Nel cuore di Napoli, il museo Madre accende i riflettori su cinquant’anni di indagine artistica di Pietro Lista, offrendo un percorso che intreccia luce, materia e pensiero critico. L’esposizione, curata da Renata Caragliano, invita il pubblico a scoprire un archivio vivo e pulsante di esperienze, tecniche e visioni.
Un nuovo sguardo sull’opera di Pietro Lista
Il 15 settembre, dalle 18 alle 21, l’atrio del museo Madre diventerà un crocevia di voci e di aspettative: Angela Tecce – presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – e Eva Fabbris, direttrice del museo, daranno il benvenuto ai visitatori insieme alla curatrice e all’artista. A suggellare l’inaugurazione interverrà il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. L’incontro, concepito come dialogo aperto, intende offrire riscontro immediato alle domande di chi osserva, favorendo un clima di condivisione emotiva che trasforma l’apertura in un momento corale, dai toni quasi domestici, in cui la relazione fra istituzioni, artista e pubblico risulta centrale per comprendere l’intera operazione culturale.
Frutto di due anni di ricerche condotte a stretto contatto con l’archivio dell’artista, il progetto espositivo va oltre la tradizionale retrospettiva: esso struttura un vero e proprio laboratorio di narrazioni, dove l’opera di Lista viene analizzata come sistema in continua evoluzione. La mostra ambisce a far emergere la qualità rizomatica delle connessioni che l’artista tesse fra opere, temi e periodi diversi, evidenziando come la sua pratica sia capace di generare aperture interpretative sempre nuove. L’obiettivo dichiarato del Madre è, infatti, costituire un archivio dell’arte contemporanea meridionale che sappia dialogare con esperienze internazionali, offrendo un terreno fertile per successive azioni di valorizzazione e studio.
Un viaggio in cinque capitoli tematici
Distribuita in sette sale al secondo piano, la mostra si articola in cinque sezioni che scandagliano le modalità operative di Lista. Più di cinquanta lavori, datati dalla seconda metà degli anni Sessanta al 2025, creano un continuum visivo sorprendente: dalle prime sperimentazioni post-informali alle creazioni inedite più recenti. Ogni sala agisce come stazione di una traiettoria che, pur abbracciando frammenti cronologicamente distanti, mantiene intatta la coerenza poetica dell’autore, interamente dedicata allo studio di ciò che muta – luce, nuvola, corpo, colore – e di come questi elementi si riflettano sullo spazio della percezione.
Tecniche e materiali si moltiplicano: pittura, disegno, scultura, incisione e azioni performative convivono senza gerarchie, spezzando la distinzione tra linguaggio e supporto. Se in un’opera compare un pigmento vibrante, in quella successiva può emergere un volume in acciaio o una traccia d’inchiostro leggerissima. Il risultato è un mosaico in cui la sperimentazione non è manifesto di modernità fine a sé stessa, ma strategia per interrogare la natura delle forme e del loro riflesso nel tempo. In questo continuo scambio, la mostra restituisce la capacità di Lista di far dialogare metodi e poetiche eterogenee, lasciando al visitatore la libertà – e la responsabilità – di stabilire i propri nessi di senso.
Tra bagliore e oscurità
La prima sezione si concentra sulla “Luce”, motivo che attraversa l’intera parabola creativa dell’artista. Negli anni Sessanta Lista non si avvicinava alle ricerche cinetiche per replicarne i risultati, bensì per esplorare la luce come “strumento per interrogare virtualmente lo spazio”. In mostra tornano strumenti luminosi e fotografie che documentano performance in cui il buio veniva bucato da lampi improvvisi, trasformando pareti e corpi in superfici di rifrazione. Ogni fonte luminosa diventa, in fondo, premessa di sparizione: basta un interruttore per chiudere la visione e riconsegnare tutto al nero, suggerendo al pubblico la fragilità dell’atto percettivo.
Accanto a tali dispositivi, si dispiegano opere in cui il contrasto chiaro-scuro è fil rouge pittorico. Pigmenti e biacca lavorano a definire volumi che sembrano emergere dal fondo scuro solo per pochi attimi, quasi fossero presenze sul punto di dissolversi. Questo continuo accendersi e spegnersi dell’immagine annulla la distanza fra azione e visione, confermando come il tema della luce, per Lista, non sia mera questione ottica, ma vera e propria indagine metafisica sul confine fra presenza e assenza, fra ciò che possiamo afferrare e ciò che l’ombra sottrae.
Le nuvole di “Cielitudine” e la sfida all’effimero visibile
Un cielo pop, punteggiato di nubi, introduce la sezione dedicata a “Cielitudine”. In questi lavori la nuvola diventa manifesto poetico: elemento impalpabile che sovverte l’idea di solidità e obbliga lo sguardo a orientarsi in alto. I dipinti presentano cromie morbide, attraversate da biancori mutevoli, quasi a riportare sulla tela il dinamismo atmosferico. Il cielo, scrive idealmente l’artista, non offre riparo; propone invece un perenne stato di divenire che spalanca la mente oltre la soglia della certezza. Così la visione non si chiude in un singolo fotogramma, ma rimane, come la nuvola stessa, in perenne trasformazione.
La scelta di lavorare su un soggetto così sfuggente mette in crisi la forma intesa come identità definitiva. La nuvola, infatti, nega l’idea di perimetro fisso, ridefinendosi secondo venti e umidità. Nella pittura di Lista questa instabilità diventa espediente critico per smontare l’illusione della permanenza: l’opera non è un oggetto da catalogare, ma un evento che accade davanti e dentro chi guarda. È il pubblico, chiamato a completare il disegno, che finisce per proiettare la propria percezione in un cielo privo di coordinate assolute, riconoscendo la bellezza di ciò che si offre soltanto per un istante.
Il “Nero di Marte”: monologo del colore assoluto
Passando a un altro ambiente, ci si imbatte in tele e carte avvolte da un unico pigmento: il “Nero di Marte”. Il ciclo nasce agli inizi del nuovo millennio, quando Lista decide di sperimentare la potenza concettuale di un cromatismo totale, radicato nella tradizione alchemica che associa il ferro al pianeta omonimo. Ogni pennellata costruisce un campo visivo denso, in grado di assorbire la luce e restituirla sotto forma di riflesso opaco. Non esiste più la libertà di evadere con lo sguardo: si viene costretti a sospendere il giudizio, accolti da un buio che parla di silenzio.
Il monocromo, apparentemente austero, manifesta un’insospettabile spiritualità. Nel dialogo con la superficie nera il visitatore è messo di fronte a una soglia mistica: l’oscurità non è negazione, ma luogo di gestazione dell’immagine futura. Quel buio è grembo e non vuoto. Si comprende allora come il “Nero di Marte” non celebri solo l’essenzialità, bensì l’attesa, la preghiera laica che permette alla mente di immaginare forme ancora non nate. L’intenzione di Lista non è sottrarre colore al mondo, ma offrirne la matrice primaria, il punto zero da cui tutto può originarsi.
Corpi senza capo e la testa ritrovata: un autoritratto in mutazione
Un autoritratto introduce la sezione dei “Corpi acefali”. Su fondi grigi, figure senza organi compaiono in posa frontale, private di identità fisionomica: mancano occhi, naso, bocca. È l’immagine di un sé che, travolto dal processo creativo, smarrisce i riferimenti abituali, come se l’arte stessa potesse «far perdere la testa». Il tema non è grottesco, bensì simbolico: quel corpo decapitato denuncia la crisi del soggetto occidentale, incapace di riconoscersi in coordinate stabili. Oscillando tra luce e penombra, i bianchi e neri accentuano la tensione drammatica, restituendo un’umanità sospesa.
A fare da controcanto, la serie “La testa ritrovata dell’artista” propone primi piani di soli volti, realizzati a china su carta. Il corpo scompare, la testa riemerge come cuspide del pensiero. In queste opere lo sparire diventa apparire, secondo un gioco di sostituzioni che rovescia il precedente annullamento. Fatte di tratti rapidi e incisivi, le immagini sembrano interrogare lo spettatore: esiste davvero un volto che possa dirsi definitivo? In questa doppia sequenza – corpo senza testa, testa senza corpo – Lista orchestra un dispositivo poetico che mette a nudo la precarietà dell’identità, ricordando che ogni ricomposizione reca in sé la memoria della perdita.
Dal laboratorio alla città: archivi, spazi, memoria
Il racconto non si esaurisce nelle sale. Una sezione documentaria, composta da fotografie, inviti e cataloghi, fa emergere la vena progettuale con cui Lista ha animato luoghi e comunità campane. Dal progetto “Taide spazio per”, nato a Mercato San Severino nei Settanta e poi trasferito a Salerno, alla successiva fondazione del MMMAC – Museo Materiali Minimi d’Arte Contemporanea a Paestum nel 1993, la mostra mette in luce un artista anche promotore culturale, capace di tessere reti fra artisti e cittadini, anticipando molte pratiche partecipative odierne. Un video e un corpus di foto d’archivio raccontano inoltre gli interventi di arte pubblica disseminati sul territorio, offrendo uno sguardo “in controluce” sulle contaminazioni fra arte e spazio urbano.
Negli anni Duemila, l’impegno di Lista prosegue con la galleria Cobbler – Spazio per l’arte contemporanea, aperta a Cava de’ Tirreni, città dove l’artista vive e lavora. La vocazione a creare contesti di confronto attesta la volontà di radicare l’arte nel quotidiano, trasformando il territorio in laboratorio permanente. Chi attraversa la sezione percepisce come l’opera di Lista sia inseparabile dal desiderio di condividere strumenti e idee, costruendo un tessuto culturale che supera la logica dell’evento isolato. Le immagini, lontane dall’essere mero apparato informativo, diventano prolungamento del progetto artistico, sottolineandone la dimensione collettiva.
Il tempo della mostra e il racconto del catalogo
“In controluce” rimarrà visibile fino al 17 novembre 2025, offrendo a visitatori, studiosi e curiosi la possibilità di ritornare più volte, lasciando sedimentare impressioni e interrogativi. Il catalogo, pubblicato in concomitanza con l’esposizione, raccoglie testi critici, apparati iconografici e una selezione di documenti d’archivio, costituendo non solo memoria del progetto, ma anche strumento di lavoro per future ricerche sull’arte contemporanea del Sud Italia. Ogni pagina, ogni immagine, si propone di dilatare la visita oltre le pareti del museo, generando un dialogo che continua, silenzioso, fra lettore e opera.
Alla fine del percorso, l’osservatore si scopre parte di un tessuto di narrazioni incrociate: luoghi, corpi, nuvole, colori e archivi si rispecchiano l’uno nell’altro, restituendo l’idea di un’arte che non concede mai soluzioni definitive. Pietro Lista emerge così non solo come pittore, scultore o performer, ma come costruttore instancabile di visioni. E proprio in quell’intervallo, sottile ma potente, che si apre fra immaginazione e sguardo, la mostra invita ciascuno a riconoscere la propria identità provvisoria, preziosa nella sua stessa mutabilità.
