Stamane, negli ambienti riservati della Polizia Scientifica di Milano, si è aperto un passaggio decisivo dell’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi: gli esperti cercheranno impronte nascoste nei rifiuti prelevati anni fa dalla villetta di Garlasco, alla presenza delle parti.
La giornata in Questura e le aspettative degli avvocati
All’interno degli uffici del gabinetto regionale di polizia scientifica, questa mattina del 10 settembre, gli operatori hanno predisposto un laboratorio provvisorio per consentire al dattiloscopista Domenico Marchigiani di analizzare uno a uno i sacchi di spazzatura prelevati dalla casa della famiglia Poggi. La decisione di avviare questo nuovo incidente probatorio è stata firmata dalla gip di Pavia, Daniela Garlaschelli, che il 23 luglio ha formalizzato l’incarico con l’obiettivo di isolare eventuali impronte latenti finora sfuggite ai precedenti accertamenti. L’aria nei corridoi è apparsa tesa ma composta, come se le parti attendessero un verdetto silenzioso.
La prima a varcare la soglia dell’edificio è stata l’avvocata Giada Bocellari, rappresentante di Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara già condannato in via definitiva. Davanti ai cronisti ha minimizzato il peso dell’appuntamento, osservando che, qualora emergessero impronte, con ogni probabilità risulterebbero compatibili con i profili genetici già repertati di Stasi e della vittima. Poco dopo è arrivato Luciano Garofano, ex comandante dei Ris, oggi consulente della difesa di Andrea Sempio. Il generale in congedo ha espresso fiducia, ricordando gli esiti del recente esame del Dna sui rifiuti, dal quale non è emerso nulla che colleghi il suo assistito al delitto. Le parole dei legali hanno scandito l’andamento delle ore, trasformando la sala d’aspetto in una sequenza di dichiarazioni bilanciate fra prudenza e speranza.
Gli specialisti al lavoro: impronte e DNA a confronto
La missione affidata a Domenico Marchigiani consiste nell’applicazione di reagenti chimici e lampade a luce forense per far affiorare tracce epidermiche invisibili a occhio nudo. Marchigiani muove i suoi calcoli partendo da un dato che ha già sorpreso molti osservatori: nel materiale indifferenziato rimosso dalla villetta erano state trovate esclusivamente tracce biologiche di Chiara Poggi e di Alberto Stasi. Il precedente sopralluogo, condotto dalla genetista Denise Albani, aveva dunque delineato un contesto apparentemente sigillato. Tuttavia, in criminologia la superficie degli oggetti racconta talvolta storie che sfuggono alle mappe del DNA.
Con queste premesse, il nuovo esame punta a sovrapporre i possibili segni delle creste papillari ai profili genetici già repertati, nella speranza di chiudere o riaprire scenari investigativi rimasti sospesi. A dare man forte a questa operazione sono presenti consulenti di tutte le parti, pronti a pretendere protocolli rigidissimi per scongiurare contaminazioni. Tra loro spicca ancora Luciano Garofano, che valuta con attenzione ogni passaggio dei tecnici, convinto che la compatibilità tra nuove impronte e vecchi Dna resti l’ipotesi più concreta. In sala, il fruscio dei guanti e il clic delle fotocamere digitali diventano il metronomo di una verità ancora sfuggente.
Il ruolo di Andrea Sempio e le posizioni della difesa
A distanza di anni dall’apertura della nuova indagine, Andrea Sempio continua a vestire i panni dell’indagato, con un carico emotivo che traspare da ogni dichiarazione dei suoi legali. La sua difensora, l’avvocata Angela Taccia, ha ribadito con voce ferma che nulla, né le analisi del Dna né le eventuali impronte, potrà minare la sua convinzione sull’innocenza del trentasettenne, amico del fratello di Chiara. L’avvocata sottolinea come proprio l’assenza di collegamenti scientifici concreti finora raccolti costituisca la prova più solida a discarico. L’eco di queste parole sembra riecheggiare nella sala prove, ricordando che dietro ogni fascicolo ci sono vite sospese.
Il fantasma del passato processo, conclusosi con la condanna definitiva di Alberto Stasi, incombe su ogni nuovo passaggio investigativo, eppure la magistratura pavese ha scelto di non trascurare alcuna pista, per quanto labile. L’incidente probatorio in corso vuole infatti mettere un punto fermo su un dettaglio apparentemente marginale, la spazzatura, divenuta ora teatro di un ulteriore confronto tra ipotesi accusatorie e tesi difensive. Gli operatori sanno che una sola impronta, se attribuibile a mani diverse da quelle già note, potrebbe riscrivere interi capitoli di questa vicenda, e al tempo stesso sono consapevoli che una conferma di compatibilità lascerebbe intatta la sentenza già pronunciata. Così, mentre i reagenti proseguono il loro lavoro silenzioso, fuori dai laboratori la provincia lombarda continua a interrogarsi su verità, colpe e memorie condivise.
