I magistrati calabresi hanno escluso Mimmo Lucano dalla competizione per il rinnovo del Consiglio regionale: una decisione maturata nel giro di poche ore che ha acceso l’attenzione nazionale e innescato un immediato controricorso. L’ex sindaco di Riace, oggi europarlamentare, vede così messa in discussione la propria candidatura nelle liste di Avs.
La decisione di Reggio Calabria e Costanza
Il provvedimento di esclusione è arrivato dalle commissioni elettorali dei Tribunali di Reggio Calabria e Costanza, organi che hanno esaminato le candidature e hanno ritenuto non ammissibile la presenza di Lucano sulle liste di Avs. In base all’analisi svolta, il dato determinante è stato il profilo di incandidabilità emerso dalla normativa vigente: le carte processuali, consegnate in queste ore agli uffici, hanno evidenziato la condanna a un anno e sei mesi inflitta a Lucano per falso ideologico nel procedimento denominato “Xenia”. Le commissioni, a quel punto, hanno considerato la norma in maniera tassativa e proceduto al depennamento.
Il contesto è quello di una Calabria che si prepara alle urne con un quadro politico già complesso. L’intervento dei tribunali è, dunque, destinato a pesare sugli equilibri di coalizione, costringendo Avs a rivedere in corsa la propria strategia elettorale. Il ricorso alla legge Severino non arriva come un fulmine improvviso: se ne discuteva da giorni nei corridoi della politica regionale, ma la formalizzazione dell’esclusione ha comunque sorpreso parte dell’opinione pubblica. In una campagna elettorale condotta in tempi stretti, la cancellazione di un nome noto richiede ora un delicato riposizionamento interno.
Il peso della Legge Severino sul caso Lucano
Sul tavolo dei giudici, determinante è stata la Legge Severino, che stabilisce l’incandidabilità di amministratori condannati in via definitiva per determinati reati. Tale disciplina, concepita per garantire trasparenza e moralità nella rappresentanza istituzionale, finisce per incidere duramente sulle carriere politiche di figure con condanne inferiori a due anni. Nel caso di Lucano, la sentenza sul dossier “Xenia” è bastata a innescare l’interdizione: la pena, pur sospesa, è stata ritenuta sufficiente a configurare l’automatica esclusione, senza margini di discrezionalità per le commissioni.
Il dibattito riemerge così con forza: da un lato l’esigenza di tutelare la legalità, dall’altro il diritto di un eletto a rappresentare il proprio elettorato. Lucano porta sulle spalle un percorso politico costellato di riconoscimenti nazionali e internazionali per l’accoglienza ai migranti, ma anche di procedimenti giudiziari che lo hanno segnato in maniera indelebile. La Severino, pensata per prevenire l’illegalità nella pubblica amministrazione, diventa per molti un tema delicato, chiamando in causa il rapporto tra condanna penale e chance di rappresentanza democratica.
Il ricorso alle Corti d’appello
Gli avvocati di Lucano si sono mossi con tempestività, depositando due distinti ricorsi alle Corti d’appello di Reggio Calabria e Catanzaro. Le istanze puntano a ottenere la riammissione nelle liste, sostenendo che la condanna non dovrebbe tradursi in incandidabilità automatica per il livello regionale. Viene evidenziato come il procedimento “Xenia” non abbia inciso su reati di stampo corruttivo o patrimoniale connessi direttamente all’attività amministrativa in atto, bensì su un episodio di falso ideologico la cui portata, secondo la difesa, non giustificherebbe l’estromissione.
La strada giudiziaria non sarà rapida. Le Corti dovranno valutare se esistano spazi per un’interpretazione meno rigida, tenendo conto delle specificità del caso. Nel frattempo, Avs resta con un vuoto di rappresentanza nelle proprie liste. La possibile riammissione di Lucano determinerebbe una rimodulazione dell’assetto elettorale della coalizione, mentre un rigetto obbligherebbe a consolidare l’esclusione, con ripercussioni su voti e consensi in un territorio storicamente sensibile alle battaglie sociali dell’ex sindaco.
La reazione dell’ex sindaco e il clima politico
Interpellato a caldo, Lucano ha scelto un tono misurato: niente proclami, nessuna polemica aperta, soltanto la convinzione che dietro l’esclusione vi sia una “regia politica”. “Sembra esserci un filo che collega la vicenda penale, la decadenza da sindaco e ora la cancellazione dalla competizione,” ha osservato, rifiutando però di alimentare ulteriori contrasti. Le sue parole risuonano come un appello alla riflessione su un sistema in cui, a suo dire, questioni giudiziarie e scelte politiche si intrecciano in modo inestricabile.
L’ambiente politico calabrese, già attraversato da antiche rivalità, reagisce ora a questa nuova scossa. I sostenitori di Lucano denunciano un’ingiustizia che, a loro avviso, priva gli elettori di un simbolo dell’accoglienza. I detrattori, invece, rivendicano il rispetto della norma e la necessità di mantenere alto il profilo etico delle istituzioni. In attesa della pronuncia delle Corti d’appello, la vicenda si colloca al centro di una campagna elettorale che promette di essere incandescente, con riflessi ben oltre i confini regionali.
