Quattro nuovi incidenti mortali hanno spinto il conteggio di settembre a 21, mentre nell’intero 2025 le vittime registrate da Piero Santonastaso attraverso il progetto Morti di lavoro hanno già raggiunto quota 761. Numeri che, a ogni aggiornamento, pongono il Paese davanti a un’emergenza irrisolta.
Un bilancio che si aggrava di ora in ora
La giornata odierna, con quattro caduti, ha fatto scattare il contatore delle morti sul lavoro di settembre da 17 a 21, confermando la drammatica tendenza che accompagna la ripresa di tutte le attività dopo la pausa estiva. Secondo il monitoraggio curato quotidianamente da Santonastaso, la media del mese si attesta ora a 2,4 decessi al giorno, un valore leggermente più basso della cifra–simbolo di tre, spesso citata come riferimento informale. L’attenzione resta però altissima: i primi e i terzi giorno del mese hanno già registrato, ciascuno, cinque vittime, segnale inequivocabile di quanto fragile sia la sicurezza in molti comparti produttivi.
Il reporter sottolinea come il dato, seppure inferiore alla “vulgata” che indica tre morti quotidiane, sia destinato a crescere con l’intensificarsi dei flussi di lavoro. E lo scenario complessivo lo conferma: dall’inizio dell’anno, aggiornato a ieri, le perdite accertate sono 761, con una media giornaliera di 3,1. Ciò significa che la soglia di allarme non è un’astratta soglia psicologica, ma un confine già superato per l’intero 2025. Le giornate più nere restano l’11 giugno con dodici caduti e, a seguire, il 16 luglio e il 4 agosto, entrambe con dieci morti.
Roma e il triste primato
Tra i territori, il primato delle perdite spetta ancora a Roma. Con il decesso segnalato oggi, la provincia capitolina totalizza trentasette vittime da gennaio, distanziando di cinque lunghezze Napoli, ferma a trentadue, e di tredici Brescia, che ne conta ventiquattro. Il dato non è soltanto statistica: fotografa un contesto metropolitano ad alta densità produttiva dove, dalla logistica ai cantieri, la tutela dei lavoratori continua a mostrarsi insufficiente. Sulla capitale si concentra, dunque, l’attenzione di operatori, sindacati e istituzioni, chiamati a interrogarsi sulle cause strutturali che rendono il territorio più esposto.
Se si considera che il monitoraggio di Morti di lavoro non si limita alle sole categorie assicurate Inail, il sorpasso di Roma appare ancora più significativo, perché include quelle professioni che, pur restando essenziali al funzionamento della città, sfuggono ai circuiti assicurativi tradizionali. Il capitale umano disperso in questi incidenti non può essere ridotto a un numero; è l’insieme di storie, famiglie, comunità sgomente che restano prive di risposte. La geografia degli incidenti, pertanto, non è una graduatoria astratta, ma un indicatore diretto dell’urgenza di interventi mirati su scala locale.
Il progetto ‘Morti di lavoro’
Quando, alcuni anni fa, Piero Santonastaso decise di aprire una pagina Facebook dedicata alle morti sul lavoro, l’obiettivo era semplice quanto ambizioso: restituire un volto e un contesto a tragedie che, troppo spesso, si perdevano nei resoconti burocratici. Oggi quel progetto vive anche su Instagram e, giorno dopo giorno, compone un archivio indipendente che integra e, in molti casi, amplia il perimetro delle statistiche ufficiali. Il suo metodo non aspetta le cadenze mensili degli enti pubblici, ma registra in tempo reale ogni incidente di cui si trova traccia verificabile.
La differenza principale con i dati diffusi da Inail riguarda il campo di osservazione: l’istituto elabora soltanto le denunce provenienti dai datori di lavoro assicurati, tagliando fuori fin dall’inizio circa un quinto della forza lavoro italiana. Santonastaso invece include anche i settori privi di copertura Inail, come i vigili del fuoco, categoria simbolo di un paradosso: salvare vite senza essere tutelati da quella stessa rete assicurativa che dovrebbero incarnare. La sua scelta metodologica rende più visibile l’intera dimensione del fenomeno, offrendo un quadro realistico e, al tempo stesso, più inquietante.
I numeri di un’estate drammatica
L’analisi retrospettiva evidenzia un ritmo altalenante che, durante l’estate, ha toccato picchi inquietanti. Agosto si è chiuso con settantotto vite perdute e una media di 2,5 al giorno, un rallentamento rispetto a luglio, quando la media aveva quasi sfiorato le quattro unità quotidiane attestandosi a 3,9. Giugno non era andato molto meglio, fermandosi a 3,7. All’interno di questi mesi, singole giornate hanno assunto le sembianze di autentiche stragi silenziose, come l’11 giugno – dodici decessi – o il 16 luglio e il 4 agosto, entrambi segnati da dieci incidenti fatali.
Superare la soglia delle tre vittime giornaliere, avverte Santonastaso, è già di per sé un segnale d’allarme. Non si tratta di un indicatore astratto, ma di una misura concreta del rischio che, quando viene oltrepassata, annuncia un deterioramento complessivo dei livelli di prevenzione. A forza di convivere con cifre così dure, si corre il pericolo di normalizzare l’eccezionale. Eppure, come mostrano i dati più recenti, basta un lieve incremento dell’attività produttiva perché il numero delle vite spezzate torni subito a salire, mettendo in discussione la residua fiducia nei progressi sinora rivendicati.
