L’emergenza-urgenza italiana vive un momento di scelte cruciali, fra carenze di personale, violenze ai danni degli operatori e un sistema di tutele penali ancora da definire. A richiamare l’attenzione sulla necessità di una rotta decisa è Alessandro Riccardi, presidente nazionale della Simeu, che invita politica e istituzioni a compiere passi concreti.
Una svolta attesa nella legge di Bilancio
Con l’avvicinarsi della prossima legge di Bilancio, i protagonisti dell’emergenza-urgenza confidano in un’inversione di marcia che porti risorse mirate ai reparti di pronto soccorso. Riccardi ricorda che, lo scorso anno, alcuni fondi ad hoc hanno permesso di tamponare le situazioni più critiche, ma il rifornimento economico si è rivelato insufficiente a colmare le lacune strutturali. L’insostenibile alternanza fra piccole iniezioni di budget e ritardi cronici nella programmazione ha finito per acuire la sensazione di precarietà avvertita da medici e infermieri in corsia.
Per invertire la rotta, la Simeu propone incentivi economici differenziati che rendano attrattive le sedi più periferiche, dove trovare personale disponibile è diventato quasi impossibile. L’idea è semplice: remunerare di più chi accetta di spostarsi o di lavorare nei presidi considerati “scomodi”, in modo da distribuire equamente competenze e carichi di lavoro. Alcuni professionisti, osserva il presidente, stanno già riaffacciandosi alla sanità pubblica, ma lo fanno in un contesto “a macchia di leopardo”, dove ogni territorio si muove in ordine sparso e senza linee guida nazionali che garantiscano continuità.
Il nodo dello scudo penale: garanzie ancora incerte
La riforma della responsabilità professionale, che dovrebbe introdurre un vero scudo penale per i camici bianchi, è ancora avvolta da interrogativi. Nella bozza circolata, la valutazione di colpa grave potrebbe essere affidata a una commissione di specialisti nominata dal pubblico ministero, coinvolgendo sin dall’inizio periti di parte: un passaggio che, secondo Riccardi, offrirebbe una tutela concreta, evitando ai medici di affrontare lunghi processi prima di veder riconosciuta la propria buona fede. Se, invece, la definizione della colpevolezza venisse lasciata al solo giudice in fase dibattimentale, l’incertezza rimarrebbe identica a quella attuale, traducendosi in un perpetuo clima di sospetto. Una prospettiva, questa, che disincentiva i giovani a scegliere l’area dell’urgenza e spinge i più esperti verso la medicina difensiva e ritirarsi.
Alla luce di queste incognite, i medici di pronto soccorso seguono con attenzione l’iter parlamentare della norma. Riccardi sottolinea che il vero obiettivo non è creare zone d’impunità, bensì stabilire criteri chiari e anticipati per distinguere l’errore umano dalla responsabilità penale, evitando che un atto clinico complesso venga giudicato come un reato a posteriori. La mancanza di certezze giuridiche alimenta stress, abbandoni e un pericoloso atteggiamento difensivo che rallenta diagnosi e cure. Un testo efficace, insiste il presidente della Simeu, alleggerirebbe il contenzioso e restituirebbe serenità, favorendo un rapporto più trasparente con i pazienti e, soprattutto, contribuendo a rendere nuovamente appetibile il Servizio sanitario nazionale. Solo così, sottolinea, potremo attirare nuovi specializzandi e trattenere professionisti esperti sull’orlo delle dimissioni, garantendo un futuro stabile ai reparti di emergenza.
Aggressioni in pronto soccorso, la linea della fermezza
La violenza ai danni di medici e infermieri non accenna a diminuire, nonostante l’inasprimento delle pene previsto dalle ultime norme. In corsia permangono episodi di minacce, insulti e, troppo spesso, aggressioni fisiche che mettono a rischio la sicurezza degli operatori e dei pazienti stessi. Riccardi ammette che chi lavora in prima linea accetta un certo grado di rischio, ma vedere disattese le norme di tutela alimenta frustrazione e senso di abbandono, complicando ulteriormente l’attrattività di un settore già esposto a molteplici pressioni.
In risposta, alcune Regioni come Piemonte e Liguria hanno scelto la via della costituzione di parte civile in ogni procedimento aperto per aggressione a un dipendente sanitario, un segnale istituzionale che mira a rafforzare la certezza della pena. Simeu rifiuta l’idea di trasformare i pronto soccorso in aree militarizzate, ma chiede presidi legali efficaci, tempestivi e identici su tutto il territorio. Solo un sistema che difende con fermezza chi cura può ristabilire il rapporto di fiducia fra cittadini e personale sanitario.
Allarme carenza di medici d’emergenza: numeri e strategie in campo
L’ultimo rilevamento promosso dalla Simeu ha coinvolto i direttori di 153 strutture di Medicina d’emergenza-urgenza e ha fotografato una realtà preoccupante: all’appello mancano non meno di 3.500 dirigenti medici. Il dato, spiega Riccardi, è soltanto la punta dell’iceberg di un problema che parte dai concorsi deserti e arriva fino alla fuga di professionisti verso settori meno logoranti. Gli interventi varati nell’ultimo anno – pur utili – si sono limitati a coprire le falle più evidenti, senza incidere sulle cause profonde dello svuotamento. Nel frattempo, i turni si allungano, il burnout cresce e la qualità dell’assistenza è affidata a uno sforzo volontario che non può durare all’infinito. Se nulla cambierà, avverte, il sistema rischia di collassare proprio nelle realtà territoriali che più dipendono dai presidi di emergenza.
Le priorità indicate dai professionisti sono tre: adeguare le retribuzioni, riconoscere il lavoro usurante e snellire una burocrazia definita «farraginosa» che rallenta l’utilizzo dei fondi e la pubblicazione dei concorsi. Finché la procedura per assumere un medico richiederà mesi di carteggi, il sistema continuerà a viaggiare con il freno a mano tirato. Sul piano economico, la richiesta è di superare il timido adeguamento varato finora e introdurre un sistema serio di incentivi variabili, legati alla complessità del turno, all’orario notturno e alla disponibilità a spostarsi. Sul fronte normativo, invece, si invoca una corsia preferenziale che riduca passaggi e visti superflui, restituendo flessibilità alle aziende sanitarie.
Gettonisti e nuove forme contrattuali
Dal 31 luglio non è più possibile prorogare i contratti con le cooperative che fornivano i cosiddetti medici gettonisti, professionisti a chiamata impiegati per colmare i buchi di organico. Diverse realtà ospedaliere si sono organizzate in anticipo, stipulando accordi diretti con colleghi libero-professionisti, che ora lavorano fianco a fianco con gli strutturati. Una commissione interna valuta i curricula e assegna gli incarichi, mettendo al riparo i servizi da chiusure improvvise durante i turni più critici e assicurando continuità assistenziale persino nelle strutture periferiche.
Non tutte le Regioni, tuttavia, hanno trovato una soluzione uniforme. Alcune, riferisce Riccardi, starebbero valutando di chiedere deroghe ai prefetti pur di mantenere aperti i reparti più fragili. Il ricorso a misure straordinarie evidenzia quanto sia urgente rendere di nuovo competitivo il posto di lavoro nel Servizio sanitario nazionale. Senza tutele adeguate e retribuzioni in linea con la complessità delle mansioni, il rischio è di assistere a un ulteriore svuotamento di personale, con effetti a cascata sull’assistenza di emergenza e, inevitabilmente, sulla salute dei cittadini.
