Le morti sul lavoro non concedono tregua: soltanto a settembre, ben 21 lavoratori hanno perso la vita, e la provincia di Roma detiene il triste primato nazionale di questo 2025.
Settembre, un drammatico conteggio in crescita
La tragica progressione di questo inizio autunnale è fotografata dai dati raccolti da Piero Santonastaso, cronista che da anni monitora ogni singolo incidente. Fino alla giornata precedente si contavano 17 decessi nel solo settembre, una media di circa 2,4 vittime al giorno, già superiore a quella che la percezione collettiva accredita come “normale”. Poi, l’ennesimo evento mortale con quattro operai caduti sul lavoro ha spinto il totale a 21, avvicinando la soglia simbolica dei tre caduti quotidiani e mostrando con crudezza la vulnerabilità del rientro post-ferie.
Il quadro, tuttavia, era già apparso cupo nei primissimi giorni del mese. Il 1° e il 3 settembre sono stati segnati da cinque decessi ciascuno, un numero che in sole ventiquattr’ore annichilisce ogni statistica e trascina famiglie e colleghi in un lutto collettivo. Quando un simile picco si manifesta due volte nell’arco di 72 ore, la dimensione episodica scompare e l’emergenza diventa strutturale. Quei due drammatici martedì e giovedì hanno insomma anticipato, con doloroso anticipo, quello che i dati complessivi confermano oggi.
L’evoluzione dei numeri annuali e i giorni più cupi
Allargando lo sguardo all’intero 2025, il conteggio di 761 morti fino alla serata di ieri traduce in cifre un lutto che pare inarrestabile. La media, salita a 3,1 vittime giornaliere, supera la soglia psicologica che, purtroppo, molti addetti ai lavori considerano ormai abituale. Ogni decimale nascosto dietro quella virgola racconta in realtà di padri, madri, figli che non faranno più ritorno a casa. Eppure i numeri, spietati, sono indispensabili per misurare la portata del problema e per impedire che l’assuefazione prenda il sopravvento.
Gli scarti fra un mese e l’altro descrivono un andamento a ondate. Giugno, con 3,7 decessi quotidiani, e luglio, impennatosi fino a 3,9, hanno lasciato dietro di sé date scolpite nella memoria: l’11 giugno con dodici vittime, il 16 luglio e il 4 agosto con dieci. Ad agosto, un’apparente tregua ha abbassato il ritmo a 2,5 morti al giorno, per un totale di 78. Ma persino questa “pausa” estiva ricorda che un bollettino ridotto non è mai sinonimo di sicurezza conquistata.
I limiti delle statistiche ufficiali
Nel dibattito pubblico si tende spesso a citare i dati ufficiali, quasi fossero l’unica bussola disponibile. Santonastaso adopera invece criteri più larghi rispetto a quelli dell’Inail, e la differenza non è di dettaglio: l’istituto elabora solo le denunce provenienti dai comparti assicurati, lasciando fuori circa un quinto della forza lavoro nazionale. Molti professionisti, pur esposti a gravi rischi, non rientrano nei registri e la loro eventuale scomparsa non scalda le statistiche istituzionali, perpetuando un vuoto di consapevolezza, e alimentando un pericoloso senso di distanza fra chi osserva le tabelle e chi, ogni mattina, indossa casco e scarpe antinfortunistiche.
Il caso emblematico riguarda i vigili del fuoco, lavoratori la cui missione di soccorso comporta pericoli evidenti, ma che dispongono di un regime assicurativo separato. Di fatto, se un pompiere perde la vita durante un intervento, il suo nome non comparirà nel conteggio Inail. Questa lacuna rischia di falsare ogni analisi, attenuando la percezione di un fenomeno che in realtà attraversa ogni categoria professionale e rende urgente un sistema di rilevazione che non lasci indietro nessuno, né sul piano delle cifre né su quello delle responsabilità.
Roma maglia nera, seguono Napoli e Brescia
Nell’elenco provinciale, che Santonastaso aggiorna quotidianamente, spicca la drammatica leadership della capitale. Roma totalizza finora 37 vittime da gennaio, un bilancio che supera di cinque unità il secondo gradino occupato da Napoli con 32 e di tredici rispetto ai 24 decessi registrati a Brescia. Dietro quei numeri scorrono storie diversissime: cantieri stradali, aziende agricole, magazzini, stabilimenti industriali, specie quando si intreccia con la densità abitativa e con la complessità economica di aree metropolitane.
La concentrazione di incidenti nella capitale non è un caso isolato, ma un segnale che chiama in causa il modello produttivo di una provincia sterminata, punteggiata di aree industriali, di micro-cantieri nel tessuto urbano e di flussi di pendolarismo che frammentano le responsabilità. Quando le filiere sono lunghe e la vigilanza si disperde in mille rivoli, ogni anello debole può trasformarsi in una trappola mortale. Il confronto con le altre province, insomma, deve spingere a domandarsi non solo dove si muore, ma perché.
