Quando la maggior parte degli artisti contempla il pensionamento, Woody Allen sorprende ancora: a novant’anni presenta il suo primo romanzo, confermando che la creatività non invecchia.
Il romanzo a novant’anni: una nuova tappa creativa
Da oltre sessant’anni Woody Allen osserva, disseziona e ironizza sul mondo attraverso il cinema, il teatro e le raccolte di racconti. Film cult, dialoghi intramontabili e monologhi intrisi di sottofondo filosofico gli hanno costruito una reputazione internazionale. Oggi quella lunga traiettoria incontra un nuovo binario narrativo: il romanzo. Chi si aspettava che, raggiunti i novant’anni, il regista decidesse di esordire in un genere tanto impegnativo? Eppure è accaduto, con l’energia di chi intende dimostrare che la narrazione è un’urgenza permanente, non un capitolo sospeso nella nostalgia di un passato glorioso.
Il volume, intitolato “Che succede a Baum?”, arriverà sugli scaffali italiani il 23 settembre, pubblicato da La Nave di Teseo in perfetta sincronia con l’uscita statunitense. L’operazione editoriale ricalca quella delle sue ultime raccolte di prose: niente preludi di nostalgia, ma un lancio coordinato che riafferma la centralità dello scrittore-regista nel mercato internazionale. La simultaneità non è un vezzo di marketing, bensì la dichiarazione di un artista che si muove ancora al passo con i tempi, a dispetto di ogni anagrafe. L’edizione italiana, come le precedenti, sarà introdotta da una traduzione studiata per mantenere intatte ironia, ritmo e tic verbali di un autore dalla voce inconfondibile.
Il tormentato Asher Baum, alter ego imperfetto
Al centro del racconto compare Asher Baum, giornalista ebreo di mezza età che, come Allen, è nato e cresciuto fra i quartieri di New York, respira caffè letterari e conversazioni accademiche, eppure non coincide mai del tutto con il suo autore. Baum si è reinventato romanziere e drammaturgo, ma i plausi che sperava non arrivano: le recensioni definiscono i suoi volumi “interessanti ma non indispensabili” e il prestigioso editore di Manhattan che lo aveva lanciato lo ha appena congedato senza troppe cerimonie. Cinismo, ironia e una collezione di insicurezze croniche lo accompagnano in ogni pagina.
Come se il fallimento professionale non bastasse, la sua terza unione con una brillante laureata di Harvard scricchiola a ogni discussione. Baum sospetta che la moglie stia cedendo al fascino atletico e sicuro del suo fratello minore, dominato da uno charme che lui non ha mai posseduto. Connecticut, dove la coppia ha una casa di campagna, diventa la scenografia delle paure più sinistre: forse anche il vicino di casa, sempre pronto a un sorriso di troppo, condivide un’intimità nascosta con la donna. Incapace di fermare il flusso di ipotesi, Asher inizia a parlare da solo, come se un tribunale immaginario lo costringesse a difendere la propria inadeguatezza.
Neurosi, segreti e satira sull’editoria
Il colpo di scena arriva quando lo scrittore, già in balia dell’ansia, si imbatte in un segreto che potrebbe demolire definitivamente il matrimonio ma anche riscattarlo dalla mediocrità. Non è un intrigo internazionale né un mistero da cronaca nera: si tratta di una rivelazione domestica, personalissima, così potente da ribaltare i ruoli di vittima e carnefice. L’interrogativo divora ogni sua ora di veglia: tacerà per salvare le apparenze o confesserà, rischiando di rimanere solo con i propri fantasmi? Il dilemma, più che moralistico, si trasforma in un microscopio puntato sulle fragilità dell’intellettuale contemporaneo.
In parallelo, Allen orchestra una pungente caricatura del mondo editoriale newyorkese: agenti spasmodicamente alla ricerca del prossimo best-seller, riviste letterarie pronte a elogiare un esordiente di tendenza e a liquidare un veterano in una nota stonata, editor che parlano con il vocabolario dei trend analyst. Asher vi si aggira come un corpo estraneo, conscio di non corrispondere più ai parametri richiesti dal mercato e, al tempo stesso, incapace di abbandonare l’ossessione per il riconoscimento culturale. L’ironia diventa un bisturi che incide, con precisione chirurgica, sui luoghi comuni di un ambiente che si dichiara progressista ma non perdona il calo delle vendite.
Quel tocco inconfondibile di umorismo nero
L’editore presenta il libro come “tutto ciò che ci si aspetterebbe da Woody Allen, e molto di più”. L’iperbole, in questo caso, trova fondamento: la prosa è limpida, tagliente, costruita su periodi brevi che si alternano a digressioni colte, mentre il meccanismo narrativo stringe i nodi con ritmo quasi cinematografico. Non manca il celebre sorriso amaro, capace di trasformare la più banale delle umiliazioni borghesi in un quadro esistenziale. La risata scaturisce, ma lascia subito spazio a un senso di vertigine: che ne sarà di noi, quando le nostre maschere cadranno?
Alla fine della lettura, ciò che rimane non è solo il piacere di un intreccio ben congegnato, ma la percezione di un’opera che parla di ambizione, gelosia, insicurezze e dell’incessante bisogno di sentirsi considerati. Asher Baum si aggrappa a ogni brandello di plauso come un naufrago a una zattera, e la sua disperazione diventa specchio di un’epoca in cui il fallimento personale si consuma in diretta sui social, davanti a testimoni silenziosi e spietati. Con questo debutto nella narrativa lunga, Allen conferma che la vera commedia nasce da una tragedia osservata con occhi disincantati e, forse, con un pizzico di tenerezza.
