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Salute e Benessere

Farmaceutica, innovazione e collaborazioni strategiche: la...

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Farmaceutica, innovazione e collaborazioni strategiche: la ricetta di J&J per la medicina del futuro

Entro il 2030 il portfolio dell'azienda multinazionale si arricchirà di oltre 20 nuove terapie e 50 indicazioni terapeutiche per quelle già disponibili

Farmaceutica, innovazione e collaborazioni strategiche: la ricetta di J&J per la medicina del futuro

Oltre 20 nuove terapie e 50 indicazioni terapeutiche per i farmaci già approvati: questo il futuro di Johnson & Johnson da qui al 2030. "Da 138 anni, la missione di Johnson & Johnson è quella di trasformare la vita di milioni di persone, aprendo la strada alla medicina del futuro, attraverso la ricerca e lo sviluppo di terapie innovative che possano rispondere concretamente ad alcune delle malattie più devastanti al mondo", afferma Alessandra Baldini, direttrice medica Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia. La forte vocazione dell'azienda per l'innovazione è dimostrata anche dalle 6 nuove designazioni Fast track e di Breakthrough Therapy ricevute dal 2021 a oggi - riporta una nota - e dall'oltre 60% di programmi di sviluppo dedicati a farmaci primi della loro classe per meccanismo d'azione o via di somministrazione.

"L'innovazione non è solo nelle terapie che noi di Johnson & Johnson sviluppiamo e mettiamo a disposizione di clinici e pazienti - sottolinea Baldini - ma anche nel nostro approccio che consiste nell'affiancare alla ricerca interna acquisizioni e collaborazioni strategiche in aree terapeutiche di nostro interesse. Ad oggi, con un ruolo sempre più importante della medicina di precisione, quale strumento per rispondere al meglio ai bisogni di cura dei pazienti, stiamo cambiando il paradigma dello sviluppo delle soluzioni terapeutiche, passando da un focus sulla malattia a quello su un determinato meccanismo d'azione in tutti gli ambiti clinici in cui risulta rilevante".

L'impegno di Johnson & Johnson nella ricerca clinica è stato al centro della terza giornata della Johnson & Johnson Week 'Insieme verso la medicina del futuro', la settimana di eventi e incontri con clinici, associazioni pazienti, istituzioni, università e centri di ricerca pensata per immaginare le prossime evoluzioni della sanità italiana.

Nel 2023 - si legge nella nota - Johnson & Johnson ha investito solo in Italia oltre 25 milioni di euro, di cui oltre il 40% (circa 10 milioni) nell'area della ricerca e sviluppo. Nello stesso anno l'azienda ha avuto all'attivo 114 studi clinici, di cui il 70% in fase 3 e 4, coinvolgendo quasi 1.000 centri in 19 regioni italiane e oltre 5mila pazienti con malattie che rientrano nelle aree terapeutiche dell'oncologia, immunologia, neuroscienze e altri ambiti quali malattie cardiovascolari e infettive. "Investire e promuovere la ricerca clinica - evidenzia Baldini - significa dare concretamente ai pazienti la possibilità di avere accesso a terapie innovative spesso con anni di anticipo rispetto alla loro effettiva disponibilità sul mercato, con un possibile un miglioramento precoce della loro condizione clinica e della qualità di vita, non solo loro, ma anche delle loro famiglie. Per noi di Johnson & Johnson è fondamentale la qualità di vita dei pazienti, al punto da aver incluso questo parametro all'interno dei questionari di tutti i nostri studi clinici".

Tenere in considerazione le necessità dei pazienti è ritenuto sempre più la chiave per sviluppare e rendere disponibili terapie appropriate e adattate alle loro esigenze di cura. "Il coinvolgimento dei pazienti in tutte le fasi di sviluppo dei farmaci è una risorsa fondamentale per la ricerca clinica - sostiene Paola Kruger, Accademia del paziente esperto Eupati- Solo chi vive con una certa malattia può sapere cosa significhi affrontare la quotidianità con determinati sintomi e assumendo le terapie. Ascoltare la loro esperienza e i loro bisogni contribuisce alla scoperta, allo sviluppo e alla valutazione di nuovi farmaci davvero efficaci, perché permette alla comunità scientifica di conoscere i loro bisogni e le loro priorità. Nessuno meglio del paziente può riferire quale sia il peso di una terapia e il suo impatto in termini di qualità di vita, andando al di là di ciò che i ricercatori possono rilevare sull’efficacia del farmaco".

Rendere centrale il ruolo del paziente all'interno di uno studio clinico è uno strumento anche per favorirne la loro partecipazione. "Grazie alla trasformazione digitale nella ricerca clinica, è possibile venir incontro e favorire i pazienti nelle sperimentazioni - rimarca Lorenzo Cottini, consigliere e coordinatore gruppo di lavoro ricerche cliniche Afi - Associazione farmaceutici industria e Country Director Evidenze - Ad esempio, ci sono gli studi clinici decentralizzati che permettono di spostare le attività della ricerca verso il domicilio del paziente o in strutture più prossime, con una conseguente riduzione di tempi e costi, oltre che un miglioramento della qualità di vita e dell’esperienza del paziente".

"Ad oggi - aggiunge Cottini - ancora molto può essere fatto per una loro completa implementazione. Esistono limiti legati soprattutto alla necessità di aggiornare e modernizzare i quadri normativi, che non riguardano in realtà solo l’ambito dei trial clinici decentralizzati, ma in generale la ricerca clinica italiana. Seppur abbiamo assistito sicuramente a un miglioramento rispetto al passato, in Italia ci sono ancora ostacoli da abbattere. Per questo, potremmo prendere esempio da Paesi come la Spagna che hanno puntato molto sulla ricerca, intervenendo sia da un punto di vista di semplificazione normativa, sia a livello culturale".

In ambito oncologico, "la ricerca italiana è in una situazione discreta all'interno del panorama europeo per quanto riguarda la disponibilità di studi clinici in oncologia - osserva Silvia Novello, professore ordinario di oncologia medica presso il Dipartimento di Oncologia dell'Università di Torino, responsabile Divisione Oncologia medica all'Aou San Luigi Gonzaga di Orbassano e presidente di Walce - Women Against Lung Cancer in Europe - Il report di Luce del 2018 indicava infatti l'Italia fra i Paesi europei con il maggior numero di trial attivi per le targeted therapies, così come per l'immunoterapia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Germania. Ci sono sicuramente alcune barriere, tra cui pochi fondi, a cui spesso si può accedere con procedure complesse e timeline non ottimali; percorsi formativi articolati e non competitivi rispetto ad offerte lavorative alternative; normative non facilitanti".

"Proprio in questo contesto - aggiunge - si colloca la collaborazione fra centri di ricerca ed imprese che può rappresentare uno strumento per un miglioramento dello scenario della ricerca in Italia, ad esempio, grazie al supporto economico, alla condivisione di professionisti e di competenze, a disegni di progettualità comuni che impediscano ridondanze tra gli studi e ottimizzino tempi e risorse".

Sempre con l'obiettivo di promuovere l'innovazione, Johnson & Johnson affianca alla ricerca interna acquisizioni e collaborazioni strategiche con centri di ricerca e aziende impegnate in aree terapeutiche di interesse. Dal 2021 - ricorda la nota - l'azienda ha attivato oltre 80 partnership. Tra queste spicca quella con Humanitas del 2023, che porterà a realizzare diversi progetti, tra i quali l'impiego di occhi artificiali ottenuti con stampa in 3D da parte di Humanitas University, che potranno essere usati per scopi formativi dai medici per l'utilizzo di terapie geniche per trattare alcune malattie ereditarie alla retina.

"Con molto piacere abbiamo annunciato oggi il protocollo d'intesa tra Humanitas e Johnson & Johnson. Questa collaborazione permetterà di implementare e integrare le nostre competenze, rendendo possibile una velocizzazione dell’innovazione con ricadute importanti sulla didattica e sulla ricerca, che sono i pilastri dell'ospedale e dell'università Humanitas", conclude Maurizio Cecconi, direttore Scuola di specializzazione Anestesia, vicepresidente Medtec School, Humanitas University, vice direttore scientifico per la Ricerca clinica, capo del Dipartimento di Anestesia e Terapia intensiva, Irccs Istituto clinico Humanitas.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Siesta, memory game e meno Google, consigli salva-cervello...

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Siesta, memory game e meno Google, consigli salva-cervello da esperto Ai

Prima regola: non passare le giornate a fare 'scrolling' sullo schermo dello smartphone, non affidarsi anima e corpo all'oracolo Google per ogni informazione di cui si ha bisogno. Piuttosto, meglio investire tempo in una siesta pomeridiana che fa bene al cervello più degli onniscienti motori di ricerca. Sono i consigli di una persona che di reti neurali, tecnologie e soprattutto intelligenza artificiale se ne intende. Nel giorno in cui si celebra il World Brain Day, l'accademico canadese Mohamed I. Elmasry condivide una sorta di 'check list' per capire se stiamo facendo le mosse giuste per ridurre il rischio di demenza senile: allenando adeguatamente il cervello invece di cercare tutto su Google, per esempio. E' questo il primo 'comandamento'.

Altra massima: fare riposini diurni regolari, perché - assicura nel suo libro appena dato alle stampe, 'iMind: Artificial and Real Intelligence' - può aumentare le probabilità di un invecchiamento sano. Nell'elenco amico della mente figurano semplici abitudini quotidiane (come la cosiddetta pennichella, appunto), allenamenti per la memoria, consigli come non usare lo smartphone. Elmasry evidenzia che oggi l'attenzione si è spostata troppo lontano dall'intelligenza 'Ri' (la Real Intelligence, cioè l'intelligenza naturale o reale) a favore dell'Ai, della macchina. Ma, fa notare, se "la durata di vita utile degli smartphone attuali è di circa 10 anni, una mente sana all'interno di un corpo sano può vivere per 100 anni o più". E l'invito è quindi a nutrirla perché la mente, come gli smartphone, ha 'hardware', 'software' e 'App', ma è molte volte più potente e durerà molto più a lungo con la giusta cura.

Esperto di fama internazionale nella progettazione di microchip e intelligenza artificiale, Elmasry è stato ispirato a scrivere il libro dopo la morte del cognato, affetto da Alzheimer, e di altre persone a lui molto care, tra cui la madre, affette da altre forme di demenza. Sebbene affermi che i dispositivi smart stiano "diventando sempre più intelligenti", lo scienziato sostiene che nessuno si avvicina a "duplicare la capacità, la capacità di archiviazione, la longevità, l'efficienza energetica o le capacità di autoguarigione del cervello umano originale". "Il vostro cervello-mente è il bene di maggior valore che avete o che avrete mai - è il messaggio che lancia su iMind - Aumentate il potenziale e la longevità prendendovene cura fin da piccoli, mantenendolo sano in modo che possa continuare a svilupparsi".

Elmasry entra nel concreto: "Gli esseri umani possono sviluppare e testare intenzionalmente la propria memoria giocando a 'giochi cerebrali' o eseguendo esercizi giornalieri per la mente". Mentre "non si può esercitare la memoria del proprio smartphone per farla durare più a lungo o incoraggiarla a funzionare a un livello superiore". Nel suo libro, il professore racconta un aneddoto sui suoi nipoti, i quali hanno dovuto usare il motore di ricerca dei loro smartphone per dare un nome alla capitale di Cuba, dopo aver trascorso una settimana nel Paese con i loro genitori. La storia ha una morale: illustra - spiega - come i giovani siano arrivati ​​a fare affidamento sulle App Ai per smartphone invece di usare la loro vera intelligenza. "Una memoria sana va di pari passo con la vera intelligenza. La nostra memoria semplicemente non può raggiungere il suo pieno potenziale senza la Real Intelligence".

Il libro di Elmasry include approfondimenti sulla storia della progettazione dei microchip, dell'apprendimento automatico e dell'intelligenza artificiale, nonché sul loro ruolo negli smartphone e in altre tecnologie. Il libro spiega anche come funzionano realmente sia l'intelligenza artificiale che quella umana, e come la funzione cerebrale collega la mente e la memoria. Confronta la mente umana e la funzione cerebrale con quella degli smartphone, di ChatGpt e altri sistemi basati sull'Ai. Basandosi su una vasta ricerca esistente, affronta poi l'attuale controversia sull'intelligenza artificiale e punta a ispirare i ricercatori a trovare nuovi trattamenti per l'Alzheimer, altre malattie neurodegenerative e il cancro. Lo scienziato sostiene che l'Ai attuale o persino quella che è stata pianificata per il futuro non può eguagliare le capacità di cervello-mente umani in termini di velocità, accuratezza, capacità di archiviazione e altre funzioni. L'invecchiamento sano, osserva, è dunque importante quanto il cambiamento climatico, ma non attrae neanche una frazione della pubblicità.

Pertanto Elmasry chiede ai decisori politici di adottare una serie di riforme chiave per promuovere l'invecchiamento sano. Tra questi cambiamenti, suggerisce che le sale bingo potrebbero passare dalla loro funzione di intrattenimento sedentario a centri di apprendimento attivi e stimolanti. Quanto ai consigli pratici per le persone, oltre al pisolino che rinfresca la memoria e altre funzioni cerebrali e corporee, l'esperto offre anche una serie di indicazioni concrete per potenziare le capacità cerebrali e l'intelligenza reale. Tra queste rientra la creazione di una memoria 'associativa': il "dizionario di significato" del cervello, in cui si associano nuove informazioni a ciò che già si sa. Il suggerimento è poi: provare a leggere un libro ad alta voce, usando tutti i propri sensi invece di andare in modalità pilota automatico, e trasformare gli incontri quotidiani in esperienze vissute appieno. Altre tecniche includono l'integrazione di un giorno di vero riposo nella settimana, la revisione del proprio stile di vita già a partire dai 20 o 30 anni, l'adozione di una dieta sana e l'eliminazione o la radicale moderazione del consumo di alcol per ridurre il rischio di demenza.

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Distrofia Duchenne, via italiana per riparare e rigenerare...

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Distrofia Duchenne, via italiana per riparare e rigenerare i muscoli

Dalla ricerca italiana una nuova strategia per favorire la riparazione e la rigenerazione dei muscoli nei malati di distrofia di Duchenne. La scoperta, pubblicata su 'Nature Nanotechnology', porta la firma di un team di scienziati milanesi. Gli autori hanno sviluppato un metodo innovativo per veicolare in modo mirato nei tessuti muscolari distrofici microvescicole (esosomi) ingegnerizzate, con proprietà antinfiammatorie.

La ricerca è coordinata da Chiara Villa e Yvan Torrente del Laboratorio di cellule staminali, Centro Dino Ferrari, del Dipartimento di Fisiopatologia medico-chirurgica e Trapianti dell'università Statale di Milano e dell'Unità di Neurologia del Policlinico cittadino, in collaborazione con i gruppi di Angelo Monguzzi (Dipartimento di Scienza dei materiali dell'università di Milano-Bicocca) e di Domenico Aquino (Dipartimento di Neuroradiologia dell'Irccs Istituto neurologico Carlo Besta di Milano).

"La risoluzione dell'infiammazione nel contesto delle distrofie muscolari è una delle sfide più ardue che ricercatori e clinici cercano di risolvere", spiega Villa. Gli scienziati hanno trovato un modo per 'indirizzare' esosomi ingegnerizzati ad azione antinfiammatoria nei muscoli malati: utilizzando come vettore dei nanotubi ferromagnetici, questi esosomi possono migrare in maniera specifica nei muscoli danneggiati dalla distrofia muscolare di Duchenne (Dmd) tramite l'applicazione di un campo magnetico esterno dopo un'iniezione sistemica. "Siamo riusciti a controllare la biodistribuzione e il targeting degli esosomi in vivo al fine di ridurre la condizione infiammatoria dei muscoli colpiti dalla Dmd", sottolinea Villa. Le analisi quantitative a livello muscolare hanno mostrato che i macrofagi, un tipo di globuli bianchi, dominano l'assorbimento degli esosomi iniettati, promuovendo la rigenerazione muscolare e migliorando la performance dei muscoli in un modello murino di distrofia Duchenne.

"I nostri risultati - commenta Torrente - forniscono nuove intuizioni per lo sviluppo di terapie basate su microvescicole naturali e sintetiche al fine di trattare diverse forme di malattie muscolari. In generale, evidenziano la formulazione di efficaci nanovettori funzionali mirati a ottimizzare la biodistribuzione delle microvescicole".

Questa scoperta, si legge in una nota UniMi, rappresenta "un significativo passo avanti nel campo della medicina rigenerativa e delle terapie innovative per malattie muscolari. Il controllo preciso della biodistribuzione degli esosomi apre" infatti "nuove possibilità per il trattamento non solo della distrofia muscolare di Duchenne, ma anche di altre patologie muscolari caratterizzate da infiammazione cronica e degenerazione tessutale. La combinazione di nanotubi ferromagnetici ed esosomi ingegnerizzati potrebbe rivoluzionare l'approccio terapeutico, offrendo speranze concrete per pazienti e famiglie affetti da queste malattie debilitanti".

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Se la pillola non va giù, da alcol a zero acqua gli errori...

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Corsini (Statale Milano) li passa in rassegna e illustra i pericoli: "Sbagliando modalità di assunzione si rischia di minare la terapia"

(Fotogramma)

No, non basta un poco di zucchero e la pillola va giù, come cantava Mary Poppins, l'indimenticata tata magica nel film cult della Disney. "Non voglio fare del male a un personaggio che mi riporta all'infanzia, ma facciamo già colazioni molto ricche di zuccheri e, con tutto quello che mangiamo, se evitiamo di consumarne ancora è meglio. Al di là di qualche presenza di fruttosio o altro fra gli eccipienti del principio attivo del farmaco che ne favorisce l'assorbimento, io lo zucchero lo eviterei. Un po' di acqua è sufficiente", sorride Alberto Corsini, professore ordinario di farmacologia, università degli Studi di Milano. Una battuta, la sua, ma introduce un tema molto serio: sono tanti gli errori che le persone alle prese con capsule e compresse commettono. Il più frequente in assoluto? Mandar giù la pillola senz'acqua, spiega l'esperto all'Adnkronos Salute.

"E' vero, abbiamo delle formulazioni orosolubili che permettono una somministrazione senza l'utilizzo di acqua - premette il farmacologo - Ma pensiamo ai pazienti cronici, con pressione elevata, colesterolo alto, diabete: la maggior parte delle terapie prevede farmaci che richiedono l'assunzione con acqua. Perché altrimenti non li assorbiamo". E "non basta un dito di acqua - avverte - ci vuole un bicchiere pieno, che vuol dire 150-200 ml, per favorire la solubilizzazione e il trasferimento a livello gastrointestinale, dove poi avviene l'assorbimento vero e proprio. Ci sono tantissimi studi ormai da 40-50 anni, che hanno evidenziato che se prendo la stessa aspirina, un antibiotico, qualunque farmaco con poca acqua, piuttosto che con un bicchiere pieno, ne assorbo meno della metà. Quindi ho già un fallimento terapeutico. Prima ancora di iniziare la cura, sto sbagliando".

L'assorbimento di un farmaco è un punto molto critico, evidenzia Corsini. Nel 'galateo' del farmaco orale va aggiunto che "va assunto in posizione eretta", cercando almeno di mettersi seduti, in posizione verticale e non sdraiati. "Perché questo favorisce per gravità il trasferimento dalla bocca allo stomaco. Il passaggio nell'esofago è di circa 2-3 minuti. Nel giro di 10 minuti, stando in quella posizione, il farmaco raggiunge lo stomaco dove può avere luogo l'assorbimento. Questo passaggio è facilitato dall'acqua, che aumenta il peso". Di esempi, assicura l'esperto, ce ne sono tanti. "Pensiamo ai farmaci bifosfonati per l'osteoporosi negli anziani, che sono scarsamente assorbibili: bisogna aiutarli assumendoli con un'acqua con pochissimi sali. Non si può prendere il farmaco con un caffè, un tè, un succo, perché sennò se ne assorbe pochissimo. E non è scherzo, perché il paziente rischia fratture".

Un altro elemento importante è quando si indica che il farmaco va preso in presenza di cibo. "Questo significa che bisogna mangiare un pasto - dice Corsini - Quando infatti il farmaco viene studiato per capire se è importante o meno assumerlo vicino o lontano dai pasti, lo si valuta con la cosiddetta 'continental breakfast'. Vuol dire con una certa quota di grassi, di latte, di zuccheri, eccetera. Quindi il paziente deve mangiare. Non basta un biscottino la mattina. Queste informazioni sono anche scritte nei foglietti illustrativi, ma un aiuto in questo lo può dare il farmacista", ricordando le giuste modalità di assunzione quando dispensa il farmaco al paziente. C'è poi il capitolo integratori: "Se una persona vuole consumare vitamine, piuttosto che sali, magnesio, calcio, è bene farlo lontano dai medicinali. Facciamo l'esempio dei farmaci per la tiroide (in Lombardia sono 700mila le persone che ricevono questi farmaci di terapia sostitutiva perché magari ipotiroidei). Se si prendono con degli integratori se ne assorbe la metà. Il consiglio è dunque aspettare almeno due ore prima di prendere gli integratori".

Un messaggio è poi per chi, terrorizzato dall'affogarsi con le pillole, le mastica: "A parte il fatto che credo siano poche quelle con un buon sapore, occorre sapere che la saliva ha un pH diverso da quello gastrointestinale - dice Corsini - Esempio: i farmaci inibitori di pompa protonica", usatissimi per ulcere, gastriti e reflusso, "hanno bisogno di essere in un ambiente acido per essere attivati. Se si masticano in bocca, alla fine si perdono". Insomma, se si indica che un farmaco va assunto in un certo modo, "è perché è stato studiato in quelle condizioni. Un primo aspetto che si valuta è il tipo di somministrazione. E quindi l'assunzione non deve essere fatta 'ad personam', ma seguendo quelle che sono le istruzioni".

L'elenco degli errori più comuni include la scelta di accompagnare le pillole col latte. Anche qui l'insidia è dietro l'angolo, perché "molti farmaci, alcuni antibiotici e altre molecole, 'precipitano' con il calcio, con i latticini. E quindi, ancora una volta, si ha un fallimento terapeutico", avverte il farmacologo. Se "non vogliamo farci del male", continua, evitiamo ovviamente di far scendere giù la pillola con bevande alcoliche. "L'alcol solubilizza la molecola in modo diverso e non va per niente bene. L'assunzione del farmaco deve essere rispettata". Gli esempi sono infiniti: "Per alcune molecole il succo d'arancia potrebbe portare a precipitazioni, potrebbe portare alla chelazione - elenca Corsini - Facciamo l'esempio di alcuni antibiotici, i chinoloni, piuttosto che i bifosfonati". Si rischia dunque di "perdere una grossa quota di successo delle terapie per questi errori banalissimi".

Un accenno a parte merita il succo di pompelmo: "Si era visto, ormai diversi anni fa, che l'assunzione di notevoli quantità di pompelmo poteva inibire il metabolismo, l'eliminazione del farmaco, e questo portava a un aumento delle concentrazioni fino a effetti tossici. Prima si era visto con alcuni antipertensivi, quindi con cadute dei livelli pressori, poi con un effetto antiaritmico maggiore, maggiori problemi di tollerabilità dei farmaci per il colesterolo. Tanto che in ospedale, nelle diete o negli studi clinici, il pompelmo è stato bandito. Ma questo non vuol dire che io non devo consumare un bicchiere di succo di pompelmo al giorno. Le cose vanno contestualizzate: il pompelmo è un potente inibitore del metabolismo dei farmaci se si arriva a consumarne un litro al giorno. Quindi berne un bicchiere al mattino e poi prendere un farmaco alla sera non è drammatico, salvo rarissime eccezioni, come alcune statine".

Stimolanti come il caffè? "Dire a un italiano di non bere il caffè è impossibile - sorride - ma anche in questo caso, semplicemente è meglio farlo lontano dall'assunzione dei farmaci. La strategia ideale può essere prendere il proprio medicinale con un bel bicchiere d'acqua e poi dopo mezz'ora o un'ora fare colazione. Sono semplici suggerimenti che possono aiutare. L'ultima indicazione importante è che ci sono alcuni farmaci, i famosi vecchi anticoagulanti, per i quali occorre stare attenti a utilizzare la vitamina K, che si può trovare negli integratori, per esempio. Se dunque si assume il warfarin - e in Italia sono ancora 400mila i pazienti che lo prendono - l'integratore se proprio lo si vuole prendere va preso almeno due ore dopo. Chi consuma gli anticoagulanti deve stare poi attento ad utilizzare le verdure con foglie larghe, che sono ricche di vitamina K. Ovviamente si può fare un pasto con l'insalata, perché tutto va contestualizzato. I farmaci - conclude dunque Corsini - ci aiutano ma vanno rispettati. Perché se non li prendiamo secondo le indicazioni, il rischio è che non funzionino. E non si deve avere il timore di chiedere quali sono le regole corrette al farmacista, al medico o all'infermiere". Con buona pace di Mary Poppins.

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