Quando la Storia irrompe negli album di famiglia, il confine tra pubblico e privato si dissolve: con «Le mani di mio padre. Una storia di famiglia russa» Irina Scherbakova ha convinto giuria popolare e critica, aggiudicandosi il Premio Friuli Storia 2025.
Tra volti di famiglia e archivi di Stato
La narrazione di Scherbakova si apre con fotografie domestiche il cui silenzio è spezzato dalle mani ferite del padre. Quelle dita contratte, segnate dal servizio militare, guidano il lettore lungo un itinerario che incrocia rivoluzioni, campagne di terrore e conflitti contemporanei, senza mai smarrire la dimensione umana di ogni evento. Non c’è didascalia che basti a contenere il dolore depositato sulla pelle, e proprio da questa frattura nasce il dialogo fra memoria privata e analisi storica: un montaggio di voci, documenti e sussurri capaci di restituire un secolo di Russia al di fuori dei riflettori ufficiali.
Il ricordo si estende alla figura di Etlja Jakubson, bisnonna dell’autrice, e attraverso di lei attraversiamo la presa del potere bolscevica, le purghe staliniane, la Guerra fredda e le attuali operazioni militari dell’era Putin. Ogni fase è filtrata dall’incertezza di chi raccoglie cimeli in un cassetto o brucia lettere per paura di nuove persecuzioni. Così la Storia con la maiuscola si rivela non come successione di date, ma come pressione costante sulle scelte quotidiane, imponendo interrogativi su ciò che si tramanda, su quello che si tace e sull’impatto che tutto questo produce sulle identità successive.
Le stanze dell’Hotel Lux: teatro di speranze e timori
Fra il 1924 e il 1945 la famiglia Scherbakova, ebrei d’origine ucraina, abitò due camere dell’Hotel Lux, a pochi metri dal Cremlino e dai vertici del Comintern. Gli spazi angusti, attraversati da lingue diverse e da entusiasmi rivoluzionari, diventano nella ricostruzione dell’autrice un microcosmo che racconta l’ansia di chi viveva a ridosso del potere senza potervi davvero appartenere. Dai corridoi impregnati di fumo alle divise che scivolano nella notte, ogni dettaglio evoca la precarietà di esistenze in bilico, sospese sul filo di un ordine improvviso che poteva trasformare un compagno di stanza in un nemico del popolo.
Nella stessa cornice, il gesto quotidiano del padre che nasconde le proprie cicatrici richiama migliaia di reduci sovietici rimossi dalla propaganda dopo il 1945. La narrazione rende visibile quel dolore clandestino: non un’eroica esposizione, ma una forma di silenzio che grida. Attraverso quelle mani, Scherbakova restituisce dignità a soldati scomparsi dagli archivi ufficiali, ma presenti nella memoria dei figli. La somma di tanti destini individuali si trasforma in un atto d’accusa contro qualsiasi tentativo di semplificare la complessità del passato o di relegarla nelle note a piè di pagina della storiografia.
La forza di un verdetto popolare
A decretare il successo del volume è stata una giuria di 360 lettori, il collegio più numeroso tra i premi italiani di saggistica, che ha assegnato a Scherbakova il 55 per cento delle preferenze. Questa partecipazione, tutt’altro che simbolica, spinge l’attenzione dal giudizio degli addetti ai lavori alla sensibilità di un pubblico ampio, curioso di ritrovare nella grande politica i riflessi di drammi privati. Il voto collettivo diventa così un atto di riconoscimento reciproco tra chi scrive e chi legge, sugellando un patto fondato sulla condivisione di emozioni e di metodo.
Alle spalle della vincitrice si sono collocati Carlo Fumian con uno studio sull’invisibile mercato mondiale del grano tra XIX e XX secolo e Gustavo Corni con la sua analisi dell’Italia occupata fra 1917 e 1918. Il distacco non mortifica la qualità degli altri finalisti; semmai testimonia il desiderio di testi capaci di fondere analisi documentaria e racconto esistenziale. Quando le vicende di una casa diventano lenti per osservare l’evoluzione di un impero, il lettore ritrova sé stesso nella pagina, e la classifica finale lo dimostra.
La studiosa, la traduttrice, l’attivista
Nata a Mosca nel 1949 e oggi di stanza a Berlino, Scherbakova si è formata in Germanistica, discipline dalle quali ha tratto una sensibilità particolare per le sfumature linguistiche. Negli ultimi anni Settanta ha iniziato a registrare le parole dei sopravvissuti ai gulag, concentrandosi non soltanto su ciò che veniva detto, ma anche sulle pause, sugli sguardi, sulle esitazioni che continuano a tradire il timore delle repressioni staliniane. In quel silenzio compresso ha imparato a distinguere le crepe da cui filtrano verità rimosse, trasformandole in tessere di una narrazione ampia e precisa.
La stessa accuratezza la guida quando traduce Franz Kafka, Heinrich Böll o Christa Wolf, ponte culturale fra Russia e mondo tedesco. Ma il suo nome resta legato soprattutto a Memorial, l’associazione di cui è co-fondatrice, impegnata dai primi anni Novanta nel documentare le repressioni sovietiche. Il lavoro paziente sugli archivi dell’ex KGB ha generato un patrimonio di dati e coscienze che nel 2022 è stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Tra cattedra universitaria e piazza pubblica, la studiosa dimostra che la ricerca può diventare strumento di responsabilità civile, senza perdere rigore accademico.
Friuli Storia: dodici anni di passione civile
Giunto alla dodicesima edizione, il Premio Friuli Storia poggia su un’alleanza fra istituzioni territoriali e comunità scientifica: Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Banca di Udine BCC, Comune di Udine e Poste Italiane sostengono un progetto coordinato da Tommaso Piffer con il contributo di storici del calibro di Elena Aga Rossi, Roberto Chiarini, Ernesto Galli della Loggia, Ilaria Pavan, Paolo Pezzino, Silvio Pons, Andrea Possieri e Andrea Zannini. L’incontro fra risorse locali e competenze nazionali garantisce la selezione di opere solide sul piano metodologico e incisive sul versante narrativo.
Il riconoscimento verrà consegnato lunedì 25 ottobre a Udine, in una cerimonia che supera la dimensione celebrativa per tradursi in momento di confronto pubblico. L’autrice, la giuria e i lettori si ritroveranno davanti alle stesse pagine che li hanno uniti, smontandone i passaggi, interrogandone i vuoti, rilanciando domande sui nodi irrisolti del Novecento e sulle tensioni attuali della Federazione russa. Quando la memoria dei singoli diventa patrimonio collettivo, la sala di un premio letterario si trasforma in spazio civico, aperto al dialogo tra generazioni.
Il Circolo della Storia e l’eredità condivisa
Accanto al premio si consolida il Circolo della Storia, sperimentato nel 2024 con oltre 1200 partecipanti e ora pronto a espandersi. Il progetto prevede un portale digitale, una newsletter settimanale ricca di recensioni e contributi di studiosi italiani e stranieri, oltre a incontri in presenza e appuntamenti online. L’obiettivo è costruire una rete di confronto che superi i confini geografici, aprendo la discussione sulla storia contemporanea a chiunque desideri cimentarsi con fonti e interpretazioni, dal neofita al ricercatore già abituato a frequentare gli archivi.
Grazie a questa piattaforma, il Premio Friuli Storia punta a coinvolgere centinaia di migliaia di lettori su tutto il territorio nazionale, favorendo un percorso di approfondimento continuo. Articoli verificati, dibattiti pubblici e strumenti didattici saranno messi a disposizione di scuole, università e singoli appassionati. In un’epoca di frenesia digitale, offrire spazi di ascolto e di studio condiviso significa riaffermare il valore del tempo lento, indispensabile per comprendere davvero il passato e orientare il presente.
