L’obiettivo di Bruxelles è limpido: assicurare a Kiev protezione concreta nel giorno in cui i cannoni tacciano. In queste ore i governi europei preparano la fase del «dopo», convinti che le garanzie di sicurezza siano il mattone decisivo di qualsiasi intesa con Mosca.
Europa e Ucraina oltre l’armistizio
La recente esperienza diplomatica ha insegnato all’Unione che una tregua, da sola, non basta. Per questo, mentre si moltiplicano le ipotesi di un cessate il fuoco, nelle capitali del continente si lavora su un sistema di tutela che consenta a Kiev di non rivivere l’incubo delle invasioni. L’idea, condivisa dai principali Stati membri, è costruire un dispositivo di sicurezza permanente capace di attivarsi immediatamente qualora Vladimir Putin dovesse violare un eventuale accordo. In altre parole, l’Europa vuole farsi trovare pronta il giorno stesso in cui verrà firmata la pace, consapevole che la fiducia nei confronti del Cremlino è ormai crollata.
Nell’agenda delle cancellerie, il punto cruciale è definire chi – e con quali strumenti – garantirà l’applicazione delle clausole future. Da Berlino a Madrid il consenso converge su una presenza militare multinazionale da schierare al termine delle ostilità, con compiti circoscritti ma essenziali: protezione dello spazio aereo, sorveglianza dei confini e supporto alla ricostruzione delle forze armate ucraine. Senza questa cornice, sostengono i diplomatici, il negoziato rischia di trasformarsi in un’ennesima pausa di riorganizzazione per Mosca. La lezione del 2014, ricordano in molti, pesa ancora sulle decisioni odierne e impedisce qualsiasi ingenuità.
Le condizioni poste da Parigi e il peso della sovranità di Kiev
La voce più netta, nelle ultime ore, è arrivata da Emmanuel Macron. Il capo dell’Eliseo ha respinto al mittente ogni proposta di cedere Donetsk o l’intero Donbass in cambio della sospensione dei combattimenti, ricordando che nessuna discussione sulla geografia dell’Ucraina può avvenire senza il consenso di chi ne difende ogni villaggio. Abbandonare quei territori, ha spiegato, significherebbe legittimare la “legge del più forte” e aprire la porta a un ordine mondiale fondato sul ricatto militare. Un messaggio rivolto non solo a Mosca, ma anche a quanti, in Occidente, accarezzano soluzioni sbrigative.
A rincarare la dose, il presidente francese ha sottolineato come la sicurezza del continente – e della stessa Francia – dipenda da un confine ucraino integro. Per rafforzare questa linea, i partner dell’Unione chiedono agli Stati Uniti di partecipare a un sistema di garanzie che riecheggi l’articolo 5 della Nato, sebbene Kiev non faccia ancora parte dell’Alleanza. L’interrogativo che incombe è chiaro: fino a che punto Washington sarà pronta a trasformare le promesse in impegni concreti? L’interlocuzione con Donald Trump, sostengono fonti diplomatiche, servirà proprio a colmare questa incertezza.
Il ruolo di Washington e della Coalizione dei Volenterosi
Il 18 agosto, alla Casa Bianca, l’inquilino dello Studio Ovale riceverà in rapida successione il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e, subito dopo, la delegazione europea guidata dalla premier italiana Giorgia Meloni. All’incontro parteciperanno anche il britannico Keir Starmer e altri leader della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi. Sul tavolo, i contorni di quelle “garanzie di sicurezza” che il capo della Casa Bianca ha già promesso di sostenere. Per Bruxelles, questa è l’occasione di trasformare in protocollo operativo un impegno finora annunciato soltanto a livello politico.
Secondo la nota diffusa al termine dell’ultima riunione del gruppo, i Paesi aderenti sono pronti a dispiegare una Forza multinazionale per l’Ucraina non appena le ostilità cesseranno. Il mandato comprenderà la difesa dello spazio aereo e dei corridoi marittimi, oltre al contributo nella ricostruzione delle strutture militari ucraine. L’obiettivo dichiarato è inviare un segnale inequivocabile al Cremlino: qualsiasi nuova aggressione verrebbe rintuzzata da una risposta collettiva immediata. È su questo terreno che l’Unione europea intende affermare la propria credibilità, ponendosi, insieme a Washington, come garante attivo di un futuro finalmente stabile per Kiev.
