Dal 10 settembre al 16 ottobre, i raffinati saloni della residenza diplomatica italiana a Copenaghen ospitano un percorso espositivo che intreccia moda e settima arte, riaffermando la centralità dello stile tricolore nell’immaginario globale e ricordando come il cinema abbia proiettato sulle passerelle il genio sartoriale italiano.
Moda e pellicola: un dialogo lungo oltre mezzo secolo
Negli anni Cinquanta, quando il Tevere iniziò a riflettere i riflessi sfavillanti di Hollywood, il dialogo fra pellicola e haute couture cambiò per sempre l’immagine dell’Italia. Roma divenne Hollywood sul Tevere, fucina di sogni e set privilegiato per divi internazionali che, scoprendo le nuove maison del Belpaese, trasformarono le strade romane in passerelle a cielo aperto. L’obiettivo della cinepresa si fece specchio di un’eleganza fresca e audace, mentre atelier nati da poco colsero quell’occasione irripetibile per imporsi all’attenzione mondiale, mostrando un nuovo linguaggio estetico e un inedito concetto di lusso.
Il vortice creativo innescato dai set capitolini scardinò convenzioni e codici, imponendo silhouette mai viste e dettagli che fecero scuola oltreconfine. Star del calibro di Audrey Hepburn o Lana Turner, rapite dal talento dei sarti nostrani, indossarono quelle creazioni durante riprese e festival internazionali, alimentando un passaparola planetario. Ogni abito apparso sullo schermo si trasformò in un desiderio da inseguire; così l’Italia conquistò un ruolo centrale nel fashion system, dimostrando come la narrazione cinematografica sappia farsi motore di promozione culturale ed economica.
Dai saloni dell’ambasciata a un viaggio tra 25 capolavori sartoriali
All’interno degli spazi storici della rappresentanza diplomatica, trasformati per l’occasione in una sofisticata galleria, va in scena “Fotogrammi di moda italiana: dagli anni ’50, l’Italia che veste il cinema internazionale”. Il percorso, ideato e curato da Stefano Dominella – presidente onorario della maison Gattinoni e instancabile ambasciatore del Made in Italy – propone al pubblico danese 25 abiti provenienti da prestigiosi archivi privati, compresi quelli personali del curatore. Ogni sala dialoga con la successiva attraverso cromie, tessuti e fotografie di scena, creando un continuum emozionante che avvolge il visitatore.
Si alternano, su manichini illuminati ad arte, le firme che hanno scritto pagine decisive dell’eleganza italiana: da Fernanda Gattinoni a Emilio Schuberth, dalla sartoria Annamode Costumes a Peruzzi, fino alle visioni di Valentino, Giorgio Armani, Laura Biagiotti e Guillermo Mariotto. Ogni capo rivela la mano inconfondibile del suo creatore, mostrando tagli impeccabili, drappeggi scultorei, ricami preziosi. Un filo narrativo accompagna i tessuti attraverso oltre sessant’anni di costume, evidenziando come la creatività nostrana abbia saputo rinnovarsi restando fedele a un’estetica colta e sofisticata.
Le dive e gli abiti che hanno fatto storia
Davanti a questi capolavori sartoriali riaffiorano fotogrammi entrati nell’immaginario collettivo. Il drappeggio candido che avvolgeva Lana Turner reinventa un sex appeal di matrice new romantic; l’eterea linea impero disegnata per Audrey Hepburn in “Guerra e pace” riflette un’eleganza senza tempo, capace di inaugurare un trend planetario. E ancora, l’abito a sirena confezionato per Anita Ekberg ne “La dolce vita” trasforma la Fontana di Trevi in passerella, diventando simbolo di sensualità mediterranea e di un’Italia che sa osare, proiettando quel modello nelle collezioni di stilisti e sartorie di ogni latitudine.
Non meno memorabile risuona la raffinata sobrietà delle petites robes noires amate da Anna Magnani, subito replicate nei guardaroba femminili di mezzo mondo. Una sezione della rassegna rende poi omaggio a Sabrina Ferilli, protagonista de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, che insieme a icone come Gina Lollobrigida, Maria Callas e Sofia Loren compone un mosaico di personalità travolgenti. L’abito rosso con cui Loren danza il mambo in “Pane, amore e…” irradia ancora energia, ricordando che l’eleganza vera vive nella memoria condivisa.
Il punto di vista dei protagonisti sull’intreccio tra creatività e macchina da presa
Per il curatore Stefano Dominella, il momento in cui il regista esclama «Ciak, si gira!» non riguarda soltanto la pellicola: coincide con l’istante in cui prende vita una collezione, con la prima nota di una sfilata. Moda e cinema, sostiene Dominella, condividono lo stesso battito, la medesima necessità di raccontare emozioni attraverso la luce e il movimento. Il suo allestimento lo dimostra, restituendo in ogni stanza l’eco di un set e la tensione creativa di un atelier che immagina, taglia, cuce e sogna.
L’ambasciatrice Stefania Rosini rimarca, in apertura del catalogo, come moda, design e cinema costituiscano espressioni diverse di un unico slancio: quello di chi vive intensamente il proprio tempo, attinge al passato e costruisce con curiosità il futuro. Le immagini scelte per la mostra, divenute patrimonio collettivo grazie alla forza universale del cinema, testimoniano oltre sessant’anni di osservazione attenta della società da parte delle maison italiane. E proprio questa capacità di leggere il mondo, conclude Rosini, continua a offrire spunti preziosi agli stilisti di oggi.
