Ha scelto di parlare senza filtri, aprendo il cassetto dei ricordi più crudi e rivelando come Londra, un tempo, fosse per lei sinonimo di resa definitiva. Ospite del podcast Tintoria, Ema Stokholma rievoca la discesa agli inferi di un’esistenza segnata da violenza domestica, fughe improvvisate e notti trascorse all’aperto, prima della risalita.
Sulla soglia del baratro
Le strade della capitale britannica non le si sono mostrate come un’occasione di rinascita: al contrario, rappresentavano l’ultimo gradino prima dell’oblio. “Sono partita decisa a toccare il fondo, a lasciarmi alle spalle ogni tentativo di resistere”, racconta. Il desiderio di sottrarsi a un passato costellato di abusi materni e imposizioni aveva preso la forma di un biglietto di sola andata. All’arrivo, l’abisso non tardò a presentarsi: giornate intere trascorse a vagare senza meta, la consapevolezza di non avere più nulla da difendere e la convinzione, quasi paradossale, che solo il fallimento più profondo potesse diventare il seme di qualcosa di nuovo.
Con il passare dei mesi, l’idea di sopravvivere si trasformò in una sfida personale. Dormire in un cantiere o in un edificio abbandonato diventò routine, mentre un piede di porco – definito con ironia “migliore amico” – apriva portoni che nessuno sembrava reclamare. Il gruppo di persone con cui si muoveva, un miscuglio di giovani erranti e vecchi punk, condivideva poche regole ma un unico obiettivo: restare in piedi fino al giorno successivo. E quando si vociferava che in Inghilterra, se non ti sorprendevano nell’atto di entrare, non potevano più sfrattarti, quell’illusione bastava per tirare avanti.
Notte dopo notte nelle case occupate
Una sera, una casa apparentemente disabitata spalancò loro la porta. Gli interni, spogli e polverosi, sembravano confermare che nessuno mettesse piede lì da tempo. Eppure qualcosa stonava: corridoi troppo larghi, stanze che ricordavano aule spoglie. All’alba la verità venne a galla, quando la polizia li svegliò con tatto inaspettato: l’edificio era un’ex stazione della Metropolitan Police. Il paradosso di passare la notte in quello che un tempo era stato un presidio dell’ordine scatenò un riso amaro, quasi liberatorio, tra gli occupanti.
L’episodio si rivelò tutt’altro che traumatico. Gli agenti, più curiosi che ostili, li invitarono ad andarsene senza manette né minacce. “Fu un momento surreale”, ricorda Ema. “Eravamo abusivi in una struttura della polizia eppure fummo trattati con rispetto”. Quel risveglio, sebbene accidentale, le fece intuire che persino nel caos più totale poteva esistere un barlume di umanità, una parentesi di gentilezza inattesa.
Adolescenza spezzata e prime fughe
La fuga verso Londra si radicava negli anni precedenti, quando a quindici anni sbarcò da sola a Roma. Lì trovò lavoro con sorprendente facilità: la sua statura, il portamento e un volto che sembrava appartenere a una donna adulta la proteggevano da domande indiscrete sull’età. “Mi vedevano più grande, così nessuno si chiedeva cosa ci facessi da sola”, racconta. Ma la capitale, sebbene accogliente, non le offrì l’equilibrio cercato; rimase un rifugio provvisorio, un luogo di passaggio in cui prendere fiato prima di ripartire.
Il trasferimento successivo, Milano, avrebbe dovuto lanciarla nel mondo della moda. L’esperienza, invece, si rivelò un vortice di casting falliti e frustrazioni. Sfilare e posare richiedevano una dedizione totale che non sentiva propria. “Per fare la modella devi amare quel mestiere, io non lo amavo affatto”, ammette oggi. Il “flop”, come lo definisce con amara schiettezza, alimentò la sensazione di non avere un posto preciso nel mondo, preparandola inconsapevolmente alla radicalità delle scelte che avrebbe compiuto di lì a poco.
Sopravvivere di espedienti
Con il crollo di ogni certezza, il corpo iniziò a dettare le sue priorità: mangiare, ripararsi dal freddo, coprirsi. L’adattamento prese la forma di una strategia meticolosa: conoscere gli orari in cui i supermercati buttavano il cibo scaduto ma ancora commestibile, individuare i punti in cui i camion della spazzatura sostavano più a lungo. Frugare tra gli scarti divenne prassi, non una vergogna. “Era sopravvivenza pura, nient’altro”, commenta senza remore. Quei pasti improvvisati, consumati dietro un container o su un marciapiede, la convinsero che si può resistere a quasi tutto, purché si resti lucidi.
Altre volte, il bisogno prendeva strade ancor più rischiose. Nelle vie dello shopping londinese, Stokholma affinò un’abilità triste ma efficace: infilare capi d’abbigliamento sotto il giubbotto, strappare l’antitaccheggio, uscire dai negozi come se nulla fosse. La soddisfazione non stava nel bottino, ma nel riuscire a “vestire sette persone” con un solo colpo, come confessa con un velo di sarcasmo. I vestiti, spesso danneggiati dal foro dell’allarme rimosso, le ricordavano ogni volta il prezzo di quel gesto. Eppure, a quell’epoca, sembrava l’unica via per restare a galla in un mare di incertezze.
