritorno in Israele e il percorso di recupero
Secondo fonti israeliane, la ricercatrice dovrebbe atterrare a Tel Aviv nei prossimi giorni, dove seguirà lo stesso iter previsto per gli ostaggi provenienti dalla Striscia di Gaza. Verrà accolta in appositi reparti ospedalieri pensati per assicurare un ambiente protetto sia fisicamente sia psicologicamente. Medici, psicologi e personale di supporto lavoreranno in sinergia per aiutarla a superare le conseguenze del sequestro, dalle lesioni fisiche alle cicatrici emotive lasciate da circa trenta mesi di paura e isolamento, profondo e silenzioso vissuto nell’ombra.
La procedura contempla visite mediche complete, esami di laboratorio, valutazioni neurologiche e colloqui ripetuti, oltre a incontri con assistenti sociali specializzati in situazioni traumatiche. Solo dopo l’approvazione dell’équipe multidisciplinare, l’ormai ex ostaggio potrà far ritorno alla vita quotidiana, scegliendo se rientrare negli ambienti accademici di Princeton o richiedere un periodo di pausa in Israele. Le autorità israeliane hanno inoltre predisposto un protocollo di protezione su misura che prevede un sostegno continuo, sia sotto il profilo legale sia in termini di sicurezza personale.
