Milano ha vissuto un pomeriggio di protesta acceso: migliaia di persone in corteo hanno fatto irruzione nel cantiere del Pirellino, rivendicando l’occupazione come risposta allo sgombero del centro sociale Leoncavallo dello scorso 21 agosto.
Un’altra giornata di tensione nel cuore di Milano
In pieno pomeriggio oltre ventimila manifestanti hanno invaso le arterie centrali della città con striscioni, tamburi e cori in solidarietà con il Leoncavallo. La testa del corteo ha imboccato viale Regina Margherita e ha superato la Rotonda della Besana, mentre la coda arrancava ancora in viale Bianca Maria, creando un imponente serpentone umano. Gli organizzatori puntavano a concludere davanti alla cattedrale in piazza Duomo, ma la Questura aveva autorizzato soltanto l’arrivo fino a piazza Fontana. Fin da subito è stato chiaro che la deviazione non sarebbe stata accettata: altoparlanti e megafoni ripetevano che la meta scelta dalla polizia non rappresentava la “città reale” di cui parlavano gli attivisti, decisi a ribaltare ogni imposizione.
Il momento di massima tensione si è consumato quando un gruppo di attivisti ha scavalcato le recinzioni del cantiere del Pirellino, un alto scheletro di cemento lungo viale Melchiorre Gioia da anni al centro di polemiche. Alcuni si sono arrampicati sulle impalcature, altri hanno steso un’enorme tela con la scritta “Contro la città dei padroni”, destinata a sventolare visibile a chilometri di distanza. Dalla sommità dell’edificio è piovuta vernice rosa, colando sulle reti e sui teli di protezione, trasformando la struttura in un manifesto cromatico. Megafoni roventi ripetevano che “occupare è un atto dovuto”, mentre veniva proclamato il “sequestro” simbolico dell’area “per il bene di questa metropoli”, in aperta sfida alla proprietà.
Il cantiere trasformato in simbolo politico
La struttura, un tempo sede degli uffici comunali e ora proprietà del fondo immobiliare guidato da Coima, è finita nei fascicoli della procura che indaga sull’urbanistica milanese. Proprio per questo, l’accesso abusivo da parte dei manifestanti è diventato più di un semplice gesto di protesta: ha assunto il valore di un’accusa pubblica verso un modello di sviluppo ritenuto opaco. In piazza, molti raccontavano di aver scelto quel luogo perché «minerale di tutte le contraddizioni cittadine», un varco che separa le promesse di rigenerazione dai sospetti di speculazione, mentre la città continua a mutare skyline e prezzi delle case.
Accanto alle denunce contro le élite dell’edilizia, si è levato un coro che pretende la confisca di quegli spazi per destinarli a servizi collettivi. «I beni di chi specula vanno restituiti alla comunità», gridavano dal ponteggio, facendo nomi e cognomi, in particolare quello di Manfredi Catella. La vernice rosa colata lungo la facciata è stata salutata come una sorta di marchio indelebile, «un avviso di futura requisizione» come lo definivano alcuni attivisti. Il cantiere, per qualche ora, si è trasformato in piazza, palcoscenico e tribunale popolare dove la parola “democrazia urbanistica” ha assunto toni di battaglia.
Le reazioni di chi investe e di chi amministra
Dopo il blitz, Catella, amministratore e volto pubblico di uno dei principali operatori immobiliari cittadini, ha diffuso una nota dai toni durissimi. Ha parlato di «manifestazioni violente condite da azioni illegali» e di una «occupazione abusiva come nuova proposta del modello Milano». Secondo l’imprenditore, gli autori dell’incursione vorrebbero imporre una caricatura di “democrazia urbanistica” in cui le decisioni si ottengono con il lancio di vernici e l’assalto ai cantieri. La conclusione è diventata quasi una sfida all’opinione pubblica: scegliere se questa sia la città desiderata oppure un pericoloso passo verso l’arbitrio.
Le istituzioni, intanto, restano in equilibrio fra la necessità di garantire l’ordine pubblico e la consapevolezza di una tensione sociale che ha radici profonde. Il Comune si trova costretto a negoziare percorsi autorizzati, mentre la Questura mette in campo dispositivi di sicurezza che, stavolta, non hanno impedito l’irruzione nel cantiere. Quell’episodio riapre il dibattito sul rapporto tra sviluppo immobiliare e partecipazione dei cittadini, evidenziando quanto il confine fra legittimo dissenso e illegalità appaia, agli occhi dell’opinione pubblica, sempre più sfocato. L’incomponibilità apparente delle posizioni è diventata la cartina di tornasole di un equilibrio urbano che scricchiola.
Solidarietà politica e critiche incrociate
Nel corteo ha sfilato anche Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, che ha definito il Leoncavallo «un bene prezioso da tutelare», aggiungendo che riportarlo a una logica puramente commerciale significherebbe amputare un pezzo di storia culturale cittadina. A suo giudizio, lo sgombero del 21 agosto rappresenta una scelta «da contestare in sé» perché suggerisce, ha detto, «un’idea di città in cui lo spazio pubblico viene prezzato come qualunque merce». L’esponente della sinistra ha poi sollecitato il sindaco Giuseppe Sala a imboccare strade più coraggiose, avvertendo che, se il centrosinistra non proporrà alternative, «sarà la destra a farsi avanti con la sola ricetta della repressione».
Di tenore opposto la nota diramata dalla Lega, firmata da Silvia Sardone e Samuele Piscina, che non ha esitato a definire l’appuntamento «indecente corteo a difesa di delinquenti». I due esponenti del Carroccio hanno ricordato i debiti accumulati dal Leoncavallo per tasse e bollette – oltre ottocentomila euro di Tari e tre milioni al Ministero dell’Interno, stando alle loro cifre – accusando il Partito Democratico, la Cgil e l’Anpi di marciare accanto a chi «odia le forze dell’ordine». Hanno inoltre annunciato l’intenzione di inviare un esposto alla procura e alla Corte dei Conti qualora venisse assegnato al centro sociale un nuovo stabile in via San Dionigi. La partita politica, dunque, appare tutt’altro che chiusa.
