Fra la linea del fronte ucraino e le luci di Tel Aviv, la storia di Giulia Schiff ha cambiato contorno: oggi tiene in braccio il piccolo Nathan Loris, nato a Venezia cinque mesi fa, e osserva il mondo con gli occhi di una madre che ha conosciuto la guerra da vicino.
Dalla divisa alla culla
La trasformazione più radicale per l’ex allieva dell’Aeronautica militare non è avvenuta quando ha lasciato i campi d’addestramento né quando ha varcato il confine ucraino per unirsi ai volontari: è arrivata la notte in cui a Venezia è nato Nathan. Da allora, confessa, il brevetto di madre le richiede concentrazione, resistenza e una disciplina diversa da quella imparata sui jet. Fatica, notti spezzate e una gioia che vibra in ogni gesto le hanno mostrato quanto poco si parli, con sincerità, della complessità della maternità.
La consapevolezza maturata in questi primi mesi la porta a una conclusione semplice ma per nulla banale: se la società comprendesse davvero quante energie assorbe crescersi un neonato, il rispetto per le donne salirebbe di molti gradini. Parlando con tono convinto, Schiff rimarca quanto sia necessario raccontare senza filtri la fatica quotidiana di chi allatta, consola, studia i primi sorrisi e allo stesso tempo tenta di non smarrire la propria identità. Il fronte domestico, ammette, non concede tregue né retrovie.
Quand’anche la politica diventa un riflesso del modo di essere genitori
Nel dibattito che negli ultimi giorni ha travolto la premier Giorgia Meloni per il breve soggiorno newyorkese con la figlia, l’ex pilota prende posizione con fermezza. Secondo lei, il giudizio sui genitori non dovrebbe misurarsi in ore di presenza, bensì nella qualità dell’esempio che riescono a imprimere. Se un leader sa essere testimonial concreto di vicinanza e responsabilità, quel modello si trasmette di generazione in generazione. Di conseguenza, conclude, ogni madre – anche la più impegnata – ha diritto di ritagliare spazi per celebrare i momenti importanti con i propri figli.
Questa riflessione si lega al presente di Giulia che, trasferitasi in Israele, coniuga pannolini e libri universitari. Ha infatti iniziato un percorso in Scienze politiche e Relazioni internazionali, convinta che la formazione accademica possa rafforzare la consapevolezza maturata sul terreno di guerra. Tra una lezione e l’altra, osserva la società israeliana divisa dall’allarme permanente e si domanda quale eredità culturale trasmetterà a Nathan. Perché educare un figlio, sostiene, significa anche prepararlo a un mondo complesso dove le scelte pubbliche incidono sulla vita privata di ogni individuo.
Resistere oltre i confini
Le bombe che ancora squassano l’orizzonte mediorientale accompagnano i pensieri notturni della coppia. Schiff e il marito Victor, veterano israeliano conosciuto sul fronte di Kiev, ritengono imprescindibile sostenere la resistenza, tanto più dopo le dichiarazioni minacciose del vice-ministro di Gaza Ghazi Hamad che prometteva nuovi “7 ottobre”. Nelle loro parole si avverte l’eco delle sirene, la consapevolezza che la guerra stia durando oltre ogni ragionevolezza e il dolore per i civili intrappolati in un conflitto che sembra ignorare limiti morali.
Al di là delle linee armate, ciò che la preoccupa è l’odio che si diffonde come un incendio nei discorsi pubblici: dall’Europa alle Americhe, denuncia, gli ebrei sono tornati a diventare bersaglio di slogan violenti e di attacchi che mescolano antiche ossessioni e nuova propaganda digitale. La paura di ritrovarsi prigionieri di un pregiudizio ancestrale si somma al timore per la sicurezza fisica, alimentando una tensione che rende ogni passeggiata col passeggino un esercizio di vigilanza interiore e di fiducia nel diritto internazionale.
Un ritorno in tribunale tra speranze e delusioni che non vogliono tacere
Nei prossimi giorni Schiff tornerà in Italia, non per una pausa di nostalgia ma per assistere all’ennesima udienza davanti al Tribunale di Latina. Qui si trascina da anni il procedimento contro alcuni ex colleghi accusati di atti di nonnismo durante il cosiddetto battesimo del volo, episodio che l’aveva costretta a lasciare le fila dell’Aeronautica. Lentamente, troppo lentamente, le carte si accatastano e la sentenza appare ancora lontana, tanto da farle temere la beffa della prescrizione, eventualità che vanificherebbe anni di attesa.
Pur delusa, non smette di pensare al futuro: immagina un domani in cui la sua famiglia possa risiedere nuovamente in Italia, magari proprio nella provincia di Venezia che le ha dato i natali. Confessa però che il cuore è rimasto in Ucraina, terra che avrebbe voluto chiamare casa se la guerra non avesse stravolto ogni piano. Scegliere dove crescere un figlio diventa allora un esame di coscienza: tra speranze personali, legami affettivi e la necessità di offrire stabilità a Nathan.
