Se ne è andato in silenzio nella sua casa di Long Island, lasciando un vuoto profondo tra fan e colleghi: Rick Davies, tastierista britannico e fondatore dei Supertramp, si è spento a 81 anni dopo una lunga battaglia contro il mieloma multiplo.
Dalla Swindon degli anni Quaranta alla scoperta del pianoforte
Figlio della laboriosa provincia inglese, Richard Davies vide la luce il 22 luglio 1944 a Swindon, Wiltshire. La scintilla per la musica scoccò a otto anni, quando un disco del batterista Gene Krupa girò casualmente sul giradischi di casa: da quel momento il ritmo divenne la sua ossessione. Iniziò con le percussioni, aggredendo tamburi improvvisati con l’energia tipica dell’infanzia, ma fu soltanto qualche stagione più tardi, davanti a un vecchio pianoforte verticale, che intuì la propria strada. Lì, senza maestri, modellò un tocco impregnato di jazz e blues, forgiando un carattere sonoro già riconoscibile.
Negli anni Sessanta quel talento istintivo lo portò a girovagare tra formazioni locali, assaporando palchi fumosi e viaggi notturni in furgone. Con Rick’s Blues – dove curiosamente la batteria era affidata a un giovanissimo Gilbert O’Sullivan – affinò la scrittura, mentre con The Joint conobbe la precarietà tipica di chi insegue un sogno artistico. Erano anni di speranze feroci, in cui ogni sera poteva essere quella buona o quella delusiva. Quelle esperienze, pur effimere, gli insegnarono la disciplina del professionista e la necessità di mescolare ambizione personale e spirito di gruppo, requisito che più tardi si rivelerà decisivo.
L’alchimia che diede vita ai Supertramp
Il 1969 segnò la svolta: il giovane musicista, in cerca di nuovi orizzonti, si imbatté nel mecenate danese Stanley August Miesegaes, disposto a finanziare un progetto senza compromessi. Con quel sostegno economico, Davies mise insieme una line-up, ma fu l’ingresso del ventenne Roger Hodgson a trasformare un’idea nel germe di una futura icona. L’incontro fra il baritono caldo di Rick e il falsetto cristallino di Roger fece scoccare una scintilla irripetibile. Nacquero così i Supertramp, laboratorio sonoro in cui pop e progressive potevano coesistere con leggerezza spiazzante.
Il debutto discografico e il successivo ‘Indelibly Stamped’ non accesero subito i riflettori, ma cementarono la reputazione del gruppo come esploratore di linguaggi. Davies, sempre più a suo agio sul pianoforte elettrico Wurlitzer, scolpì arrangiamenti che giocavano con silenzi e esplosioni improvvise, mentre Hodgson contribuiva con melodie sospese. La vera consacrazione arrivò nel 1974 con ‘Crime of the Century’: l’inno ‘Bloody Well Right’ risuonò nelle radio, aprendo loro le porte di tour internazionali. In poco tempo le sale da concerto diventarono teatri gremiti di pubblico entusiasta.
Il trionfo planetario di Breakfast in America
La vetta fu raggiunta nel 1979 con ‘Breakfast in America’, un disco capace di vendere oltre venti milioni di copie e di penetrare l’immaginario collettivo grazie a singoli come ‘The Logical Song’, ‘Take the Long Way Home’ e ‘Goodbye Stranger’. L’equilibrio tra introspezione e immediatezza, marchiato dalla scrittura condivisa di Davies e Hodgson, rese l’album un manuale sul modo di coniugare sofisticazione armonica e appeal radiofonico. Era il sound di un’epoca che confidava ancora nel futuro, sospesa tra la coda del rock progressivo e l’alba del pop degli anni Ottanta.
Quel successo globale si tradusse in un tour mastodontico: mesi di spostamenti transoceanici, arene sold-out e recensioni che parlavano di “spettacoli impeccabili”. In ogni esibizione, Davies combinava abilità tecnica e compostezza scenica, alternando il timbro rotondo del suo canto a lunghi passaggi strumentali. Il pubblico assisteva a una sorta di liturgia laica, dove il pianoforte diventava pulpito e la platea comunità. Allo stesso tempo, dietro le quinte crescevano tensioni creative che, di lì a poco, avrebbero cambiato volto alla band.
Spaccature, resilienza e nuovi orizzonti
Nel 1983 la frattura tra le due anime dei Supertramp divenne insanabile: Roger Hodgson, spinto da visioni musicali divergenti, lasciò il gruppo. La separazione fu seguita da vicende legali trascinate per anni, eppure Rick non permise che la macchina si fermasse. Con l’ostinazione di chi sente di avere ancora qualcosa da dire, radunò nuovi compagni di viaggio e proseguì. Fra gli Ottanta e i primi Duemila uscirono altri quattro album, testimoni di un percorso che, pur meno mainstream, conservava l’eleganza compositiva dei giorni migliori.
In parallelo, Davies diede vita a Ricky and the Rockets, ensemble a trazione blues con cui preferiva club raccolti e setlist essenziali. Quella dimensione più intima consentiva di riscoprire le radici, lontano dagli apparati scenografici dei grandi tour. Le sue ultime apparizioni pubbliche risalgono al 2022: allora il fisico già provato dal mieloma multiplo resisteva con dignità, lasciando trapelare soltanto nei momenti di pausa la fatica della malattia diagnosticata nel 2015. Non cercava compassione, solo il diritto di continuare a suonare.
L’ultimo atto e l’eredità
Alle prime luci del 5 settembre, nella quiete di Long Island, il silenzio del suo pianoforte annunciò che la battaglia era terminata. Aveva 81 anni. Un comunicato della Supertramp Partnership ne ha dato conferma poche ore più tardi, ricordando mezzo secolo di amicizia, musica e palcoscenici condivisi. Le parole d’addio si intrecciavano a un’unica certezza: il timbro baritonale di Rick continuerà a risuonare nella memoria collettiva. Le condoglianze ufficiali sono state rivolte alla moglie Sue Davies, compagna di vita dal 1977 e manager del gruppo dal 1984.
Riservato fuori scena, legato alle origini al punto da far spesso ritorno a Swindon per visitare la madre scomparsa nel 2008, Davies rappresentava la figura dell’artista che concilia virtuosismo e concretezza. Il suo tocco sul Wurlitzer ha creato un ponte tra rock colto e melodia pop, ispirando generazioni di tastieristi. Nel silenzio che segue l’ultima nota, resta la prova che la grandezza non risiede nell’ostentazione, ma nell’onestà di un accordo suonato con il cuore. Così, mentre il pubblico riporta sui giradischi “Goodbye Stranger”, la storia di Rick Davies torna ogni volta a nuova vita.
