Un vaccino che può salvare vite è disponibile da tempo, eppure agli adolescenti italiani non viene ancora proposto in modo sistematico: il meningococco B resta escluso dal Calendario nazionale nonostante sia la minaccia più diffusa. L’appello, rilanciato con forza dal professor Paolo Bonanni durante un convegno romano sulla prevenzione, chiede di colmare rapidamente questa lacuna.
Perché intervenire adesso
La meningite provocata dal sierogruppo B, pur non assumendo proporzioni epidemiche, mantiene una pericolosità elevatissima. Negli anni segnati dalla pandemia, le segnalazioni si sono quasi dimezzate grazie al calo delle infezioni respiratorie; la tregua, però, si è rivelata temporanea. Negli ultimi due anni le notifiche sono risalite e oggi si attestano nell’ordine di alcune centinaia. Le stime epidemiologiche indicano che per ogni diagnosi formalmente comunicata alle autorità sanitarie esisterebbero almeno due o tre casi reali non rilevati, una sottostima che attenua la percezione del rischio e impedisce di cogliere l’urgenza reale della prevenzione.
La malattia può condurre a esiti letali o a danni irreversibili nel giro di poche ore, colpendo soprattutto neonati e adolescenti, fasce in cui la risposta immunitaria segue percorsi differenti. Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all’Università di Firenze, ricorda che la letalità della meningite invita alla massima prudenza: «una patologia rara ma gravissima». Le conseguenze permanenti – invalidità motorie, deficit neurologici, amputazioni – producono un impatto emotivo e sociale enorme, coinvolgendo non solo i familiari ma anche il sistema sanitario, chiamato a farsi carico delle complicanze a lungo termine.
La protezione si affievolisce: il richiamo in adolescenza come snodo cruciale del percorso vaccinale
La profilassi anti-meningococco B viene già somministrata nei primi mesi di vita, mostrando un’efficacia importante sul breve periodo. Tuttavia, la copertura immunitaria diminuisce con il passare degli anni. Un adolescente che da neonato ha ricevuto il vaccino può non conservare livelli anticorpali sufficienti a contrastare un eventuale contatto con il batterio. Da qui l’urgenza, ribadita dallo specialista, di prevedere un richiamo strutturato nell’età adolescenziale, fase in cui la socialità intensa e l’elevata mobilità favoriscono la circolazione del meningococco nelle comunità scolastiche e sportive.
Consolidare la continuità della protezione significherebbe tutelare non solo i ragazzi, ma anche le loro famiglie e i soggetti fragili che frequentano quotidianamente. L’introduzione di un richiamo sistematico ridurrebbe ricoveri, terapie intensive e costi indiretti derivanti dalle sequele permanenti. Bonanni osserva che un sistema di prevenzione efficace si misura anche sulla capacità di alleggerire il Servizio sanitario nazionale da oneri prevedibili. Intervenire tra i 12 e i 18 anni costituisce dunque un investimento lungimirante, capace di trasformare la spesa vaccinale in risparmi di lungo periodo su cure e riabilitazioni.
La proposta: un’offerta uniforme su tutto il territorio
Oggi le regioni italiane garantiscono gratuitamente e con chiamata attiva il vaccino contro il meningococco Acwy agli adolescenti, ma non estendono la stessa opportunità al sierogruppo B. Tale disparità crea un mosaico di tutele in cui il luogo di residenza determina la protezione disponibile. Da anni, osserva Bonanni, «i tempi sono maturi» per un passo decisivo: includere il vaccino anti-meningococco B nel Calendario vaccinale nazionale, superando ogni disomogeneità territoriale mediante un’intesa che coinvolga tutte le amministrazioni regionali.
Il messaggio è stato rilanciato durante l’incontro tecnico-scientifico “Fare prevenzione fra strategia e consapevolezza: la coscienza della vaccinazione. Il futuro è nelle nostre mani”, tenutosi a Roma. Dal dibattito è emersa la richiesta di un’azione coordinata che consenta a ogni adolescente di accedere alla vaccinazione senza ostacoli burocratici o costi aggiuntivi. L’inserimento nel Calendario non rappresenterebbe solo un aggiornamento formale, ma un segnale politico di fiducia nella prevenzione, in grado di rafforzare la cultura vaccinale e di offrire a medici, scuole e famiglie uno strumento chiaro per proteggere le nuove generazioni.
