Lo sguardo femminile, con tutte le sue sfumature di desiderio, delusione e attesa, torna protagonista nelle nuove opere di Massimo Fontanini, pronte ad animare le sale di Brera dall’11 al 20 settembre.
Il ritorno del maestro nello storico atelier milanese
Tornare a esporre nel cuore di Milano significa per Fontanini riaffacciarsi là dove, dieci anni fa, la personale “C’era una volta… e poi” lo consegnò all’attenzione nazionale. Oggi l’Atelier Cesare Crespi, aperto ogni giorno dalle 10 alle 18 (con inaugurazione fissata alle 18.30), accoglie l’ultima tappa di un percorso maturo che mette al centro l’universo femminile. Dipinti, studi e bozzetti ruotano intorno a un tema unico: quell’intreccio di emozioni che si riflette negli occhi delle protagoniste e che diventa, per chi osserva, una sorta di confessione silenziosa. Non c’è dettaglio che cada nell’indifferenza: una postura, un capo chinato, persino un’ombra sul pavimento parlano di gioie improvvise o di speranze rimaste sospese.
Ogni tela, pur svelando un frammento di vita, è costruita con la precisione narrativa di chi conosce a fondo il linguaggio pittorico. Fontanini affida agli sguardi concessi – e ancor più a quelli negati – il compito di raccontare le contraddizioni di un’epoca che pretende certezze ma continua a generare inquietudini. Sotto la superficie cromatica emergono tensioni intime che valgono più di un dialogo: un lampo di delusione, un verso di rabbia soffocata, la fierezza di chi non accetta compromessi. In questa orchestrazione silente c’è la forza di un racconto che non ha bisogno di parole per colpire l’animo dell’osservatore.
Un decennio dopo la prima personale: il filo rosso degli sguardi
A distanza di dieci anni esatti dalla mostra che lo portò dai confini del Trentino Alto Adige alla Sardegna, il pittore milanese sceglie di indagare il rapporto fra volto e identità. La giovane soldatessa di “The new America way” (olio su tela, 120×120 cm, 2025) scruta lo spettatore da sotto l’elmetto, lasciando trapelare la delusione per un’illusione svanita. È uno sguardo che graffia e interroga, ormai privo di retorica patriottica, in cui la speranza personale si sovrappone al peso di un simbolo collettivo. Lo sguardo diventa qui uno specchio fedele: riflette quel breve istante in cui il coraggio mostra la propria fragilità.
Di segno opposto, ma non meno intenso, è “Sono appagata” (olio su tela, 90×120 cm, 2024). La modella, capelli ramati intrecciati in dreadlocks, si abbandona al pavimento con un’espressione che celebra la pienezza di una notte felice. La luce, radente, accarezza la pelle in un abbraccio caldo e complice. Il corpo disteso parla di libertà conquistata e custodita, mentre gli occhi, colmi di serenità, confermano la vittoria di un presente senza ombre. In uno stesso ciclo pittorico convivono quindi sconfitta e trionfo, malinconia e gioia, a testimonianza di una femminilità multiforme che sfugge a ogni categoria rigida.
Tra le stanze di Brera: viaggio in un universo al femminile
Chi attraverserà vicolo Piero Manzoni troverà un’esposizione gratuita che alterna grandi formati ad opere più raccolte, spesso concentrate su pochi tratti essenziali. Nella raffinata “L’attesa” (olio su tela, 100×100 cm, 2024) una silhouette scura si china con lo sguardo rivolto al suolo, vestita di una compostezza che cela un tumulto interiore. La magia di questo quadro sta nel non detto: l’artista sospende il tempo, obbliga lo spettatore a condividere l’incertezza della protagonista, a interrogarsi sul messaggio che tarda ad arrivare. L’assenza di un contatto visivo diretto conferisce alla scena un pudore intenso, quasi sacro.
La mostra procede come un diario aperto: ogni stanza propone un capitolo diverso, ma il linguaggio resta coerente. Sulle tele, i colori ad olio si alternano all’immediatezza del carboncino e alle velature degli acquerelli. Perfino l’utilizzo dell’intelligenza artificiale – impiegata come semplice supporto visivo – non altera il cuore del processo creativo: Fontanini parte da un’immagine interiore, la lascia sedimentare e poi la restituisce in pittura, svelando un metodo che unisce intuizione e disciplina. Il visitatore assiste così alla trasformazione di un’idea primordiale in gesto compiuto, in cui tecnologia e tradizione trovano un equilibrio sorprendente.
Dialogo tra tecnica e sperimentazione
Olio, acquerello, pittura digitale, matite classiche e carboncino in versione analogica o elettronica: il ventaglio di strumenti scelto dal pittore rivela la sua volontà di non rinchiudersi in un’unica cifra stilistica. Ogni mezzo espressivo è chiamato a servire la narrazione, non a sovrastarla. Allo spettatore spetta il compito di cogliere come un identico soggetto cambi pelle passando dall’impasto materico di un pigmento all’eleganza traslucida di un supporto digitale, senza mai perdere potenza emotiva. L’effetto complessivo è quello di un mosaico, in cui ciascun tassello contribuisce a un disegno più ampio, complesso e coerente.
Chi osserva avverte la stessa attenzione alle sfumature, la medesima cura nel definire luci e ombre, indipendentemente dal metodo adottato. È un approccio che non celebra la tecnica fine a se stessa ma la mette al servizio del racconto. “Lo sguardo delle donne” diventa così esempio di come la sperimentazione possa affiancare la tradizione senza snaturarla. Nella tela come nello schermo, il battito emotivo rimane inalterato: è la verità di quegli occhi che guida, che chiede di essere riconosciuta, compresa, forse perfino custodita.
Lo sguardo della critica: una lettura che supera il quadro
La storica dell’arte Claudia Corti ha definito questo percorso “un’unica, potente narrazione in cui il volto diventa parola”. Le sue riflessioni si concentrano su quanto Fontanini sappia calarsi, con rara empatia, nelle pieghe di un tempo in continuo mutamento. Vivere oggi l’esperienza femminile, osserva la studiosa, significa misurarsi di continuo con frontiere mobili: convenzioni che si sgretolano, libertà che si allargano, ragione che abdica a favore di un istinto primordiale. Dentro tale quadro di forze contrastanti, il pittore individua gli istanti in cui l’emozione trasforma il volto in un paesaggio rivelatore, colmo di echi universali.
Il pensiero critico insiste anche sull’atto stesso di guardare: non solo quello delle modelle, ma quello dell’artista e dello spettatore. Ognuno è chiamato a interrogarsi sul confine tra rispetto e curiosità, tra desiderio di sapere e necessità di tacere. In quegli occhi sospesi, in quelle palpebre abbassate, si celano risate e lacrime, gioia e rabbia: reazioni profonde che riflettono il nostro tempo, amplificandone entusiasmi e contraddizioni. Si esce dalla mostra con la sensazione di avere intrapreso un viaggio che non si esaurisce nello spazio fisico dell’atelier, ma continua dentro di noi, nello sforzo di decifrare i moti più segreti del cuore umano.
