Una nuova tegola giudiziaria investe il ministero della Giustizia: la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri nell’ambito dell’inchiesta Almasri.
Le contestazioni degli inquirenti
In base a quanto emerge dagli atti trasmessi in queste ore ai magistrati capitolini, l’iscrizione a carico di Bartolozzi riguarda la presunta comunicazione di dati non veritieri ai titolari del procedimento che indaga sul cosiddetto caso Almasri. Il punto contestato sarebbe legato alle dichiarazioni rese davanti al Tribunale dei ministri, organo dinanzi al quale la funzionaria era stata convocata per chiarire il proprio ruolo nella vicenda che ha coinvolto il guardasigilli Nordio. I sostituti procuratori ipotizzano, per ora, il reato disciplinato dall’articolo 371-bis del codice penale.
La circostanza assume un peso politico specifico perché l’ipotesi investigativa si interseca con l’inchiesta nella quale il ministro è chiamato a rispondere di presunta omissione di atti d’ufficio e di favoreggiamento. Le domande dei magistrati, secondo fonti qualificate, avrebbero riguardato passaggi considerati decisivi per ricostruire dinamiche interne al dicastero e contatti che, qualora dimostrati, potrebbero chiarire la filiera decisionale seguita nel dossier Almasri. Da lì la decisione di aprire un autonomo fascicolo sulla dirigente, scelto dagli inquirenti come strumento per accertare la veridicità delle sue dichiarazioni.
Il clima nel ministero della Giustizia dopo la notizia
Dal palazzo di via Arenula, sede del dicastero, non è stato diffuso alcun comunicato ufficiale in merito alla nuova pendenza giudiziaria, ma fonti interne assicurano che la posizione dell’amministrazione resta di piena fiducia nei confronti di Bartolozzi. Nessuna agitazione, spiegano, si registra nei corridoi: si ritiene che la dirigente abbia agito nel rispetto delle procedure e che l’eventuale contraddittorio con i magistrati sarà opportunamente chiarito nelle sedi deputate. L’atteggiamento prevalente, fanno sapere, è improntato alla certezza di poter confutare rapidamente ogni addebito.
Alcuni osservatori sottolineano come la compattezza mostrata dal vertice politico e amministrativo risponda anche alla necessità di evitare ripercussioni sull’agenda di riforme già calendarizzate. Il timore, non dichiarato ma palpabile, è che l’indagine possa offrire munizioni a un’opposizione che da mesi chiede conto delle scelte operate sull’affaire Almasri. In privato, però, si evidenzia come l’iscrizione nel registro sia atto dovuto e non preluda a una valutazione di merito definitiva, motivo per cui in ministero si mantiene un profilo di serena attesa.
La cornice giudiziaria del caso
Il fascicolo originario denominato Almasri si concentra sulle presunte omissioni attribuite al ministro Nordio nell’esercizio delle sue funzioni e su un ipotizzato intervento di favore ad personam. Le indagini, avviate mesi fa, hanno condotto il Tribunale dei ministri a raccogliere testimonianze e documentazione interna al dicastero, con lo scopo di stabilire se vi sia stata una mancata attivazione degli strumenti normativi a tutela di determinati interessi personali coinvolti. Nel corso di queste audizioni rientra anche la deposizione resa da Bartolozzi.
Proprio la presunta incongruenza tra quelle dichiarazioni e quanto ricostruito dagli inquirenti ha spinto la Procura ordinaria a scorporare la posizione della capo di gabinetto. Il passaggio non è inusuale: quando emergono sospetti su false attestazioni, l’ordinamento prevede l’apertura di un procedimento autonomo per assicurare l’indipendenza delle valutazioni. Gli esiti, in un senso o nell’altro, confluiranno poi nel fascicolo principale, contribuendo a delineare il quadro complessivo che, al termine, verrà sottoposto al vaglio parlamentare se necessario, a beneficio della chiarezza.
