L’Assemblée Nationale ha voltato le spalle al governo e, in poche ore, la crisi istituzionale è esplosa a Parigi, mettendo in discussione l’intera architettura politica costruita negli ultimi anni. A parlare, quasi a caldo, è stato lo storico Jean-Pierre Darnis, che ha offerto una lettura severa e carica di implicazioni per l’Eliseo.
Una mossa audace che si rivela un boomerang
Quando François Bayrou ha deciso di cercare la fiducia del Parlamento puntando quasi esclusivamente sulla promessa della riduzione del debito pubblico, ha imboccato un sentiero scivoloso che, secondo l’analisi di Darnis, unisce errore di forma e difetto di sostanza. Il leader centrista, circondato da una cerchia ristretta di consiglieri, ha scelto di annunciare un obiettivo tanto ambizioso senza prima misurare il polso delle varie forze politiche, evitando di aprire un vero tavolo negoziale con gruppi che oggi risultano determinanti per qualunque esecutivo. Questa impostazione, priva di compromessi, ha spinto numerosi deputati a leggere l’operazione come un ultimatum più che come un patto, producendo una reazione immediata e compatta che si è tradotta nella sfiducia.
Il professore evoca un paragone eloquente: lo scontro a testa alta di Emmanuel Macron con l’elettorato nel 2024, quando l’inquilino dell’Eliseo scelse di anticipare le urne per “chiarire” le proprie ragioni. Lo schema, spiega Darnis, somiglia a un gioco d’azzardo: si mette tutto sul tavolo e si chiede al Paese – o, in questo caso, ai parlamentari – di scommettere sul successo di una singola strategia. Proprio quel precedente, però, avrebbe dovuto suggerire prudenza; invece, Bayrou ha replicato la mossa senza le leve necessarie, trasformando il suo appello morale alla responsabilità in un test di forza che ha finito per isolarlo ulteriormente in aula.
Le responsabilità dell’Eliseo secondo gli esperti
Per lo storico della Luiss e dell’Università di Nizza, il peso della crisi grava in misura altrettanto rilevante sulla presidenza. Macron ha nominato personalmente i primi ministri che si sono avvicendati dall’uscita dalle urne del 2024, e l’ultima scelta – quella di puntare su Bayrou come figura di raccordo – è maturata in assenza di un vero ripensamento programmatico. Il precedente governo guidato da Michel Barnier si era arenato su divisioni interne, ma l’Eliseo non ha colto l’occasione per cercare un terreno comune con i socialisti, restando fedele a un impianto liberale orientato alla competitività delle imprese. La scommessa era che la ripresa economica avrebbe calmato le acque, ma l’effetto si è rivelato opposto.
La mancata convergenza con la sinistra, unita a un bilancio statale in forte deterioramento, ha generato un circolo vizioso: da un lato le entrate fiscali in calo, dall’altro una spesa pubblica spinta al rialzo da tensioni sociali che chiedono maggiore protezione. Darnis ricorda che il risultato è un deficit esploso, punito dagli elettori già in occasione delle legislative passate. Ciononostante, dall’Eliseo è arrivata solo la conferma di un’impostazione economica percepita come sbilanciata verso la creazione di ricchezza e poco attenta alla redistribuzione. Da qui la responsabilità politica che, agli occhi degli osservatori, colpisce non solo il premier sfiduciato ma anche il capo dello Stato, cui spetterà ora ricomporre un quadro frammentato senza apparenti maggioranze stabili.
Pressioni di piazza e percorsi di uscita
Mentre in Parlamento si ragiona su numeri e strategie, fuori dai palazzi monta l’annunciata mobilitazione del movimento “Blocchiamo Tutto”, pronto a scendere in strada tra due giorni e a proclamare uno sciopero generale la prossima settimana. La prospettiva di nuove manifestazioni di massa, con il loro potenziale di paralizzare i trasporti e i servizi essenziali, impone al presidente Macron un calendario serrato: serve un nuovo esecutivo in tempi strettissimi, capace quantomeno di dialogare sul capitolo più delicato, la legge di bilancio. Un rimpasto lampo potrebbe contenere il disagio sociale, ma rischia di fallire se il prossimo premier non troverà subito un’intesa minima con i socialisti, indispensabile per approvare i conti pubblici.
Il voto anticipato rimane l’ipotesi più temuta dall’arco parlamentare: tutti sono consapevoli che, nell’attuale clima di protesta, un ritorno alle urne favorirebbe il Rassemblement National, che cavalcherebbe la frustrazione popolare con ampia probabilità di conquista di seggi decisivi. Per questo motivo i partiti stanno esplorando due piste: un esecutivo di centro-destra sostenuto dall’esterno dai socialisti oppure una formula di centro-sinistra che ottenga l’astensione dei Repubblicani. Ambedue le soluzioni presentano fragilità intrinseche, ma la pressione combinata di Assemblea e piazza impone di scegliere in fretta. Se lo stallo dovesse prolungarsi, cresce il rischio che persino i moderati inizino a domandare esplicitamente le dimissioni del presidente, aprendo scenari ancora più imprevedibili.
