Dieci anni di attesa, una sola promessa: un action RPG capace di stupire. Lost Soul Aside arriva su PlayStation 5 dopo un percorso di sviluppo tortuoso e ricco di speranze. Il risultato combina acrobazie spettacolari, ambizioni narrative e qualche evidente sbavatura tecnica, offrendo un’esperienza che divide e affascina allo stesso tempo.
Origini di un progetto diventato leggenda
Quando il giovane sviluppatore Bing Yang pubblicò, nel 2014, le prime immagini di quello che allora era soltanto un prototipo personale, nessuno poteva immaginare che avrebbe dato vita a una saga quasi mitologica nel panorama videoludico. Col passare dei mesi il progetto venne notato dal programma Sony China Hero Project, che trasformò quel sogno individuale in una produzione vera, affidandola allo studio Ultizero Games. Da quel momento si è aperta una lunga maratona, fatta di rinvii, demo mostrate a fiere internazionali e trailer che rimbalzavano sui social alimentando un hype crescente difficile da gestire.
Il primo vero assaggio arrivò con il trailer del 2016: sequenze di combattimento fluidissime che sembravano uscire da un film d’animazione, colori sgargianti e una colonna sonora dal respiro epico. Lì nacque la leggenda di un videogioco capace di fondere lo stile orientale alla frenesia dei grandi hack and slash occidentali. Da allora, però, ogni promessa ha portato con sé nuove domande: l’uscita sarebbe mai avvenuta? Avrebbe mantenuto quel livello estetico? Nel frattempo la community cresceva, le aspettative si gonfiavano e il calendario delle release dello studio slittava più volte, segno di un percorso mai lineare.
Tra imperi decadenti e creature cosmiche
La cornice narrativa di Lost Soul Aside si apre su un continente dilaniato da una guerra che ha consegnato il potere a un Impero autoritario. Le regioni, pur animate da palette cromatiche vivacissime, respirano un’aria oppressiva: i villaggi sono stretti nelle maglie di tasse improbe, le truppe imperiali pattugliano strade polverose e gli abitanti faticano a ricostruire ciò che è andato perduto. È un contesto che promette riflessioni politiche sulla tirannia e sul prezzo della libertà, offrendo la sensazione di trovarsi dentro un racconto maturo, tutt’altro che consolatorio.
Proprio in questo scenario fa il suo ingresso Kaser, veterano scampato ai bombardamenti finali e oggi deciso a riscattarsi unendosi ai ribelli di Glimmer. L’intreccio parte così con un’idea potente: rovesciare un sovrano ingiusto attraverso un movimento popolare. Tuttavia, poco dopo il prologo, la comparsa dei Voidrax – entità provenienti da una dimensione arcana in grado di divorare le anime – cambia improvvisamente le carte in tavola, trasformando la narrazione da epopea politica a scontro cosmico più tradizionale. Una virata che finisce per comprimere molte delle promesse iniziali.
L’epopea personale di Kaser
La svolta definitiva arriva quando un Voidrax colossale rapisce la sorella del protagonista. Da quel momento la trama abbandona quasi del tutto le ambizioni corali per concentrarsi su un percorso di salvataggio intimo e lineare. Le missioni che scandiscono l’avventura ripetono uno schema consolidato – attraversamento, combattimento, breve dialogo, nuovo attraversamento – senza particolari deviazioni. Il dramma familiare fornisce motivazioni immediate, ma restringe l’orizzonte a un’unica urgenza, limitando la verticalità dei temi che l’incipit aveva lasciato intravedere e privando il mondo di personaggi secondari realmente memorabili.
L’unico elemento di freschezza è offerto da Arena, un Voidrax atipico che, anziché divorare vite umane, decide di fondersi con Kaser per sfidare i suoi simili. La creatura diventa compagna di viaggio, dispensando battute ironiche e poteri devastanti che arricchiscono il combat system. Eppure, pur animando certi dialoghi, la sua presenza non riesce a spezzare completamente la ripetitività di fondo: i colpi di scena si contano sulle dita di una mano e lo sviluppo psicologico procede a passo fin troppo misurato.
La danza delle lame
Se la storia fatica a mantenere alta la tensione, il campo di battaglia offre ben altro spettacolo. Il sistema di combattimento di Lost Soul Aside privilegia la velocità assoluta: affondi rapidi, balzi acrobatici, parate in scivolata e contrattacchi lampo si uniscono a effetti particellari che illuminano lo schermo. Combo di colpi leggeri e pesanti possono essere interrotte e riprese a piacere, dando vita a coreografie degne di una scena d’arti marziali hollywoodiana. È qui che il titolo riesce a far battere il cuore del giocatore, regalando una sensazione di potenza immediata.
Tre sono le armi principali a disposizione: la spada, votata all’equilibrio; il spadone, duro come un macigno ma lento, e la poleblade, ideale per tenere a bada gruppi numerosi di nemici. Passare da un’arma all’altra è immediato e forma l’ossatura di strategie sempre nuove. Ciascun set dispone di animazioni dedicate, tempi di recupero differenti e abilità uniche che si combinano con i poteri di Arena, permettendo di creare sinergie devastanti o, al contrario, eleganti sequenze di controllo del crowd nemico.
Personalizzazione e boss memorabili
Oltre alle armi, la crescita del personaggio passa attraverso accessori che modificano statistiche cruciali e un albero di abilità capace di sbloccare estensioni delle combo. La logica di potenziamento è semplice e intuitiva, e un sistema di crafting permette di trasformare i materiali raccolti sul campo in pozioni curative oppure in booster temporanei di attacco e difesa. Il problema è che la generosità degli oggetti curativi allenta la pressione, portando spesso il giocatore a ricorrere alla stessa manciata di strategie senza temere realmente la disfatta.
Laddove i combattimenti ordinari rischiano di diventare routine, i boss rappresentano invece un trionfo di creatività. Si passa da duelli serratissimi contro spadaccini dotati di mosse speculari alle nostre, a gigantesche bestie meccanizzate che richiedono di colpire arti e corazze in ordine preciso per essere smantellate. Ogni scontro è accompagnato da musiche drammatiche e scenografie che mutano in tempo reale, amplificando la tensione. In quei frangenti Lost Soul Aside mostra il suo volto migliore, capace di stupire e divertire senza compromessi.
Luci e ombre di una produzione in bilico
Il comparto grafico tradisce la lunga gestazione: alcune ambientazioni brillano per resa delle luci volumetriche e per il design a metà tra fantasy orientale e fantascienza, mentre altre mostrano texture sgranate e modelli poco complessi che ricordano hardware di una generazione fa. Il contrasto è vistoso, benché mitigato da art direction coerente e dalla fluidità delle animazioni. I panorami montani riflessi nei laghi tolgono il respiro, ma un corridoio cittadino privo di dettagli lo riconsegna immediatamente, ricordando al giocatore che il budget è stato distribuito in modo discontinuo.
Anche il sonoro segue la stessa altalena. Le composizioni orchestrali, spesso arricchite da cori e percussioni, sanno esaltare gli scontri più intensi, mentre gli effetti delle armi lasciano un senso di leggerezza che contrasta con la spettacolarità visiva. Il doppiaggio inglese propone interpretazioni altalenanti: alcune linee di Kaser risuonano credibili, altre si perdono in intonazioni piatte; a emergere, sorprendentemente, è la voce di Arena, ironica e graffiante. Una colonna sonora efficace, da sola, non può però mascherare certe cadute di stile.
Prestazioni tecniche su PlayStation 5
Sulla console di nuova generazione di Sony il gioco mette a disposizione due preset grafici. Il Quality Mode privilegia la risoluzione e l’effetto motion blur, ma soffre di cali di frame rate nelle aree più ampie e durante le battaglie con numerosi avversari, interrompendo quella sensazione di fluidità che è alla base del combat system. Il Performance Mode, invece, punta ai 60 fotogrammi al secondo quasi stabili: qualche flessione c’è, ma il feeling complessivo resta molto più vicino alle intenzioni degli sviluppatori.
Qualche problema tecnico, comunque, non manca. Capita che l’intelligenza artificiale dei soldati imperiali si blocchi in loop di animazioni, o che la musica si interrompa di colpo dopo un cambio di area, lasciando il giocatore immerso in un silenzio innaturale. Questi glitch non compromettono la fruibilità globale, ma testimoniano la carenza di rifinitura di un progetto che avrebbe giovato di qualche mese aggiuntivo di polishing, soprattutto alla luce dell’altissima competizione nel genere action contemporaneo e dell’aspettativa creata dai trailer promozionali.
Verdetto finale
Lost Soul Aside è un’opera che riflette perfettamente la storia della sua nascita: generosa nell’azione, frammentaria nella coesione. Il combat system fulmineo, supportato da boss fight di grande inventiva, rappresenta un invito irresistibile per chi ama l’adrenalina pura e lo spettacolo visivo. Allo stesso tempo la curva di difficoltà poco incisiva, l’assenza di contenuti secondari sostanziosi e una narrativa che sacrifica la componente politica a favore di un dramma personale più semplice impediscono al prodotto di raggiungere l’eccellenza che ci si aspettava dopo un decennio di attesa.
Chi si avvicinerà al titolo con la voglia di sfidare nemici spettacolari e dispiegare combo mozzafiato troverà parecchi motivi di soddisfazione; chi invece colloca al primo posto la profondità narrativa e la varietà di situazioni potrebbe uscire con qualche rimpianto. Lost Soul Aside non è il capolavoro che molti avevano sognato, ma resta un debutto coraggioso, la testimonianza tangibile di quanto possa essere intraprendente una scena indipendente che trova il sostegno giusto. Con più tempo, e magari con un sequel, il potenziale intravisto potrebbe trasformarsi in qualcosa di davvero imperdibile.
