In Laguna, da metà settembre a metà ottobre, un percorso visivo accarezza e al tempo stesso scalfisce la memoria collettiva: è l’universo di Emanuele Sartori, pronto a riemergere tra le pareti di una galleria indipendente, avvolgendo lo spettatore in un lento contrappunto di ricordi, colori e silenzi.
Memoria dipinta
Sartori mette in gioco un processo quasi ascetico, in cui il collage si trasforma in un campo di battaglia contro la fretta e la smaterializzazione digitale. Fotografie, cartoline, ritagli vengono prima fissati con cura sulla superficie, poi ricoperti da stesure di colore che ne ridisegnano i contorni uno a uno. Il gesto è reiterato, meditativo, privo di scorciatoie: in ogni pennellata si avverte un impulso a fermare l’orologio, a non concedere spazio all’oblio che la velocità contemporanea impone. Fra toni morbidi e precisione chirurgica, il ricordo diventa materia interrogabile, quasi tattile, capace di resistere all’erosione del tempo e di riaffacciarsi con tutta la sua intensità.
Nel coltivare questa pratica lenta, l’artista si dichiara artigiano dell’immagine. Il suo laboratorio somiglia più a una camera oscura del pensiero che a un atelier tradizionale: ogni intervento su carta, stoffa o legno è realizzato senza alcun ausilio informatico. Il risultato è una “simulazione del reale” che, come nota il curatore Silvio Pasqualini, sposta continuamente il punto di vista dello spettatore. Ci si trova così di fronte a opere che paiono scatti fotografici, salvo scoprire, avvicinandosi, che ogni dettaglio è stato riscritto a mano, in un atto di resistenza gentile contro l’omologazione visiva.
Un carosello di bambole, pupazzi e balocchi sospesi fra tenerezza e vertigine
In mostra emerge un vero e proprio campionario di oggetti d’infanzia: bambole scheggiate, animaletti di stoffa, carillon smarriti si alternano come comparse di un teatro intimo. Ogni giocattolo porta con sé una crepa, un graffio, un filo scucito che ne tradisce l’uso e, insieme, la permanenza emotiva. A differenza di un museo dei ricordi, però, qui non c’è alcuna pretesa nostalgica: le figure appaiono taglienti come vetro, pronte a rivelare la parte scura della tenerezza. Il visitatore oscilla tra l’incanto del ritrovamento e l’inquietudine che affiora dal non detto.
Le tinte pastello fanno da velo, ma non cancellano la possibilità della ferita. Dietro un azzurro zuccherato o un rosa da confetteria si avverte l’eco di un sapore amaro, qualcosa che ricorda l’acerbità delle mandorle acerbe. Giada Allegro descrive Sartori come “un chirurgo di infanzia che non concede anestesia” e la definizione, in questa stanza di corpi di pezza, trova piena conferma. Ogni opera diventa specchio di un’età primitiva che, lungi dall’essere innocua, rivendica la propria complessità, costringendo lo spettatore a riconoscere ciò che aveva rimosso.
La mostra veneziana
Dal 13 settembre al 12 ottobre, Blue Gallery ospita questo itinerario nella memoria, curato da Silvio Pasqualini. Lo spazio indipendente si trasforma in un corridoio emozionale in cui i collage dipinti dialogano con la luce naturale dei canali e con il brusio dei passanti. Ogni sala offre un diverso grado di immersione: si entra tra frammenti di colore, si attraversano intermittenze di suoni sommessi, infine si approda a un’uscita che non è mai definitiva, perché dietro l’angolo resta sempre un’altra storia da evocare.
La disposizione delle opere invita a muoversi lentamente, quasi in processione. Non c’è un percorso obbligato, ma una trama di corrispondenze emotive che guidano lo sguardo. I visitatori sono chiamati ad ascoltare il proprio ritmo interiore, a concedersi soste, a lasciar decantare sensazioni contrastanti. Alla fine, il viaggio colleziona briciole di stupore e schegge di turbamento, restituendo l’impressione di avere attraversato un rito privato diventato improvvisamente pubblico.
Le parole critiche che svelano la doppia natura dell’opera
Pasqualini legge in questi lavori un sovvertimento dei piani percettivi, un espediente che riporta indietro le lancette dell’esistenza, sottraendoci alla logica della performance. Al suo sguardo si affianca quello di Giada Allegro, la quale evidenzia come la pratica di Sartori “sputi in faccia all’intelligenza artificiale e al post umano”, riaffermando il primato del gesto manuale. Le loro osservazioni costruiscono un ponte critico che aiuta a capire perché, dietro la delicatezza formale, l’opera insceni un continuo cortocircuito emotivo.
Non c’è, in queste tele, alcuna nostalgia decorativa: piuttosto un invito a confrontarsi con le ombre rimaste in sospeso. La presenza di giocattoli laceri, di volti infantili appena incrinati, obbliga a un confronto diretto con la fragilità. La vernice levigata e precisa sottolinea, per contrasto, la precarietà della memoria. In quest’ottica, ogni composizione diventa un memento che ci ricorda quanto sia sottile la distanza fra cura e perdita.
L’uomo dietro il pennello
Nato a Vicenza nel 1970 e diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Sartori ha scelto di coltivare il tempo lungo della pittura quando il mondo iniziava a correre verso l’elaborazione automatica delle immagini. Il suo percorso non contempla scorciatoie: recupera fotografie anonime, le traspone su supporti fisici, le rinasce strato dopo strato di colore. In questo rito laico, l’artista distilla una disciplina personale che rifugge la serialità e coltiva la singolarità dello sguardo.
Al centro del suo metodo c’è una forma di pazienza operativa: ogni scelta cromatica, ogni pennellata, pare chiedere il permesso al ricordo prima di fissarsi sulla superficie. Ne viene fuori un linguaggio che inganna l’occhio, mimando la fotografia per poi rivelare la mano. Pasqualini parla di “ribaltamento dei piani della percezione”, mentre Allegro insiste sulla capacità di “non restare dentro i bordi”. In entrambi i casi, emerge l’idea che il lavoro di Sartori sia una simulazione del reale capace di restituire spessore al passato.
Una liturgia condivisa che chiede di essere attraversata senza difese
“Liturgia per carillon” è più di una mostra: è una celebrazione fragile e perturbante in cui il tempo si comprime e si espande, proprio come accadeva quando ruotavamo la chiave di un carillon da bambini. Il movimento circolare della musica si riflette nel percorso dello spettatore, invitato a tornare più volte sugli stessi dettagli per coglierne la vibrazione nascosta. In questo andare e venire, le opere si animano, rivelando la loro natura di scrigni carichi di emozioni contrastanti, capaci di smuovere zone profonde dell’immaginazione.
Alla fine, si ha l’impressione di aver partecipato a un rito collettivo che non prevede spettatori passivi. Ogni visitatore lascia la sala con un bagaglio di domande: quali ricordi abbiamo lasciato a impolverarsi in soffitta, e quali, invece, continuano a suonare dentro di noi come un carillon ostinato? L’artista non fornisce risposte, ma ci accompagna sull’orlo di un silenzio denso, fertile, da cui ripartire con occhi nuovi.
