Pomigliano d’Arco trattiene il fiato. Mentre nei corridoi di Stellantis si disegna un futuro fatto di cassa integrazione e di viaggi verso stabilimenti stranieri, gli operai campani vedono il proprio presente sciogliersi nell’incertezza. Il destino di uno dei siti produttivi più importanti del Mezzogiorno rischia di diventare un affare nazionale.
Ombre lunghe sulla catena di montaggio
La richiesta di un anno intero di cassa integrazione in deroga, che coinvolgerebbe 3.750 lavoratori, è balzata sul tavolo delle trattative come il sintomo più evidente di un malessere che non si vuole più definire congiunturale. Stellantis ha fatto trapelare l’intenzione di alleggerire temporaneamente i costi, ma per gli addetti di Pomigliano d’Arco la sospensione delle linee non significa solo buste paga ridotte: equivale a vedere incrinarsi il legame, finora saldo, con uno stabilimento nato per garantire salari e dignità al territorio. L’idea che l’ammortizzatore sociale diventi la regola invece dell’eccezione turba le notti di uomini e donne che vivono di turni e catene di montaggio.
Alla prospettiva di restare a casa si aggiunge l’offerta, definita “trasferta volontaria”, di spostarsi in Serbia con un incentivo economico: una proposta che molti operai leggono come preludio a un più profondo ridimensionamento dell’organico in Italia. In parallelo, le vetture che un tempo uscivano in serie regolari hanno subito nuovi stop: la produzione della Dodge Hornet è stata accantonata e, nei reparti, l’aria di stallo è palpabile. La catena che assemblava con orgoglio ogni componente ora gira a scartamento ridotto, mentre i numeri dei veicoli finiti scendono settimana dopo settimana, rendendo evidente che il problema non riguarda soltanto la domanda di mercato ma un’assenza di strategia complessiva.
Una crisi industriale che minaccia l’intero Paese, non solo la Campania
La riduzione dei volumi produttivi non si limita a comprimere gli stipendi di chi timbra il cartellino: riflette un indebolimento del tessuto industriale nazionale. Oliver Mollo, segretario metropolitano di Napoli e membro della direzione nazionale di Azione, vede in questo stallo un pericolo che travalica i confini regionali. Aggiunge che oltre ai preannunciati esuberi — 300 operai già usciti da Pomigliano e 50 da Pratola Serra — esiste il rischio concreto che l’impianto campano diventi un bacino da cui attingere manodopera a intermittenza o da spostare all’estero. Ogni badge disattivato rappresenta una famiglia che arretra di un passo verso l’incertezza, e ogni linea dismessa corrode la spina dorsale produttiva dell’Italia.
Allo stesso tempo, l’annuncio secondo cui la Panda rimarrà in assemblaggio fino al 2030 è accolto con cauto scetticismo dagli addetti ai lavori. «Da una parte si promettono modelli futuri, dall’altra si svuotano i reparti», ripete Mollo, denunciando un gioco a due facce. Le rassicurazioni sul lungo periodo, senza investimenti immediati, somigliano a parole che galleggiano nel vuoto. L’assenza di un calendario certo per lo sviluppo di nuove linee produttive rende ogni dichiarazione un eco distante, mentre la realtà quotidiana parla di interruzioni, cali di turni e di un know-how che rischia di disperdersi.
La richiesta di un tavolo permanente e di impegni vincolanti
Di fronte a questo scenario, Azione chiede con forza l’istituzione di un tavolo di crisi destinato a rimanere aperto finché non arriveranno risposte concrete. Per Mollo, la politica deve superare i comunicati di circostanza e pretendere da Stellantis garanzie misurabili: volumi, modelli, investimenti, occupazione stabile. «Ogni operaio in cassa integrazione è una sconfitta per tutti», ribadisce il dirigente, indicando la necessità di coinvolgere Governo, Regione e azienda in una cabina di regia che non si accontenti di tamponare l’emergenza, ma pianifichi un rilancio vero e strutturale.
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca Enrico Ditto, responsabile regionale Lavoro e Formazione di Azione. Le sue parole puntano dritte al cuore del problema: la cassa integrazione è un cerotto, non la cura. Servono capitali freschi, un piano di riconversione e aggiornamento delle competenze, oltre alla garanzia che Pomigliano d’Arco resti un hub strategico e non un magazzino di manodopera da dirottare altrove. Le uscite incentivate e le trasferte volontarie, ammonisce Ditto, somigliano a valigie già pronte per un abbandono annunciato: il tempo delle mezze misure è finito, ora servono impegni vincolanti che mettano al centro il lavoro e le famiglie che di quel lavoro vivono.
