Mentre la Striscia di Gaza sprofonda in una crisi sanitaria senza precedenti, gli anestesisti italiani alzano la voce. La richiesta è chiara: corridoi umanitari immediati, protezione assoluta delle strutture ospedaliere e rifornimenti costanti di farmaci e dispositivi salvavita. Senza queste misure, la catastrofe rischia di travolgere i più fragili, già minati da mesi di conflitto.
Sconvolgente emergenza nella Striscia di Gaza
Nella descrizione fornita dall’Organizzazione mondiale della sanità la situazione ospedaliera di Gaza appare come un collasso catastrofico: reparti sovraffollati che operano al trecento per cento della capacità, sale operatorie trasformate in corridoi di fortuna e scorte di medicinali ridotte a poche fiale. Gli operatori sanitari devono decidere, ora dopo ora, chi curare e chi attendere, mentre le liste di attesa si allungano e la pressione sulle poche strutture ancora funzionanti diventa insostenibile. L’energia elettrica manca a intermittenza e ogni black-out significa ventilatori polmonari spenti, incubatrici fuori uso e monitor che si zittiscono proprio quando la vita dipende da un allarme sonoro.
In questo scenario, i materiali di base — dalle garze sterili ai guanti monouso — sono diventati beni di lusso. L’impossibilità di sostituire le attrezzature usurate costringe il personale a ricorrere a soluzioni improvvisate, mentre le scorte di antibiotici, analgesici e anestetici restano bloccate ai valichi. Siaarti, la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, sottolinea che senza un flusso costante di queste forniture ogni intervento chirurgico perde la sua sicurezza intrinseca, trasformandosi in un atto disperato. La chirurgia d’emergenza diventa quasi un’ultima carta da giocare, praticata in condizioni che nessuna linea guida potrebbe mai definire accettabili.
Testimonianze dal campo
Medici arrivati da tutto il mondo, compresi professionisti italiani coinvolti in missioni umanitarie, descrivono un flusso continuo di pazienti in condizioni critiche. A presentarsi al triage sono soprattutto donne e bambini con ustioni estese, traumi cranici, fratture multiple e amputazioni. In molti casi non esistono analgesici sufficienti per sedare il dolore, né anestetici adatti a garantire procedure sicure. Gli specialisti dell’emergenza raccontano di sale operatorie dove si lavora con strumenti ridotti all’osso, mentre gli anestesisti sono costretti a modulare la sedazione in base alle pochissime fiale ancora disponibili, sapendo che il sollievo per il paziente sarà solo parziale.
La carenza di ventilatori polmonari e di sedativi impone scelte drammatiche: un respiratore salvato per un neonato vuol dire toglierlo a un adulto politraumatizzato, e viceversa. I letti intensivi, già insufficienti in tempi di pace, risultano moltiplicati solo sulla carta; di fatto, tre pazienti condividono lo stesso spazio concepito per uno, con monitor e pompe di infusione che passano da un corpo all’altro a seconda dell’urgenza. Ogni decisione clinica diventa un conflitto interiore, perché il medico è costretto a pesare il valore di una vita contro l’altra, in assenza di risorse minime per entrambe.
Il collasso delle strutture chiave
Un tempo fiore all’occhiello della sanità locale, l’ospedale Shifa di Gaza City contava settecento posti letto e ventuno sale operatorie operative ventiquattr’ore su ventiquattro. Oggi ne restano agibili solo tre, mentre il personale si è dimezzato a causa di evacuazioni forzate, turni interminabili e fatica cronica. L’assenza di carburante riduce i generatori al silenzio; quando le luci si spengono, il bisturi tradizionale sostituisce quello elettrico e la precisione chirurgica diventa un miraggio. I medici, impegnati in procedure complesse, devono destreggiarsi tra interruzioni imprevedibili e scorte di farmaci che arrivano con il contagocce.
Il 9 luglio, l’emergenza carburante ha costretto il personale di terapia intensiva neonatale a compiere un gesto estremo: più neonati prematuri nello stesso incubatore, unico modo per garantire una temperatura stabile e un minimo di ossigenazione. Quell’immagine racchiude l’evidenza che, senza energia per alimentare le apparecchiature, non c’è protocollo che tenga. La fragilità di una vita che inizia si scontra direttamente con la brutalità della carenza, e lo spazio per la medicina d’avanguardia cede il passo a soluzioni al limite della sopravvivenza.
Attacchi agli ospedali e conseguenze
Nemmeno le strutture considerate relativamente sicure sono risparmiate. Il 25 agosto, un duplice bombardamento ha colpito il Nasser Hospital di Khan Yunis, provocando ventidue vittime e oltre cinquanta feriti tra pazienti e personale. La scala d’emergenza è crollata, i reparti chirurgici risultano seriamente danneggiati e la capacità di risposta sanitaria di una delle principali strutture del sud si è ridotta in modo drammatico. Gli anestesisti locali, già provati dalla scarsità di farmaci, hanno dovuto operare in stanze invase da detriti e con un flusso di feriti superiore a qualsiasi scenario ipotizzato nei piani di emergenza.
Le conseguenze di quell’attacco si misurano non solo nel numero di morti immediati, ma anche in tutte le vite che rischiano di andare perdute nelle settimane successive. Con le sale operatorie parzialmente inagibili, interventi di chirurgia ortopedica e addominale vengono rimandati o spostati in ambienti improvvisati, privi di sterilità adeguata. Ogni ritardo si traduce in infezioni, ischemie, complicanze che avrebbero potuto essere prevenute. La comunità sanitaria teme che, se questi episodi dovessero ripetersi, la già esile rete di strutture funzionanti collasserà definitivamente, lasciando un’intera popolazione priva di assistenza specialistica.
Le richieste della Siaarti
Alla luce di questo quadro, Siaarti avanza un appello urgente affinché vengano immediatamente istituiti corridoi sanitari e umanitari sicuri. L’ingresso regolare di anestetici, analgesici, antibiotici, sedativi, dispositivi per la ventilazione, materiale monouso e kit chirurgici sterili rappresenta, secondo la società scientifica, la precondizione indispensabile per ripristinare un minimo di standard assistenziale. Il combustibile per alimentare incubatrici e unità di terapia intensiva, spesso trascurato nei piani di aiuto, viene ritenuto altrettanto cruciale, perché nessuna apparecchiatura salva-vita può funzionare senza energia.
L’associazione ricorda che strumenti apparentemente semplici, come le maschere laringee e le maschere per ventilazione manuale, possono fare la differenza tra vita e morte quando un respiratore meccanico non è disponibile. Lo stesso vale per i materiali di sutura e le soluzioni disinfettanti, ormai pressoché introvabili. L’obiettivo non è un rifornimento episodico, ma un flusso costante e monitorato, capace di garantire continuità nell’erogazione delle cure chirurgiche, analgesiche e intensive. Solo così gli anestesisti potranno esercitare il loro ruolo in conformità agli standard internazionali di sicurezza.
Tutelare pazienti e personale sanitario
Accanto alla richiesta di forniture, gli anestesisti italiani ribadiscono l’urgenza di far rispettare integralmente le convenzioni internazionali che sanciscono la neutralità delle strutture ospedaliere. I nosocomi, i veicoli di soccorso e il personale medico devono poter operare senza timore di essere bersaglio o ostacolati. La tutela di chi cura si traduce, in ultima istanza, nella tutela di chi ha bisogno di cure. Ogni violazione non è soltanto un crimine contro persone inermi, ma un attacco al principio stesso di umanità che sorregge il diritto internazionale.
Siaarti ricorda inoltre che la protezione delle corsie ospedaliere non può essere intermittente. Occorre un meccanismo di garanzia che permetta ai convogli di soccorso di transitare senza ritardi e che assicuri ai professionisti locali e internazionali la possibilità di restare sul campo in sicurezza. In assenza di queste condizioni, qualsiasi progetto di riabilitazione sanitaria rischia di fallire. La continuità dell’assistenza, soprattutto per i pazienti cronici e per chi necessita di interventi ripetuti, dipende dall’inviolabilità degli spazi di cura e dalla sicurezza di chi vi opera.
Trasparenza e coordinamento internazionale
Un ulteriore punto su cui Siaarti insiste è la raccolta puntuale e la diffusione trasparente di dati clinici e logistici: quanti anestetici restano in magazzino, quante sale operatorie sono effettivamente funzionanti, quali dispositivi di ventilazione risultano inattivi per mancanza di pezzi di ricambio. Questo quadro informativo, se condiviso con la comunità internazionale, consentirebbe di indirizzare le risorse in modo mirato, evitando sprechi e sovrapposizioni. La trasparenza diventa così strumento di efficacia e di responsabilità, condizione necessaria per una risposta collettiva all’altezza dell’emergenza.
Gli anestesisti italiani si uniscono all’appello già diffuso da molte società scientifiche mondiali, e in patria dagli infettivologi della Simit, affinché l’azione delle istituzioni internazionali sia rapida, coordinata e incisiva. Solo un fronte comune, capace di mettere a sistema esperienze, risorse e logistica, potrà impedire che altri pazienti restino senza analgesia, senza anestesia, senza assistenza intensiva. Il silenzio o la lentezza decisionale, avvertono, si tradurranno inevitabilmente in perdite di vite umane che si sarebbero potute evitare con un minimo di tempestività.
Un impegno esclusivamente umanitario
Coerentemente con la propria missione, Siaarti ribadisce che il suo intervento è privo di qualsiasi connotazione politica: conta soltanto la difesa del diritto universale alla salute. L’associazione si dichiara pronta a promuovere reti di solidarietà, programmi di formazione a distanza e supporto tecnico agli operatori di Gaza, mettendo a disposizione competenze accumulate in decenni di terapia intensiva e anestesiologia. La condivisione del sapere diventa l’unico antidoto possibile alla solitudine professionale che colpisce chi si trova a curare in condizioni estreme.
Infine, gli anestesisti invitano governi, organizzazioni sovranazionali e società civile a tradurre in azioni concrete il principio di protezione dei più vulnerabili. Servono decisioni che garantiscano carburante agli ospedali, farmaci ai pazienti, sicurezza al personale, e che ristabiliscano il rispetto delle convenzioni umanitarie. Solo così, sottolinea Siaarti, si potrà evitare che la tragedia sanitaria in atto diventi una ferita permanente, lasciando un’intera generazione priva di cure essenziali e di speranza. Ogni ora di attesa significa vite spezzate: il tempo dell’indifferenza è finito.
