Il 10 settembre, alle 20.30, la Basilica Papale di Santa Maria Maggiore si trasformerà in un grembo sonoro: il Cidim affida alle mani esperte dell’Ensemble Festina Lente la celebrazione dei cinquecento anni di Giovanni Pierluigi da Palestrina attraverso la Messa “Regina Coeli” a quattro voci.
Una serata per onorare un genio rinascimentale
Nelle navate ricamate di mosaici, la musica di Palestrina tornerà a diffondersi dove un tempo risuonò in liturgia, segnando un incontro ideale fra passato e presente. Il concerto, inserito nella rassegna Il Sacro in Musica sostenuta dalla Regione Lazio, non è un semplice omaggio commemorativo: è un rito collettivo che mette in dialogo cinque secoli di storia spirituale. L’appuntamento scocca nel pieno del Giubileo, circostanza che accresce il valore simbolico di ogni nota; il pubblico sarà avvolto da quelle linee polifoniche che hanno fatto di Palestrina il modello imprescindibile per la scrittura sacra rinascimentale, capace di coniugare rigore contrappuntistico e trasparenza mistica.
L’iniziativa nasce da un percorso che il Cidim porta avanti da anni per restituire alle comunità ecclesiali e civili il tesoro della scuola romana del Cinquecento. Si tratta di un’opera di riscoperta che coinvolge musicologi, interpreti e istituzioni, tutti chiamati a ricostruire contesti, prassi e sonorità originarie. In questo quadro, la scelta di Santa Maria Maggiore non è casuale: l’antica basilica fu anche luogo di servizio per il compositore di Palestrina, che vi lasciò traccia indelebile del suo genio. Ritrovarne oggi la musica in quello spazio significa riannodare fili di memoria e di fede che il tempo non è riuscito a spegnere.
Il progetto liturgico-musicale e la sfida dell’autenticità
Il cuore del programma è la Messa “Regina Coeli”, proposta in una ricostruzione de beata secondo l’uso romano del XVI secolo. L’Ensemble Festina Lente, fondato e diretto da Michele Gasbarro, ha intrecciato ricerca filologica e sensibilità odierna, ponendosi l’obiettivo di restituire non solo le note, ma l’intero respiro liturgico di quell’epoca. La scansione delle parti, l’alternanza dei timbri, il dialogo organo-voci: tutto è stato ripensato per far emergere la luminosità della scrittura palestriniana, senza rinunciare alla spontaneità interpretativa che rende viva ogni esecuzione in un luogo sacro.
Il gruppo schiera un organico calibrato su prassi storica: Stefano Guadagnini (cantus), Enrico Torre (altus), Andres Montilla Acuero (tenore), David Maria Gentile (baritono) e Gabriele Lombardi (basso) tessono l’intelaiatura vocale, affiancati dagli strumenti antichi di David Brutti al cornetto, Giulia Bonomo alla dulciana, Michele Carreca al chitarrone, Alessandro Albenga all’organo e Matteo Coticoni al contrabbasso. La presenza strumentale non è mero ornamento, bensì elemento strutturale che amplifica il colore dei cori, restituendo quell’equilibrio che rende la polifonia di Palestrina un vertice di misura e spiritualità.
I protagonisti sul palcoscenico sacro
Il direttore Michele Gasbarro guida l’ensemble con un gesto che combina rigore accademico ed empatia teatrale. Le sue scelte agogiche tendono un arco d’ascolto continuo, evitando scorciatoie emotive e puntando su una lettura che lascia respirare le linee interne della partitura. La cura del dettaglio – dalle legature alle cesure di frase – illumina le simmetrie contrappuntistiche, ma non soffoca la forza spirituale del testo liturgico, anzi ne rilancia la tensione verso l’alto. Gasbarro, in questo senso, agisce da ponte fra il laboratorio filologico e la sensibilità di chi ascolta, rendendo accessibile la complessità di un linguaggio che mantiene intatto il suo potere di elevazione.
Accanto a lui, gli interpreti vocali incarnano la bellezza di un canto disciplinato all’arte dell’insieme. Guadagnini porge il cantus con chiarezza adamantina, Torre distende un registro altus duttile, Montilla Acuero cesella le parti di tenore con elegante fluidità, mentre Gentile e Lombardi ancorano la struttura armonica con timbri ricchi di fondamentali. Lo strumentario storico, guidato da Brutti e Bonomo, aggiunge un contrappunto di colori che esalta la dimensione cerimoniale dell’esecuzione. Il risultato finale promette un equilibrio raro fra ricerca dotta e impatto sensoriale, capace di trasportare l’ascoltatore dentro l’architettura sonora di una messa rinascimentale.
Voci istituzionali: gratitudine e visione
Il presidente del Cidim e di Aiam, Francescantonio Pollice, ha sottolineato con convinzione quanto questo concerto rappresenti “un’opportunità irripetibile per far risuonare, proprio dove nacque, la grande tradizione sacra romana”. Il suo ringraziamento al cardinale Rolandas Makrickas, Arciprete di Santa Maria Maggiore, non è un atto di cortesia ma il riconoscimento di una sinergia senza la quale il progetto non avrebbe trovato la cornice ideale. Pollice vede in questa serata il punto d’incontro fra ricerca artistica, impegno istituzionale e partecipazione del pubblico, un triangolo virtuoso che consente di riportare la polifonia classica dentro la vita quotidiana della comunità.
Dal canto suo, il cardinale Makrickas ha messo l’accento sul rilievo spirituale dell’evento. L’anno giubilare, ha affermato, rende ancora più eloquente l’appuntamento, quasi a indicare che la musica sacra non è un capriccio estetico, ma un canale privilegiato per la preghiera e la memoria. A suo giudizio, l’esecuzione della Messa “Regina Coeli” in basilica riattiva un patrimonio che appartiene non solo agli studiosi, ma all’intero popolo dei fedeli e dei pellegrini. Così, nell’armonia fra polifonia antica e contesto liturgico odierno, la serata dell’Ensemble Festina Lente diventa testimone di un’eredità viva, pronta a risuonare nei cuori e nelle navate, portando con sé il soffio universale della bellezza.
