La coalizione di centrodestra sta limando le ultime divergenze in vista delle regionali, costretta da scadenze ormai impellenti a sciogliere il nodo sul candidato che sfiderà il Movimento 5 Stelle in Campania e a chiudere i giochi anche in Veneto, dove la contesa interna è tutt’altro che sopita.
Il rebus campano: la svolta verso un profilo civico
Il panorama politico campano, reduce da anni di governo targato Vincenzo De Luca, vede la maggioranza nazionale muoversi con circospezione: il tempo stringe e una decisione non può più attendere. La scelta di presentare un volto estraneo ai partiti sembra ormai l’opzione preferita dai vertici di Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati, intenzionati a contrastare l’ascesa del pentastellato Roberto Fico con un profilo capace di allargare il consenso oltre le tradizionali roccaforti. Dietro le quinte si respira un’urgenza palpabile; i coordinatori locali, pressati dalle segreterie nazionali, prevedono un annuncio già entro la fine della settimana per non consegnare altri giorni di vantaggio all’avversario.
Nel frattempo si è consumata una selezione silenziosa ma decisa: l’ipotesi di candidare figure di lungo corso come il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli, il coordinatore leghista Gianpiero Zinzi o l’ex ministra Mara Carfagna è stata scartata. Al loro posto spiccano tre nomi “civici” ritenuti più appetibili da un elettorato stanco delle etichette di partito: il commissario della Zes Giosy Romano, il rettore della Federico II Matteo Lorito e il prefetto di Napoli Michele Di Bari. L’ombra di un quarto candidato, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, è apparsa e svanita in pochi giorni, archiviata in vista di altri impegni istituzionali.
Romano e Lorito, duello a due all’ombra del Vesuvio
A dispetto dell’elenco ristretto, l’orientamento più accreditato conduce a un confronto testa a testa tra Giosy Romano e Matteo Lorito. Romano, amministratore pubblico con solide credenziali e capace di dialogare con il tessuto produttivo, porta in dote l’esperienza maturata nella Zona economica speciale, considerata centrale per il rilancio dell’area metropolitana. Lorito, invece, incarna l’immagine dell’accademico prestato alla politica: da rettore ha rafforzato l’attrattività dell’università partenopea, accreditandosi come interlocutore credibile per il mondo della ricerca e dell’innovazione. Entrambi offrono una narrazione estranea alla militanza di partito, elemento giudicato decisivo per intercettare i voti moderati.
Dietro la scelta finale si celano, tuttavia, equilibri complessi: Fratelli d’Italia rivendica il diritto a guidare la partita in virtù del primato nei consensi, la Lega mira a non uscire ridimensionata e Forza Italia punta a preservare la propria identità. In questo gioco di pesi e contrappesi, Romano viene percepito come il candidato capace di soddisfare le istanze di sviluppo economico, mentre Lorito offre garanzie di competenza istituzionale e neutralità. L’ultimo verdetto dipenderà anche dall’abilità di chiudere accordi sul programma, più che sul semplice nome da spendere in campagna elettorale.
Il caso Veneto e le tensioni interne alla coalizione
Se in Campania la questione è quasi risolta, in Veneto la situazione appare invece incandescente. Matteo Salvini pretende di archiviare l’era Luca Zaia, giunto al terzo mandato, e di battezzare un nuovo governatore targato Lega. Di contro, Giorgia Meloni fa valere la recente affermazione di Fratelli d’Italia alle urne europee e politiche, rivendicando la guida di una Regione dove il centrodestra parte con un margine di vantaggio consistente. La possibile “lista Zaia”, gradita ai comitati locali ma vista con sospetto dagli alleati, aggiunge incertezza a un tavolo negoziale già carico di tensioni.
Ciò che è certo, fanno sapere fonti di maggioranza, è che nessuno attenderà l’esito delle urne nelle Marche del 28-29 settembre. Il timore di trascinare le trattative oltre la linea rossa di ottobre ha imposto un’accelerazione improvvisa. La consapevolezza di giocarsi una Regione strategica, soggetta a riflettori nazionali, spinge gli sherpa dei partiti a cercare un compromesso che eviti ulteriori fratture, preservando al contempo l’egemonia di ciascun leader sul proprio elettorato di riferimento. Gli emissari lavorano a una soluzione che consenta di presentare un volto condiviso senza sacrificare l’attuale equilibrio di potere.
Agenda dei leader: vertice risolutivo prima del viaggio di Meloni
La tabella di marcia si farà frenetica nei prossimi giorni. In calendario, mercoledì 17 settembre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiungerà Ancona per affiancare Antonio Tajani e Matteo Salvini alla chiusura della campagna elettorale marchigiana. Sarà quella, secondo indiscrezioni, l’ultima occasione utile per siglare un accordo definitivo sia su Campania sia su Veneto. Subito dopo, Meloni volerà a New York per intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite; un viaggio che impone di evitare provvisorietà e di arrivare oltre oceano con la questione candidati già archiviata.
Il vertice di Ancona, dunque, rischia di trasformarsi in una resa dei conti dai contorni decisivi. Se l’intesa dovesse materializzarsi, la coalizione potrà presentarsi compatta alle sfide autunnali; diversamente, la campagna elettorale si aprirebbe sotto il segno delle divisioni e offrirebbe agli avversari un’arma persuasiva. I leader sono consapevoli che un compromesso, per quanto sofferto, vale più di un confronto prolungato e incerto: l’obiettivo comune resta vincere in Regioni chiave senza incrinare la fisionomia collettiva di un’alleanza che ha fatto della coesione la propria cifra distintiva.
