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Sterilizzazione volontaria “impossibile in Giappone”: cinque donne fanno causa al governo

Le donne sono utili solo se sono madri? In Giappone sembrerebbe di sì. Perché pare che chi richiede oggi la sterilizzazione debba soddisfare una serie di condizioni. L’approvazione viene accordata a quelle donne che hanno già un figlio, o che possano dimostrare il pericolo per la loro salute in caso di un’eventuale gravidanza e, immancabile, è il consenso del coniuge. Ciò rende difficile per molte cittadine giapponesi la possibilità di accedere a questa procedura e con il calo demografico e la volontà di incentivare la maternità, ciò sembra essere ancora più complesso.

Sterilizzazione in Giappone: a quale costo?

A raccontare la storia di cinque donne che hanno fatto causa al governo di Tokyo è il New York Times che riporta la testimonianza di Tatsuta. La 24enne giapponese ha già chiaro da diversi anni che non intende avere figli in un futuro né vicino né lontano e, insieme ad altre quattro donne, ha deciso di attaccare una legge conosciuta come Maternal Protection Act. Secondo le protagoniste di questa vicenda, questa norma viola il loro diritto costituzionale all’uguaglianza e all’autodeterminazione e per tale motivo dovrebbe essere annullata.

Durante un’udienza presso il tribunale distrettuale di Tokyo la scorsa settimana, Michiko Kameishi, avvocato dei querelanti, ha descritto la legge come una forma di “eccessivo paternalismo” e ha affermato che la norma “presuppone che pensiamo al corpo di una donna come un corpo destinato a diventare madre”, riporta il Nyt.

Il Paese ha dimostrato di avere leggi che non sono proprio in linea con quelle di altre Nazioni sviluppate. Anticoncezionali quali la pillola o dispositivi intrauterini non sono coperti dall’assicurazione sanitaria nazionale e le donne che decidono di abortire devono ottenere prima il consenso del partner. L’associazione Japan Family Planning riporta che solo il 5% delle donne usa la pillola anticoncezionale come metodo di controllo di una gravidanza, per tutto il resto è sufficiente il preservativo.

La causa in tribunale – con una richiesta di risarcimento pari a 1 milione di yen (5.894 euro circa) a persona – arriva in un periodo di crisi del Paese. Mentre le cinque donne rivendicano un loro diritto, il governo cerca di aumentare il tasso di natalità, ormai ai minimi storici, con una serie di incentivi.

La battaglia legale in Giappone relativa alla sterilizzazione è una questione delicata: da tradizione del governo tali procedure si imponevano solo a persone con patologie psichiatriche o disabilità intellettive e fisiche. Il Maternal Protection Act, nel 1996, ha rimosso la clausola eugenetica, ma i legislatori hanno mantenuto requisiti rigorosi per le donne che volevano accedere all’aborto o alla stessa sterilizzazione.

E. almeno tecnicamente, questa legge colpisce anche gli uomini che richiedono una vasectomia. Devono, cioè, avere altrettanto avuto un figlio, il consenso del partner e dimostrare che la loro compagna e consorte sarebbe messa in pericolo dal punto di vista medico in caso di una gravidanza. Nei fatti, però, riporta il Nyt, i dati del governo segnalano la messa in pratica da parte dei medici del sistema sanitario nazionale di 5.130 sterilizzazioni sia su uomini che su donne nel 2021, l’ultimo anno per cui sono disponibili le statistiche e non sono disponibili disaggregazioni tra i sessi; quindi, è impossibile stabilire se nei fatti siano più gli uomini o le donne ad aver avuto accesso a questa pratica.

E in Italia?

La sterilizzazione volontaria è legale in Italia? Apparentemente sì. Nel concreto, però, nel nostro Paese la sterilizzazione maschile e femminile non sono regolate da norme legislative. Il divieto alla sterilizzazione è stato eliminato con la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (n.194 del 1978) che ha abolito il Titolo 10 del Codice penale intitolato ‘Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe’. La chiusura delle tube, e quindi la sterilizzazione femminile, può essere praticata in laparoscopia e in alcuni centri viene chiesto ancora l’assenso del partner. La chiusura dei dotti deferenti nell’uomo può essere anche praticata ambulatorialmente. Nel 1987 la Corte di Cassazione con la “sentenza Conciani” ha stabilito invece che la sterilizzazione consenziente non viola il Codice penale e invitò il Parlamento a regolamentare in materia: cosa che non è mai accaduta.

In sintesi, se nessuna legge vieta la vasectomia o altre forme di sterilizzazione, nessuna legge le regolamenta in modo specifico. Questo non la rende punibile, ma neanche di così scontato accesso e le condizioni variano da una Regione all’altra.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Popolazione, Onu: “10,3 miliardi di persone entro metà 2080”

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La popolazione mondiale raggiungerà il suo picco massimo entro la metà del 2080. Si tratta di una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 10,3 miliardi, rispetto agli 8,2 miliardi attuali. Si prevede, inoltre, che scenderà gradualmente raggiungendo i 10,2 miliardi entro il 2100, pari al 6% in meno rispetto a quanto previsto un decennio fa. I dati emergono dall’ultimo rapporto biennale delle Nazioni Uniti, “World Population Prospects”. Nel 2022 l’Onu aveva stimato che la popolazione mondiale avrebbe raggiunto il picco di 10,4 miliardi entro il 2080.

“In alcuni paesi, il tasso di natalità è ora persino più basso di quanto previsto in precedenza e stiamo anche assistendo a cali leggermente più rapidi in alcune regioni ad alta fertilità – ha affermato in una dichiarazione il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali, Li Junhua -. Il picco basso così precoce è un segnale di speranza. Ciò potrebbe significare una riduzione delle pressioni ambientali dovute agli impatti umani, grazie al consumo aggregato inferiore”.

Come cambierà la popolazione?

In media, a livello globale, le donne hanno un figlio in meno rispetto al 1990. In molti Paesi il numero medio di figli è sceso sotto 2,1, che segna il livello richiesto a una popolazione per mantenere una dimensione costante senza migrazione, noto anche come “tasso di sostituzione”. Tra i più in crisi ci sono Cina, Corea del Sud, Spagna e Italia con tassi di fertilità che l’Onu ha definito “ultra-bassi”.

Ma quindi quanti saremo sulla Terra? Il picco di popolazione di 63 paesi raggiunto fino ad oggi – tra cui Cina, Germania, Giappone e Russia -, diminuirà del 14% nei prossimi 30 anni. Se da un lato ci sono Paesi con popolazione in calo, altri registreranno numeri mai visti prima. Niger, Somalia, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo, subiranno una “crescita molto rapida” destinata quasi a raddoppiare tra il 2024 e il 2054. Verso la metà del secolo, anche altri 126 paesi, tra cui Stati Uniti, India, Indonesia e Pakistan, raggiungeranno picchi elevati.

Focus sull’Europa

A riportare i dati dell’Europa, in occasione della Giornata mondiale della popolazione, è l’Eurostat che ha sottolineato quanto la ripresa delle migrazioni e l’asilo concesso ai rifugiati ucraini abbia contribuito all’incremento della popolazione europea.

Considerando un arco temporale più lungo, la popolazione dell’Ue è cresciuta da 354,5 milioni nel 1960 a 449,2 milioni a gennaio 2024, con un aumento di 94,7 milioni di persone. La popolazione dei singoli paesi dell’Ue variava da 0,6 milioni a Malta a 83,4 milioni in Germania.

Germania, Francia e Italia insieme comprendono quasi la metà (47%) della popolazione totale attuale dell’Ue.

Mentre la popolazione complessiva dell’Ue è aumentata nel 2024, non tutti gli Stati membri hanno registrato aumenti demografici significativi. In totale, sette paesi hanno registrato una diminuzione della popolazione tra gennaio 2023 e gennaio 2024, con le maggiori diminuzioni segnalate in Polonia (-132.800 persone), Grecia (-16.800) e Ungheria (-15.100). Sono stati osservati aumenti negli altri 20 paesi, con i maggiori in Spagna (+525.100), Germania (+330.000) e Francia (+229.000).

Aspettativa di vita

L’aspettativa di vita, inoltre, è tornata a crescere nel 2022, raggiungendo 83,3 anni per le donne e 77,9 anni per gli uomini. Questi livelli sono superiori a quelli del 2020, ma inferiori a quelli osservati nel 2019. Il divario di genere in diminuzione osservato durante i due decenni precedenti è stato in qualche modo invertito durante il Covid-19. Tuttavia, nel 2022 si è ridotto notevolmente di 5,4 anni.

Tra i paesi dell’Ue è la Spagna ad avere l’aspettativa di vita media più alta alla nascita (per entrambi i sessi) nel 2022 (a 83,2 anni), mentre la più bassa era in Bulgaria (74,2 anni). Le neonate avevano un’aspettativa di vita superiore a quella dei neonati in ogni paese dell’UE, con divari di genere particolarmente ampi nei paesi baltici: Lettonia (10,0 anni), Lituania ed Estonia (entrambe 8,7 anni). I divari più stretti erano nei Paesi Bassi (2,9 anni), Irlanda (3,3 anni) e Svezia (3,4 anni).

Mortalità

Nel 2022, ci sono stati 5,2 milioni di morti nell’Ue. Rispetto al 2019, il numero di morti nel 2022 era superiore di 505.000 in termini assoluti, con un aumento del 10,9%. La mortalità è stata minore nel 2022 rispetto al 2021 nella maggior parte dei paesi, compresi tutti i paesi dell’UE orientali e baltici, così come Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo. I maggiori cali della mortalità tra il 2021 e il 2022 sono stati in Bulgaria, Slovacchia e Romania e il maggior aumento in Finlandia. I tassi più alti di mortalità nel 2022 erano a Cipro (24,3%), Malta (18,4%) e Finlandia (17,0%). Al contrario, c’erano 10 paesi dell’UE in cui il numero di morti nel 2022 era inferiore al 10,0% rispetto alla media di base per il periodo 2016-19. I tassi di mortalità più bassi sono stati registrati in Svezia (4,1%) e Romania (4,5%).

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Una donna di 63 anni e un ragazzo di 26 anni avranno un...

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Una donna di 63 anni e un ragazzo di 26 avranno un figlio grazie alla maternità surrogata. La storia di Quran McCain e di sua moglie Cheryl McGregor arriva dalla Georgia, Stati Uniti, e sta facendo il giro del mondo, provocando le reazioni più disparate. Dalla gioia dei romantici al grido di “l’amore non ha età” a chi ritiene eccessivi i 37 anni di differenza tra i due e “immorale” la scelta di avere un figlio tramite la maternità surrogata.

Quran e Cheryl avranno un figlio

Quran e Cheryl erano famosi già prima di questa notizia grazie al profilo TikTok di lei, seguito da 4,8 milioni di utenti. Adesso la coppia ha anche un profilo Onlyfans.

Gli haters si fanno sentire, ma ai due non importa: “In tanti mi scrivono che sembra che io stia uscendo con mia nonna, c’è tanto odio sui social. Questo non ci destabilizza, a fine giornata ci ritroviamo insieme ed è l’unica cosa che conta. Non può ferirci quello che dicono, noi sappiamo che non è vero. Ma soprattutto noi siamo felici”, ha detto Quran al Sun nel 2022.

I fan sono rimasti senza parole quando il 9 maggio scorso la coppia ha mostrato il test di gravidanza positivo, anche se a molti utenti è sembrato il test del Covid. Le immagini dell’ecografia, però, hanno cancellato qualsiasi dubbio: “Avrà il nostro bambino”, ha detto Cheryl riferendosi alla donna che sta portando avanti la gestazione, “Siamo così emozionati!”.

Circa un mese dopo, la coppia ha voluto dare un aggiornamento ai propri fan mostrando su TikTok una nuova ecografia dove la fisionomia del piccolo è più netta: “Abbiamo le foto del nostro figlio. Adesso ha davvero l’aspetto di un bambino ed è adorabile. La prossima settimana scopriamo il sesso. Sono pronta”, ha detto Cheryl. I test hanno rivelato che si tratterà di un bambino.

La donna è già madre di 7 figli e nonna di 17 nipoti e per la prima volta diventerà madre tramite maternità surrogata: “Finalmente sta accadendo, stiamo fondando la nostra famiglia”. La coppia ha fatto sapere che la loro madre surrogata era incinta ed erano stati dal medico con lei per ascoltare il battito cardiaco del bambino. “Sono così emozionato all’idea di diventare papà”, ha detto il giovane ragazzo.

Cheryl ha fornito l’ovulo alla madre surrogata, rimasta incinta con lo sperma di Quran, “Non vediamo l’ora, ne siamo molto entusiasti”, ha aggiunto la 63enne aspettando il momento del parto.

La maternità surrogata si è resa necessaria perché l’età impedisce alla donna di portare avanti una gravidanza, ma la coppia ci tiene a far sapere che la loro relazione sessuale va a gonfie vele.

@oliver6060 Our baby is healthy and were going into the second trimester @King Quran #fyp #update #agegap ♬ original sound – Queen cheryl

La coppia ci aveva già provato, ma era stata truffata

La voglia della coppia di mettere su famiglia nasce da lontano.

Da quasi tre anni Quran e Cheryl raccontano ai loro follower di TikTok quanto vorrebbero avere un figlio insieme. I due si sono conosciuti nel 2020 nel fast food di uno dei figli di lei e si sono sposati nel settembre 2021.
“È da qualche mese che siamo pronti a mettere su famiglia”, aveva rivelato la donna poco dopo il matrimonio.

Ora quel momento è vicino, ma non è stato tutto semplice.

Presi dal loro forte desiderio, l’anno scorso gli sposi sono incappati in una truffa, cercando di realizzare la maternità surrogata.
La donna che si era offerta di portare avanti la gestazione si è dileguata dopo aver preso i soldi da Quran e Cheryl. La truffatrice, tra l’altro, avrebbe anche violato le normative che regolano la procreazione assistita negli Stati Uniti avendo rapporti sessuali non protetti con il proprio partner durante la fecondazione dell’ovulo. In seguito, come riporta Il Mattino, avrebbe deciso di non portare più avanti la maternità surrogata, ma si è tenuta i soldi. Insomma, l’amore è cieco, ma i furbetti ci vedono benissimo.

“Siamo estremamente feriti, ma continueremo ad andare avanti”, hanno commentato sui social, facendo sapere che non si sarebbero fermati e di volere ancora un bambino. Ancora qualche mese e il loro desiderio diventerà realtà tra la gioia di molti e lo scetticismo di altri.

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Gap Nord-Sud, allarme rosso: nel Meridione quasi il doppio...

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“Se non affrontato con urgenza il divario rischia di trasformarsi in una frattura che farà crollare le fondamenta economiche e sociali dell’Italia, ampliando ulteriormente le disuguaglianze”, è netto il commento di Raffaele Rio, presidente di Demoskopika, sul gap economico e sociale tra Nord e Sud Italia.

Nell’ultimo decennio, la forbice non è stata mai ampia come accaduto nel 2023, rivela l’indice del divario economico e sociale (INDES): 100 punti rispetto ai 92,5 punti del 2013. L’indice sviluppato dall’istituto di ricerca italiano prende in considerazione sette fattori: occupazione, disoccupazione, reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità, ricchezza pro-capite e povertà. Nell’ambito della ricerca, Demoskopika ha selezionato gli indicatori in base alla reperibilità della serie storica, all’ufficialità o all’autorevolezza delle fonti e alla rilevanza socio-economica.

Nonostante l’anno scorso il Sud sia cresciuto più del Nord in termini percentuali (rapporto Svimez), questa ulteriore indagine, che non si concentra solo sull’aspetto economico, rivela un’Italia sempre più spaccata. Il Mezzogiorno può ripartire dall’unico dato positivo emerso dalla ricerca, ovvero il tasso di occupazione.

Occupazione e disoccupazione in Italia

Per quanto riguarda il tasso di occupazione, l’INDES evidenzia un miglioramento sia al Nord che al Sud, con una riduzione del divario, che resta comunque molto ampio. Nel 2023, l’occupazione nel Nord è al 69,4%, mentre nel Mezzogiorno è al 48,2%, con un divario di 21,2 punti percentuali rispetto ai 22,4 punti percentuali del 2013. Questo indica progressi nel Mezzogiorno nell’accesso al mercato del lavoro. Tuttavia, in termini assoluti, il Mezzogiorno registra ancora 5,8 milioni di occupati in meno rispetto al Nord.

Anche la disoccupazione ha visto una riduzione in entrambe le aree e una riduzione del gap, ma il Sud presenta ancora tassi significativamente più alti. Nel 2023, la disoccupazione nel Nord è al 4,6%, contro il 14% del Mezzogiorno, con un divario di 9,4 punti percentuali rispetto agli 11,5 punti percentuali del 2013. Nonostante il miglioramento, il divario rimane ampio. Al Sud, nel 2023, i disoccupati sono quasi il doppio di quelli al Nord, con oltre un milione di persone in cerca di occupazione rispetto alle 592mila del Nord, per un divario di 433mila individui.

Differenze-occupazione-Nord-e-Sud Italia_Fonte: Demoskopika

Il rapporto di Demoskopika evidenzia anche che quattro degli altri cinque indicatori – reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità e ricchezza pro-capite – hanno raggiunto il massimo punteggio di 100 punti, contribuendo all’aumento del divario. In particolare, l’indicatore delle persone a rischio di povertà ha registrato un picco negativo nel 2019, con un valore di 97,9 punti.

Reddito e povertà al Nord e al Sud

Nel 2023, la forbice del reddito disponibile familiare tra Nord e Sud Italia si è ulteriormente allargata. La differenza reddituale è passata dai 12.969 euro del 2013 ai 16.916 euro del 2023, con un abissale incremento delle disparità economiche pari al 30,4%. L’indice di riferimento è aumentato da 76,7 punti nel 2013 a 100 punti nel 2023, che si traduce in un potere d’acquisto significativamente maggiore per le famiglie del Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Chiaramente anche il prodotto interno lordo pro capite ha mostrato una crescita diseguale tra le due aree. Nel Nord, il PIL pro capite è aumentato da 32.919 euro nel 2013 a 36.904 euro nel 2023, mentre nel Mezzogiorno, è passato da 17.980 euro a 19.821 euro nello stesso periodo. Il divario in termini assoluti è pari a 17.083 euro nel 2023, anche questo in aumento.
Tradotto in termini INDES, il punteggio è passato da 87,4 nel 2013 a 100 punti nel 2023, riflettendo una maggiore capacità del Nord di generare ricchezza rispetto al Sud. Per ridurre questo divario, sarebbero necessarie politiche di sviluppo economico mirate, come l’attrazione di investimenti e il supporto all’imprenditorialità nel Mezzogiorno.

L’altro lato della medaglia misura la povertà e conferma quanto visto sopra: la povertà nel Mezzogiorno continua a essere significativamente più alta rispetto al Nord, con una tendenza al peggioramento. Nel 2023, quasi 4 milioni di persone in più erano a rischio povertà nel Mezzogiorno rispetto al Nord: 6,7 milioni al Sud contro poco più di 2,7 milioni al Nord e il divario rischia di allargarsi con l’autonomia differenziata.

Parlare in termini assoluti offre un’analisi parziale perché il Sud è (sempre) meno popolato del Nord Italia. Se si guardano ai tassi, però, la situazione resta preoccupante: nel 2023 il tasso di povertà è del 9,9% nel Settentrione contro il 33,7% del Meridione. Un divario di 23,8 punti percentuali rispetto ai 22,9 punti percentuali del 2013. L’indice di povertà è passato da 94,2 nel 2013 a 97,9 punti nel 2023, il che significa che una parte significativa della popolazione del Mezzogiorno vive in condizioni di povertà.

Al Sud si vive un anno e mezzo in meno

Cosa fa più male alla salute, la povertà o lo stress? Una risposta, almeno parziale, arriva dall’indagine di Demoskopika. Si è soliti pensare il Sud Italia offra quantomeno un miglior tenore di vita rispetto al Nord e, più in generale, una salute migliore. Le difficoltà economiche e strutturali, però, contrastano i benefici naturali che il Mezzogiorno offre ai suoi residenti e così, nonostante il proverbiale “tran tran”, al Nord Italia la speranza di vita è più alta rispetto al Meridione.

Nel 2023, la speranza di vita è di 83,6 anni nel Nord e 82,1 anni nel Mezzogiorno; quindi, in media si vive un anno e mezzo di più al Nord. Dieci anni prima, nel 2013, la differenza era meno marcata: 82,7 anni nel Nord e 81,6 anni nel Sud e nelle Isole, con un divario di 1,1 anni. In pratica, nell’ultimo decennio il Mezzogiorno ha perso circa cinque mesi di longevità rispetto al Nord. In termini di INDES, la forbice sulla speranza di vita è aumentata da 68,8 nel 2013 a 100 punti nel 2023, segnalando un peggioramento relativo delle condizioni nel Sud.

Bisogna sottolineare che su questo incide anche la carenza della sanità pubblica che se al Nord è un problema al Sud è sempre più un dramma. Insomma, povertà e ospedali al collasso inficiano sulla speranza di vita nel Meridione, al netto della qualità della vita di tutti i giorni.

Le differenze nella sanità tra Nord e Sud Italia

Una conferma arriva dall’indicatore sanitario di Demoskopika che si riferisce alla valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che misurano la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari.
In questo caso l’ultimo anno disponibile con dei dati è il 2022, quando il divario tra Nord e Sud ha raggiunto 68,3 punti rispetto ai 57,2 punti del 2017. In soli cinque anni l’INDES sanitario ha registrato un allargamento della forbice Nord-Sud di oltre dieci punti percentuali, evidenziando una crescente disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. L’indice sanitario è passato da 83,7 nel 2017 a 100 punti nel 2022.

Ovviamente, questa disparità produce effetti significativi sulla salute della popolazione del Mezzogiorno, contribuendo a una minore speranza di vita e a un peggioramento generale della qualità della vita. Per migliorare questa situazione, è necessario aumentare gli investimenti nella sanità nel Mezzogiorno, garantendo che i LEA siano rispettati uniformemente su tutto il territorio nazionale. E proprio questo è uno dei punti più criticati dalle opposizioni sull’autonomia differenziata che rischia di creare “cittadini di serie a e di serie b” (così Elly Schlein in Aula) anche di fronte a un diritto costituzionalmente garantito come la salute. Non a caso, anche la Commissione Ue ha bocciato l’autonomia differenziata.

Le disparità in termini di speranza di vita e qualità dei servizi sanitari tra Nord e Sud Italia rappresentano una sfida significativa per il sistema sanitario nazionale. Ridurre questo divario richiede un approccio integrato e sostenibile che coinvolga non solo l’aumento degli investimenti, ma anche riforme strutturali mirate.

Politiche di lungo termine dovrebbero includere:

Miglioramento delle infrastrutture sanitarie: costruzione e modernizzazione di ospedali e cliniche nel Mezzogiorno;
Formazione e assunzione di personale sanitario: incremento del numero di medici, infermieri e personale sanitario qualificato nelle regioni del Sud;
Accesso uniforme ai farmaci e alle tecnologie: assicurare che le innovazioni mediche e i farmaci essenziali siano disponibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale;
Prevenzione ed educazione sanitaria: promozione di campagne di prevenzione e programmi di educazione sanitaria per sensibilizzare la popolazione sui benefici di stili di vita sani;
Monitoraggio e valutazione: implementare sistemi di monitoraggio per valutare l’efficacia delle politiche sanitarie e apportare miglioramenti continui.

Divario Sanità Nord E Sud_Fonte: Demoskopika

Il commento di Raffaele Rio, presidente Demoskopika

Commentando i risultati dell’indagine, il presidente dell’istituto di ricerca italiano, Raffaele Rio ha evidenziato l’urgenza di cambiare direzione: “È fondamentale mettere da parte le contrapposizioni ideologiche e avviare un processo di autonomia consapevole piuttosto che differenziata o, peggio ancora, gridata, garantendo equo accesso ai servizi essenziali per tutti i cittadini, con tanto di definizione, a monte e non a valle, dei livelli essenziali delle prestazioni e della necessaria copertura finanziaria”.

Per Rio, le politiche economiche e sociali dovrebbero concentrarsi su due aree fondamentali:

miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione pubblica, il che implica una riforma della governance degli interventi statali, un significativo miglioramento delle risorse umane e tecnologiche della pubblica amministrazione e un forte orientamento verso il raggiungimento degli obiettivi, supportato da sistemi di incentivazione;
potenziamento dell’iniziativa privata per ridurre i deficit infrastrutturali nel Mezzogiorno, sfruttando appieno il potenziale delle aree urbane e migliorando la qualità del tessuto produttivo.

“Senza un innesto di maggiore dignità e pragmatismo istituzionale – conclude il presidente – si rischia una guerra civile psicologica, uno scontro al massacro e sempre più ideologico tra Nord e Mezzogiorno del paese. E a pagarne le conseguenze sarà l’Italia intera (linea condivisa dall’Ue, ndr.), con in testa alla lista, i suoi individui più deboli, i suoi sistemi più fragili”.

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