Mentre la guerra in Ucraina entra in una fase ancora più cruenta, gli Stati Uniti valutano di inasprire la stretta economica su Mosca per costringere il Cremlino a negoziare. Il nuovo giro di sanzioni, evocato dal presidente Donald Trump, si affianca alle pressanti richieste di Volodymyr Zelensky affinché l’Occidente reagisca immediatamente.
Kiev sotto i raid: l’appello di Zelensky
Le sirene hanno squarciato il silenzio di Kiev per oltre sette ore consecutive, mentre droni e missili russi cadevano su edifici residenziali e strutture governative, danneggiando persino il palazzo del Consiglio dei Ministri. Le autorità ucraine hanno contato più di quaranta feriti in tutto il Paese, venti dei quali soltanto nella capitale, ma i soccorritori continuano a cercare corpi sotto le macerie. Sumy, Odessa, Dnipro, Kremenchuk, Kryvyj Rih e Zaporizhia figurano nell’elenco delle località colpite, segno di una strategia che mira a diffondere paura ovunque.
Volodymyr Zelensky ha descritto questi bombardamenti come un tentativo deliberato di Vladimir Putin di saggiarne la capacità di resistenza e, allo stesso tempo, di misurare la determinazione dell’Occidente. «La Russia vuole capire se il mondo accetterà passivamente questo orrore», ha avvertito nel suo briefing serale, chiedendo una reazione «globale» che contempli sanzioni, dazi doganali e restrizioni commerciali capaci di far sentire a Mosca tutto il peso delle proprie azioni. Per il leader ucraino, soltanto un fronte compatto può trasformare l’indignazione in concreti strumenti di pressione.
La strategia di Bessent e del Tesoro USA
Nel cuore dell’amministrazione statunitense, il segretario al Tesoro Scott Bessent insiste sul fatto che l’unica via per costringere il Cremlino a trattare passi attraverso una stretta coordinata con l’Unione Europea. In colloqui con i partner europei, Bessent ha proposto di colpire non solo la Russia, ma anche i Paesi che continuano ad acquistare il petrolio di Mosca, imponendo tariffe secondarie tali da prosciugare la principale fonte di valuta estera del governo di Vladimir Putin. Una mossa che, nelle sue previsioni, accelererebbe il collasso economico russo.
Bessent dipinge la situazione come una corsa contro il tempo: da un lato la capacità delle forze ucraine di mantenere le proprie linee, dall’altro la resistenza di un’economia russa già provata dalle prime tornate di sanzioni. L’obiettivo dichiarato è «aumentare la pressione adesso», prima che Putin possa adattarsi. Per il Tesoro, combinare l’azione economica all’incremento degli aiuti militari destinati a Kiev costituirebbe la leva finale in grado di far convergere la diplomazia verso un cessate il fuoco credibile e duraturo.
Trump pronto alla “fase due” delle sanzioni
Ventidue giorni dopo l’incontro in Alaska fra Donald Trump e Vladimir Putin, la diplomazia langue e le armi dettano ancora i tempi. Durante un punto stampa alla Casa Bianca, il presidente statunitense è stato incalzato sui possibili «prossimi passi» contro il Cremlino. La risposta, per quanto lapidaria, ha fatto vibrare i mercati: «Sì, sono pronto». Nessun dettaglio, nessun calendario, soltanto la certezza che Washington non esclude di passare a misure più drastiche per fiaccare l’aggressore, anche alla luce degli attacchi continui subiti dalle città ucraine.
Secondo i consiglieri della Casa Bianca, la cosiddetta «fase due» potrebbe includere blocchi settoriali più severi, l’esclusione di intermediari che facilitano l’export energetico russo e nuove restrizioni sui beni dual use. Tuttavia, spiegano fonti interne, il vero nodo resta la sincronizzazione con l’Europa, indispensabile per blindare eventuali falle nelle sanzioni precedenti. Trump scommette sul fatto che l’economia russa, già in difficoltà per la carenza di carburante e altre criticità interne, sia vicina al punto di rottura, ma pretende «unità di intenti» prima di scoprire tutte le carte.
Il bivio diplomatico
Sullo sfondo di questi annunci si agita una verità semplice: i negoziati languono. Dalla fine del vertice in Alaska, nessun tavolo formale è stato convocato e Putin evita sistematicamente ogni proposta di cessate il fuoco. L’Ucraina sanguina, la Russia resta arroccata, mentre Washington e Bruxelles discutono di tariffe e divieti. Se la nuova ondata di sanzioni dovesse concretizzarsi, il Cremlino potrebbe trovarsi privato di risorse vitali proprio mentre le sue forze militari intensificano le operazioni lungo l’intero fronte orientale e meridionale.
Il rischio, avvertono diversi analisti, è che l’ulteriore irrigidimento economico spinga Mosca a reagire con azioni ancora più sfacciate sul terreno o nel cyberspazio, allungando i tempi di una pace già sfuggente. Allo stesso tempo, la finestra in cui l’esercito ucraino può sostenere l’urto senza un costante afflusso di aiuti occidentali si restringe di giorno in giorno. La partita, insomma, si gioca su una clessidra capovolta: occorre capire chi resterà senza fiato per primo, se l’aggressore o chi lo resiste.
