Il divieto sui social network in Nepal è stato annullato poche ore dopo un bilancio di diciannove vittime, tragico epilogo di proteste che hanno sconvolto Kathmandu e costretto l’esecutivo a fare marcia indietro nel tentativo di calmare la piazza.
Revoca del blocco e retroscena istituzionali
La decisione di ritirare il provvedimento è stata comunicata dal ministro delle Comunicazioni Prithvi Subba Gurung, che in conferenza ha ammesso che la linea dura intrapresa sette giorni prima aveva innescato un’escalation fuori controllo. Il governo, spinto da un ordine della Corte suprema che imponeva alle piattaforme online di registrarsi presso l’autorità competente, aveva oscurato ventisei spazi digitali, fra cui Facebook e Instagram, con l’obiettivo dichiarato di arginare la disinformazione. Il blackout, però, ha subito trasformato il malcontento virtuale in piazza reale, alimentando tensioni che gli apparati di sicurezza non sono riusciti a contenere.
Il conteggio dei morti, confermato dalle autorità sanitarie, si è fermato a diciannove, cifra che ha scosso l’opinione pubblica oltre i confini nazionali. La rapidità con cui il governo ha ripristinato l’accesso ai social dimostra la consapevolezza di essere arrivato a un punto di rottura. La decisione, arrivata nel pomeriggio, è stata accompagnata dalla promessa di avviare un riesame delle procedure di registrazione per le piattaforme, lasciando intendere che ogni eventuale futura regolamentazione dovrà passare per un confronto trasparente con operatori e società civile, per evitare nuovi scontri.
Crisi politica e raffica di dimissioni
La violenza delle ultime ore ha colpito al cuore l’esecutivo, provocando una serie di abbandoni senza precedenti. Dopo le immediate dimissioni del ministro dell’Interno Ramesh Lekhak, finito nell’occhio del ciclone per l’uso giudicato eccessivo della forza da parte di polizia e reparti speciali, hanno lasciato il proprio incarico anche il titolare dell’Agricoltura Ram Nath Adhikari e il responsabile delle Forniture idriche Pradeep Yadav. Quest’ultimo, in una nota, ha dichiarato di voler mostrare «pieno sostegno ai giovani della Gen Z», schierandosi apertamente contro la linea repressiva adottata dal governo.
La catena di dimissioni rivela quanto il fronte politico sia fragile e permeabile alla pressione popolare. Non è un caso che diversi parlamentari stiano valutando modifiche ai regolamenti di pubblica sicurezza per ridefinire i limiti operativi delle forze dell’ordine. Il timore diffuso è che, senza un cambio di passo rapido, la rabbia dei manifestanti possa trasformarsi in una crisi istituzionale ancora più profonda. In questo clima, i partiti di maggioranza e opposizione cercano un terreno comune, quantomeno per contenere le ripercussioni economiche e sociali che ogni nuova scintilla potrebbe innescare.
Proteste in strada e simboli dati alle fiamme
Nemmeno la revoca del blocco digital ha convinto i manifestanti a ritirarsi. Migliaia di persone hanno nuovamente circondato il complesso parlamentare di Kathmandu, scandendo slogan contro quelle che definiscono «atrocità della polizia». Gli attivisti accusano gli agenti di aver sparato sulla folla senza preavviso, mentre famiglie e amici delle vittime sventolano ritratti dei defunti chiedendo giustizia. La rabbia collettiva ha superato i confini della capitale: a Dhangadhi, nell’ovest del Paese, è stata incendiata l’abitazione dell’ex primo ministro Sher Bahadur Deuba, gesto che testimonia un clima di crescente esasperazione.
L’elemento generazionale emerge con forza: molti volti in strada appartengono a studenti universitari e lavoratori appena ventenni, cresciuti in un contesto digitale in cui la libertà di espressione è considerata un diritto intangibile. Il blackout dei social ha rappresentato, nella loro percezione, un affronto diretto e personale. Le organizzazioni studentesche annunciano che la mobilitazione continuerà finché non verranno fissate responsabilità chiare per le morti e implementate garanzie contro future censorie. Gli analisti temono che l’impasse possa incidere sulla già fragile economia domestica, scoraggiando investimenti e turismo.
Monito dell’Unione europea e richiesta di indagini indipendenti
Il Servizio di azione esterna dell’Unione europea ha diffuso un comunicato in cui esprime «profondo rammarico» per le vittime e invoca un’inchiesta indipendente sulle circostanze delle uccisioni. Bruxelles sottolinea la necessità di «massima moderazione» da parte delle autorità nepalesi e chiede che vengano adottate «tutte le misure possibili per salvaguardare le vite umane». L’intervento comunitario segue le numerose sollecitazioni provenienti da organizzazioni per i diritti umani, timorose di veder naufragare i progressi democratici ottenuti dal Paese dopo la fine della guerra civile.
I messaggi di cordoglio rivolti alle famiglie delle vittime si accompagnano a un appello al dialogo: l’Unione europea sollecita un confronto costruttivo tra istituzioni, società civile e comunità internazionale, nell’auspicio di scongiurare una nuova spirale di violenze. Secondo fonti diplomatiche, la priorità resta il ripristino della fiducia tra cittadini e forze dell’ordine, passaggio ritenuto indispensabile per preservare la stabilità regionale. In assenza di progressi visibili, avvertono gli osservatori, il rischio è che l’attuale ondata di proteste evolva in un conflitto sociale capace di destabilizzare l’intero tessuto politico nepalese.
