La scarcerazione del giovane agente coinvolto nell’incidente mortale di via Porpora riaccende il dibattito sulle misure cautelari per chi guida in stato d’ebrezza, tra istanze di giustizia e garanzie costituzionali.
La decisione del gip
Il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi ha firmato, poche ore fa, l’ordinanza con cui dispone la liberazione di Giusto Chiacchio, 26 anni, fermato in flagranza dopo l’investimento costato la vita al venticinquenne Matteo Barone. Il magistrato, pur riconoscendo la gravità dell’episodio, ha ritenuto sproporzionata la detenzione preventiva rispetto alle esigenze cautelari evidenziate dalla procura. Per il gip la sospensione della patente, già prevista in via amministrativa, rappresenta uno strumento sufficiente a neutralizzare il rischio che l’indagato torni, nell’immediatezza, a mettersi al volante in condizioni analoghe. La scelta, destinata a far discutere, poggia sull’idea che la misura cautelare non debba assumere connotazione punitiva, ma preventiva e proporzionata.
Nella lunga motivazione, che ripercorre punto per punto la richiesta di custodia in carcere avanzata dal pubblico ministero, il giudice mette nero su bianco che l’indagato è incensurato, ha manifestato piena collaborazione nell’interrogatorio di convalida, e che il tasso alcolemico rilevato – pari a 0,60 grammi per litro – rientra nella soglia di lieve entità. Viene inoltre sottolineato che la velocità, seppur superiore ai limiti urbani, non appare frutto di una condotta deliberatamente spericolata. Insomma: si tratta, secondo il gip, di un quadro che non legittima la misura più afflittiva del sistema cautelare.
Il profilo personale dell’agente
Al momento dell’impatto Chiacchio non era in servizio; la divisa, da lui scelta come professione due anni fa, era appesa nell’armadietto del commissariato. Come riferito nel provvedimento, il giovane poliziotto non possiede precedenti penali né segnalazioni disciplinari. Un unico episodio di intossicazione alcolica, risalente a quasi ventiquattro mesi fa, aveva indotto l’amministrazione a collocarlo in un percorso di sorveglianza sanitaria, misura che – sottolinea il giudice – non si era mai tramutata in sanzioni. Quel precedente, per il tribunale, non basta a descrivere un’abitudine radicata all’abuso, né a prefigurare il rischio che egli torni a guidare in stato di alterazione.
Durante l’interrogatorio nel carcere di Bollate, il ventiseienne ha ricostruito i momenti antecedenti alla tragedia ammettendo di essersi mosso lungo via Porpora a una velocità compresa, a suo dire, «tra cinquanta e ottanta chilometri l’ora». Il giudice annota, tuttavia, «una ridotta dose di empatia» nelle sue parole, osservazione che non si traduce in un giudizio di pericolosità ma pone in evidenza la distanza emotiva con la quale l’indagato ha affrontato i fatti. Un dettaglio che colpisce, ma che resta sul piano etico e non su quello della necessità di misure detentive.
La dinamica dell’incidente
Erano le prime luci dell’alba di sabato 6 settembre quando Matteo Barone, 25 anni, stava attraversando le strisce pedonali all’altezza del civico 157 di via Porpora, arteria trafficata del quartiere nord‐est di Milano. L’auto guidata da Chiacchio è sopraggiunta e lo ha centrato in pieno, proiettandolo a diversi metri di distanza. Le pattuglie intervenute pochi minuti dopo hanno sottoposto il conducente all’etilometro, riscontrando un tasso di 0,60 g/l. Nella ricostruzione dei rilievi emergono dati che, pur delineando una condotta imprudente, non vengono catalogati come estremi di irresponsabilità estrema.
L’indagato, trasportato in ambulanza all’ospedale più vicino per accertamenti, avrebbe lasciato il pronto soccorso prima di completare le visite. L’uscita anticipata, contestata dalla procura come sintomo di possibile elusione, viene letta dal gip in modo diverso: un gesto che, pur censurabile, non indica automaticamente volontà di sottrarsi alle indagini, né testimonia l’intenzione di occultare prove. Il magistrato, nelle sue cinque pagine di ordinanza, insiste sul fatto che la responsabilità penale dovrà essere accertata nel dibattimento, ma che la fase cautelare obbedisce a criteri di stretta necessità.
Il confronto tra accusa e difesa
Il pubblico ministero Maurizio Ascione aveva invocato la permanenza in carcere, sostenendo l’esistenza di un concreto pericolo di recidiva e di inquinamento probatorio. A suo avviso, la precedente segnalazione per abuso di alcol e l’allontanamento dal pronto soccorso costituivano indizi di una propensione a eludere le regole. Di tutt’altro avviso l’avvocato Giuseppe Maria De Lalla, che ha evidenziato l’incensuratezza del cliente, la collaborazione immediata con gli agenti intervenuti e l’accettazione senza riserve dei test alcolemici. La dialettica fra accusa e difesa ha fatto emergere due visioni opposte del medesimo fatto.
Nella sintesi finale, il giudice ha sposato la tesi della difesa, sottolineando che l’irreprensibilità pregressa e la sospensione del documento di guida riducono a «grado prossimo allo zero» il rischio di nuove condotte analoghe. Al di là delle valutazioni tecniche, resta il dolore di una famiglia che ha perso un figlio di venticinque anni e il peso di una comunità sgomenta per l’ennesima morte sulle strisce. La vicenda, per ora, non si chiude: il processo accerterà responsabilità e colpe, mentre il dibattito pubblico torna a interrogarsi su sicurezza stradale e controlli.
