Il governo guidato da François Bayrou affronta oggi un voto di fiducia che può determinarne la fine, innescando nuovi equilibri nell’arena politica di Parigi e mettendo nuovamente alla prova la capacità di Emmanuel Macron di trovare un esecutivo stabile.
Un’altra fiducia decisiva
La legge di bilancio per il 2026, presentata da Bayrou, prevede 44 miliardi di euro fra tagli e nuove entrate fiscali, oltre alla soppressione di due festività nazionali: misure pensate per arginare la crescita del debito pubblico, ma giudicate insostenibili da sinistra e destra radicale. Entrambi i fronti, infatti, hanno annunciato voto contrario, avvicinando il Paese a un nuovo vuoto governativo a meno di un anno dalla brevissima esperienza di Michel Barnier, durata appena novantanove giorni. Il centrista, consapevole della debolezza numerica in Assemblea, ha puntato tutto su una prova di forza che rischia però di trasformarsi in boomerang.
Il dibattito parlamentare, acceso sin dall’alba, fotografa un Parlamento diviso in tre blocchi: un’alleanza progressista, un centrodestra frammentato e un’estrema destra in crescita. Nella pratica, nessuno dispone dei numeri per governare da solo; il risultato è un continuo scambio di accuse e la concreta prospettiva di elezioni lampo, scenario paventato con forza dal Rassemblement National, deciso a capitalizzare i sondaggi che lo danno in testa al primo turno di un eventuale nuovo scrutinio.
Il labirinto di Macron
Se l’esecutivo cadesse, Macron si troverebbe a nominare il quinto primo ministro della sua seconda presidenza, a testimonianza di una stagione di instabilità senza paragoni dalla nascita della Quinta Repubblica nel 1958. Già nel giugno 2024 il presidente aveva sciolto l’Assemblea dopo l’exploit dell’estrema destra alle europee, scelta che ha prodotto un emiciclo senza maggioranza chiara e uno scontro permanente fra gruppi parlamentari incapaci di dialogare su riforme strutturali. L’Eliseo, oggi, è stretto fra l’esigenza di dare risposte ai mercati e la diffidenza dell’opposizione.
Il pressing per uno “scioglimento ultrarapido”, invocato dall’Rn, si scontra con la prudenza del capo dello Stato, il quale non ha formalmente escluso l’ipotesi ma preferisce guadagnare tempo. Intanto il Partito Socialista si propone come alternativa, avanzando un piano di risparmi da 22 miliardi che combina una tassa del 2 % sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro e la sospensione della riforma previdenziale varata nel 2023. Tuttavia la ricetta, per essere approvata, imporrebbe una rottura con Les Républicains, con il movimento Horizons e persino con il MoDem, compagine dello stesso Bayrou, aprendo scenari imprevedibili all’interno dell’emiciclo.
Scenari e nomi sul tavolo
Il politologo Bruno Cautrès, del Cevipof, osserva che nessuna forza dispone oggi di un mandato popolare per varare riforme incisive come quelle suggerite da Bayrou. Secondo l’analista, una pausa di riflessione, rinviando il confronto sui conti pubblici al 2027, potrebbe rassicurare mercati e opinione pubblica. In quest’ottica tornano due figure considerate “di pacificazione”: la presidente dell’Assemblea Yaël Braun-Pivet e il ministro dell’Economia Eric Lombard, profili trasversali che potrebbero trovare consensi dal centrodestra fino ai socialisti moderati, pur restando ipotesi non confermate.
Sul fronte progressista, il segretario socialista Olivier Faure spinge per la caduta del governo e ambisce apertamente alla guida di un nuovo esecutivo, dichiarandosi pronto a governare senza l’appoggio di La France Insoumise. Una mossa che il premier uscente giudica rischiosa per il Paese e dannosa per lo stesso Ps, ritenendo l’alleanza con l’estrema sinistra uno scoglio incolmabile. In assenza di intese ampie, però, qualsiasi maggioranza continuerà a poggiare su fondamenta fragili, alimentando l’incertezza che accompagna la politica francese ormai da oltre un anno.
