Al largo delle coste tunisine, la navigazione solidale della Global Sumud Flotilla ha vissuto un momento di tensione: un incendio improvviso sulla Family Boat ha riacceso il dibattito su cosa l’abbia davvero originato.
Una notte di fuoco al largo di Sidi Bou Said
Il mare era calmo quando, intorno alla mezzanotte, le telecamere di bordo hanno registrato un rumore acuto, seguito da un bagliore che ha illuminato il ponte della Family Boat, ancorata non lontano dal pittoresco approdo di Sidi Bou Said. Gli organizzatori parlano di un dispositivo aereo che avrebbe colpito il natante, mentre l’equipaggio, agendo con prontezza, è riuscito a domare le fiamme prima che potessero propagarsi. Nessuna persona è rimasta ferita, ma la paura si è diffusa in pochi secondi tra i volontari e i marinai, già provati da giorni di attesa e da una rotta ricca di incognite.
Poco dopo l’allarme, le barche d’appoggio presenti nelle vicinanze hanno raggiunto la nave soccorrendo l’equipaggio e trasferendo momentaneamente parte dei passeggeri. Gli attivisti, ancora scossi, hanno immediatamente diffuso sui social le prime immagini, convinti che un drone abbia sganciato un ordigno. La loro ricostruzione, carica di emotività, punta il dito contro un attacco deliberato, destinato a intimidire la missione umanitaria diretta a Gaza. Quel racconto ha trovato un vasto eco online, suscitando solidarietà ma anche dubbi, in un rimbalzo di versioni ancora da verificare.
Le parole degli attivisti e le immagini della sicurezza
Alle 23:45, ora locale, i filmati estrapolati dal sistema di videosorveglianza della nave mostrano un singolo lampo bianco, immediatamente seguito da fiamme nell’area dove sono stivati i giubbotti di salvataggio. Per i membri della Global Sumud Flotilla, il nastro è la prova evidente di un attacco dall’alto. “È stato un drone al cento per cento”, ripetono, ricordando che episodi simili non sono nuovi a chi naviga in quella zona. Sebbene il video sia stato condiviso migliaia di volte, gli esperti chiamati a visionarlo sottolineano che, senza ulteriori elementi tecnici, è impossibile trarre conclusioni definitive.
Gli attivisti insistono sul fatto che l’obiettivo fosse intimidire il convoglio, carico di aiuti. Secondo il loro racconto, la bomba avrebbe colpito di precisione la zona dei dispositivi di galleggiamento, dove la combustione poteva propagarsi rapidamente. L’assenza di vittime non riduce, a loro dire, la gravità dell’azione: “Qualcuno ha desiderato mandarci un messaggio”. L’indignazione è palpabile nei loro comunicati, mentre chiedono che la comunità internazionale garantisca protezione alla flotta e faccia luce su quanto avvenuto.
La replica delle autorità tunisine
Dall’altra parte, le istituzioni di Tunisi respingono con forza la versione dell’attacco. Il portavoce della Guardia nazionale, Houcem Eddine Jebabli, ha diffuso una nota in cui si legge che “non sono stati rilevati droni nell’area”. I primi rilievi, sostiene, indicano un’origine accidentale dell’incendio: sarebbe partito da alcuni giubbotti di salvataggio impregnati di carburante e forse innescato da una sigaretta accesa con leggerezza a bordo. “Le investigazioni proseguono”, assicura Jebabli, “ma al momento non c’è alcun riscontro che confermi un attacco dall’esterno”.
La posizione ufficiale è stata ribadita sui canali istituzionali nelle ore successive, cancellando sul nascere ogni ipotesi di coinvolgimento straniero. Secondo le prime verifiche, nessun radar civile né militare avrebbe segnalato attività di velivoli senza pilota in quel tratto di mare. Le autorità, però, non intendono chiudere il caso: hanno acquisito i filmati, interrogato l’equipaggio e disposto approfondimenti sulle condizioni di stivaggio dei materiali a bordo, per comprendere se norme di sicurezza siano state disattese. Un’indagine che vuole rassicurare l’opinione pubblica e, al tempo stesso, tutelare la reputazione marittima del Paese.
I punti ancora oscuri dell’indagine
Restano dunque due narrazioni contrapposte: da un lato gli attivisti, dall’altro le autorità locali. In mezzo, un dato certo: l’incendio è stato domato rapidamente, evitando una tragedia. Non è la prima volta che una rotta umanitaria vive sospetti di sabotaggio, e il silenzio dei portavoce militari israeliani, interpellati ma non intervenuti sulla vicenda, alimenta ulteriori speculazioni. Gli stessi osservatori internazionali ricordano che finora nessuna prova tecnica indipendente è stata resa pubblica. L’auspicio condiviso è che l’inchiesta proceda senza ombre e si possa distinguere con chiarezza tra ipotesi e fatti.
In attesa delle conclusioni ufficiali, la Global Sumud Flotilla resta ferma al largo, mentre i suoi volontari valutano i danni e riflettono sul proseguimento della missione. La loro determinazione non appare affievolita: continuano a ribadire l’intenzione di portare gli aiuti a destinazione, convinti che ogni ostacolo rafforzi la loro causa. Finché i rilievi non saranno completati e le responsabilità chiarite, il Mediterraneo resterà spettatore di una vicenda sospesa tra solidarietà e tensione, fedele alla sua storia di rotte incerte e di passioni profonde.
