Odor di mosto, voci in due lingue e sculture tra i filari: sul confine fra Collio e Brda un progetto coraggioso intreccia arte, vino e identità condivisa, cancellando con la bellezza la linea che tagliò in due una sola collina.
Quando la Ribolla parla due lingue
Nella metà degli anni Novanta, due ragazzi nati nel medesimo 1975, Robert Princic e Matjaz Četrtič, si ritrovarono seduti nello stesso banco del Master in Wine Business di Trieste. Lì maturò la convinzione che il tratto di matita tracciato nel 1947 tra le alture di Collio e Brda non potesse sigillare per sempre l’energia di un territorio coltivato dagli stessi antenati. Quell’intuizione divenne un patto: produrre insieme una Ribolla capace di parlare la lingua del meridiano di Greenwich e quella di un dialetto condiviso, senza chiedere il permesso a nessuna dogana.
La promessa prese forma nel 2008 con Sinefinis, un metodo classico assemblato in parti uguali da grappoli che maturano sui due versanti; in etichetta campeggia la definizione “Made in European Union”, scelta provocatoria e, insieme, dichiarazione d’orgoglio. Ogni anno fra dieci e venticinquemila bottiglie attraversano frontiere istituzionali per finire sulle tavole di capi di Stato e di ambasciatori, diventando un esempio che le università citano come pratica virtuosa di cooperazione. Il vino, sostengono i due viticoltori, non conosce barricate, riconosce soltanto la stessa roccia, la stessa luce, la stessa fatica.
Un’identità ricucita tra filari
Quando l’armistizio del ’47 tagliò in due Gorizia, le famiglie contadine si trovarono con la casa su un lato e la cantina sull’altro; la terra, tuttavia, non accettò il diktat politico. Nei decenni successivi, la viticoltura terrazzata ha continuato a scorrere da una collina all’altra come linfa, cucendo un panorama di pergole e muretti a secco che rendono quasi invisibile la linea di confine. A chi passeggia oggi fra le vigne, il rumore che domina è ancora quello delle cesoie, non dei timbri doganali.
Proprio per estendere al paesaggio la collaborazione già sperimentata in cantina, i due produttori hanno scelto di affiancare alla viticoltura un intervento culturale che ricordasse a residenti e viaggiatori la naturale continuità di queste colline. Così è nato il progetto Ars Sine Finibus, che integra opere d’arte realizzate con materiali di recupero provenienti dalle cantine locali: doghe di barrique, gabbiette di spumante, radici secolari diventano linguaggio comune. L’estetica si mette al servizio della memoria collettiva, ricucendo l’identità là dove la carta geografica la aveva strappata.
Ars Sine Finibus: la creatività che valica i limiti
Curato dal gallerista Salvatore Marsiglione, il concorso rivolto ad artisti under 35 ha raccolto giovani italiani e sloveni in squadre miste, chiedendo loro di trasformare il tema del confine in una narrazione tangibile disseminata tra i filari. Sono nate installazioni come la “mucca senza passaporto”, ironica denuncia di un confine assurdo, o il grafico di produzione vinicola costruito con doghe, e ancora gabbiette fermatappo grandi come sculture industriali. Ogni opera vive dove nasce la materia prima, a pochi passi dalle radici delle viti.
Ad aggiudicarsi il primo riconoscimento è stata Scritto nelle pietre di Juliana Florez Garcia, Gloria Veronica Lavagnini e Tajda Tomsic: un arco che accoglie e un muro che respinge, circondati da pietre sospese e steli metallici, metafora del percorso verso una coscienza condivisa. La premiazione, ospitata nella cantina Gradis’ciutta il cinque settembre, ha riunito istituzioni e figure del mondo artistico, confermando che quando la politica del dialogo si intreccia con la creatività il risultato diventa patrimonio pubblico per l’intera comunità locale.
So(g)no, due sfere che respirano insieme
Parallelamente al concorso, gli ideatori hanno commissionato all’artista Marco Nereo Rotelli un’opera gemella installata nelle due aziende. Il risultato è So(g)no: sfere di acciaio Cor-Ten grandi quattro metri, concepite come acini monumentali capaci di inglobare suono, parola e scienza. All’interno pulsano le note di Alessio Bertallot, fluttuano i versi di Valerio Magrelli e Aleš Šteger, mentre la ceramica modellata da Giorgio Ciliberti accarezza le pareti, creando un’esperienza immersiva che fonde tattile, uditivo e visivo, in un continuum che coinvolge memoria, percezione e senso di appartenenza.
L’installazione dialoga letteralmente con le vigne: grazie al sistema Tree Talking brevettato dal climatologo Riccardo Valentini, sensori applicati alle viti trasformano variazioni di umidità e flusso linfatico in impulsi sonori che si diffondono dentro le sfere. È come se le piante sussurrassero la propria storia, ricordandoci che ogni bicchiere è figlio di una conversazione fra uomo e natura. La stessa scultura, replicata una in Italia e una in Slovenia, materializza il principio che ispira tutto il progetto: due cuori, un solo respiro.
Un messaggio per il futuro comune
Per Četrtič l’esperienza di Go!2025, il programma che unisce Gorizia e Nova Gorica sotto il titolo di Capitale europea della cultura, dimostra che la cooperazione non è un sogno poetico ma una strategia concreta di sviluppo territoriale. In occasione della premiazione, il produttore sloveno ha ricordato come i progetti condivisi abbiano generato nuovi servizi, maggiore visibilità internazionale e, soprattutto, un ritrovato orgoglio di comunità. Il confine, ha dichiarato, resta soltanto nella testa di chi non ha ancora camminato fra questi filari.
Princic rincara la dose sottolineando che l’etichetta Sinefinis è stata additata dall’ambasciata italiana a Ljubljana come modello di collaborazione oltre i nazionalismi. Il produttore friulano insiste sul fatto che la parola “europeo” non è un compromesso ma un valore aggiunto: il vino racconta una storia di famiglie, non di bandiere. Chiude con un invito: «Portate un amico fra questi vigneti, assaggiate il silenzio che cova sotto i tralci e scoprirete che il futuro può nascere soltanto insieme». Un auspicio che risuona come brindisi corale alla prossima vendemmia.
