Il nuovo film di Eduardo Verastegui collega con forza la cronaca dei Vangeli a tragedie che, oggi, si consumano sotto i nostri occhi, invitando il pubblico a riflettere sul prezzo pagato dai più piccoli.
Una storia antica che parla al presente
La vicenda raccontata in “Zero AD”, ambientata fra l’annunciazione e la fuga in Egitto, riemerge sullo schermo con una potenza che supera i secoli. Erode non resta un personaggio relegato alle pagine sacre: diventa il simbolo delle élite moderne impegnate a conservare il potere attraverso decisioni capaci di colpire gli innocenti. La forza del parallelismo scuote lo spettatore, costringendolo a riconoscere quanto la persecuzione descritta dai Vangeli risuoni nelle grandi tragedie contemporanee. In questo quadro, la morte di centinaia di bambini di duemila anni fa diventa un’ombra pallida di fronte ai milioni di vite spezzate oggi.
Verastegui insiste sul fatto che quella che definisce “la strage degli innocenti contemporanea” non sia una metafora, ma un dramma quantificabile in numeri impressionanti: ogni anno, quarantacinque milioni di interruzioni di gravidanza e una vera piaga di traffico di minori e organi. Il film non offre risposte facili, ma punta a far emergere la domanda fondamentale: come si può rimanere indifferenti di fronte a una violenza che si consuma su scala globale? L’invito è a superare ogni barriera ideologica per riconoscere il valore concreto di ciascuna vita.
Dal racconto biblico alla denuncia sociale
La regia di Alejandro Monteverde, già definita dal produttore “di grande purezza artistica”, avvolge lo spettatore in un’atmosfera che alterna dolcezza e brutalità. La luce calda della Grotta di Betlemme convive con il terrore della repressione voluta da Erode, rendendo palpabile l’ingiustizia. Il montaggio, volutamente essenziale, non indulge nel compiacimento, ma punta all’essenza del messaggio: ogni vita innocente merita protezione, indipendentemente dal contesto storico.
«Quando guardi questo film non puoi restare al tuo posto», ha dichiarato Verastegui. «Voglio far capire che ciò che avvenne allora impallidisce di fronte alla portata del dramma odierno». Il produttore, già noto per l’impegno pro-vita, vede in “Zero AD” un passo in avanti rispetto a “Sound of Freedom”: non una semplice denuncia, ma un racconto capace di mettere in crisi il concetto stesso di potere quando esso si trasforma in persecuzione sistematica.
L’arte di Monteverde e il peso del cast
Il coinvolgimento di Jim Caviezel, Sam Worthington e Ben Mendelsohn dona al film una rilevanza che va oltre la dimensione spirituale. Caviezel, che in passato aveva impersonato Gesù, qui veste i panni di Erode, in un ribaltamento che amplifica la valenza simbolica dell’opera. Il suo sguardo, tormentato e colmo di paura, racconta la fragilità del potere che teme anche il più umile dei bambini. La scelta degli altri interpreti, noti al pubblico internazionale, allarga ulteriormente la platea potenziale del film.
Monteverde dirige con attenzione maniacale alla fotografia: i contrasti fra le strade polverose della Giudea e gli interni austeri del palazzo reale riflettono il divario fra oppressi e oppressori. Verastegui sottolinea la capacità del regista di «raccontare con potenza e purezza», due qualità che raramente si incontrano insieme sul grande schermo. Ogni inquadratura appare studiata per mettere al centro la vulnerabilità dei piccoli, veri protagonisti silenziosi della storia.
Un intreccio sorprendente: la scelta di Deva Cassel
Fra le curiosità più discusse c’è la presenza di Deva Cassel nel ruolo di Maria. La giovane attrice è stata scelta dopo un casting internazionale senza che la produzione sapesse inizialmente della parentela con Monica Bellucci. Solo in un secondo momento è emerso che la madre, durante le riprese de “La Passione di Cristo”, scoprì di essere incinta proprio della figlia che ora interpreta la Madonna. Il cerchio, in un certo senso, si chiude: una gravidanza annunciata sul set di un film biblico che oggi rinasce nello sguardo di una nuova generazione.
Il regista ha definito la scelta «un dono inatteso», convinto che la freschezza di Deva restituisca autenticità a un personaggio spesso idealizzato. Verastegui racconta come l’intero processo di selezione abbia privilegiato il talento e la naturale disposizione alla purezza del ruolo, piuttosto che il nome o la fama. Questo approccio ribadisce il desiderio di porre al centro la storia, non il divismo, proseguendo la missione di un cinema che parli alle coscienze prima ancora che ai box-office.
Il precedente caso Sound of Freedom
Prima di “Zero AD”, Verastegui aveva riscosso un consenso travolgente con “Sound of Freedom”. Costato poco più di quattordici milioni di dollari, il film ne ha incassati oltre duecentocinquanta, superando al botteghino titoli ben più blasonati. La vicenda vera dell’ex agente federale che salva bambini dallo sfruttamento sessuale ha toccato un nervo scoperto nelle società di tutto il mondo, trascinando in sala soprattutto i giovani e imponendosi come fenomeno culturale oltre che commerciale.
La strategia distributiva si è dimostrata cruciale: negli Stati Uniti il film ha conquistato cifre record, mentre in Italia, grazie a una programmazione mirata, ha raggiunto immediatamente la seconda posizione tra le opere più viste. Verastegui considera quel successo non un punto d’arrivo, ma l’avvio di un movimento. Il cinema, a suo avviso, può diventare megafono di battaglie sociali che altrimenti resterebbero confinate a rapporti e inchieste di nicchia.
Dalla sala cinematografica alla politica internazionale
L’impatto di “Sound of Freedom” ha oltrepassato lo schermo. Il produttore ha intrapreso un tour mondiale che lo ha portato a incontrare capi di Stato e leader politici, fra cui la premier italiana Giorgia Meloni. Obiettivo: inserire il tema del traffico di minori nelle agende governative. Verastegui sostiene che la consapevolezza sia il primo strumento di lotta, convinto che molti ignorino la dimensione economica di un mercato criminale che sfiora i centocinquanta miliardi di dollari l’anno.
Durante questi incontri, il produttore messicano ha promosso accordi di cooperazione e ha ribadito che Messico e Stati Uniti rappresentano rispettivamente il primo fornitore e il primo consumatore di sfruttamento sessuale di minori. Senza un coordinamento internazionale, denuncia, ogni sforzo isolato rischia di essere vano. Ecco perché, accanto alle proiezioni, sono nate iniziative legislative e campagne educative che puntano a radicare il tema nell’opinione pubblica.
Verso un nuovo capitolo di impegno
Mentre in post-produzione di “Zero AD” si lavora agli ultimi dettagli in vista dell’uscita natalizia mondiale, è già in fase di scrittura il sequel di “Sound of Freedom”. Verastegui mira a mantenere viva la discussione, consapevole che un singolo film rischia di svanire dal dibattito mediatico nel giro di poche settimane. Il proposito è creare un’eredità duratura, in grado di incidere sulle scelte politiche e culturali dei prossimi anni.
Parallelamente, il produttore si sta muovendo sul fronte politico nel suo Paese. Sta costruendo un movimento che cerchi e sostenga figure pubbliche capaci di incarnare valori condivisi, in primo luogo la difesa della vita. Verastegui non esclude di candidarsi egli stesso alla presidenza del Messico qualora, entro cinque anni, nessuno si facesse avanti con un programma coerente. Per lui, il cinema resta il punto di partenza, ma l’obiettivo finale è una società che metta davvero al centro i più deboli.
