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Parkinson, lo studio per diagnosticarlo in anticipo e la...

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Parkinson, lo studio per diagnosticarlo in anticipo e la donna che fiuta il morbo

Da Londra arriva uno studio che punta a riconoscere il Parkinson sette anni prima che si verifichino i sintomi sui pazienti. Si tratta di una ricerca nelle sue fasi iniziali, che ha ottenuto già ottimi risultati. Un ulteriore passo avanti nel contrasto a un morbo sempre più diffuso. Una battaglia che viene perseguita con i metodi più tradizionali ma anche seguendo strade straordinarie.

La signora che annusa il Parkinson

Come quella della donna scozzese che riesce ad “annusare” il Parkinson grazie al suo olfatto. Una notizia che nell’era della tecnologia, anche medica, sembra più unica che rara, anche se, come vedremo, la donna è in buona compagnia. Chissà quale sarà stata la reazione di Joy Milne, oggi 74 enne di Perth, in Scozia, quando ha scoperto di poter riconoscere il morbo di Parkinson attraverso l’odore. Tutto nasce in famiglia, quando Joy nota un cambiamento nell’odore del marito che trova più sgradevole e vicino all’odore del muschio. Un cambiamento che la insospettisce, fiuta che qualcosa non va, ma il marito sta bene. Dodici anni dopo all’uomo verrà diagnosticato il Parkinson.

Per molti è impossibile trovare una relazione concreta dopo così tanto tempo, ma medici e ricercatori sono incuriositi, vogliono scoprire se l’olfatto di Joy Milne ha davvero una sensibilità rara e riesce a intercettare odori così precisi.

Joy inizia a collaborare con i ricercatori dell’Università di Manchester per sviluppare un test diagnostico basato sull’analisi del sebo della pelle. Durante questi studi, la donna scozzese dimostra la sua abilità in modo impressionante. In un esperimento, deve annusare magliette indossate da persone con e senza Parkinson. Il risultato è sconvolgente: Joy riesce a individuare tutti i pazienti con Parkinson. Non solo: riesce anche a segnalare una persona malata a cui però non era stata diagnosticata la malattia. Otto mesi dopo, a questo soggetto verrà diagnosticato il Parkinson. Di fronte a questi risultati, gli scienziati iniziarono a usare dei cotton fioc sui pazienti per cercare le molecole associate alla malattia.

La signora Milne, ex infermiera, riteneva “inaccettabile” che i pazienti con il morbo di Parkinson ricevessero una diagnosi solo quando la malattia aveva già causato dei danni neurologici importanti. “Penso che sia necessario riuscire a identificarla molto prima, proprio come avviene con il cancro e il diabete. Le diagnosi tempestive possono condurre a dei trattamenti più efficaci e a delle condizioni di vita migliori”, ha spiegato. Ha aggiunto che “è stato dimostrato che l’esercizio fisico e un cambio di regime alimentare possono fare una grande differenza”.

Nel 2019 questa collaborazione ha portato i primi risultati utili a sviluppare un test del tampone che può rilevare il morbo in appena tre minuti analizzando i composti organici volatili presenti nel sebo, che nei pazienti con Parkinson. Ora i ricercatori si stanno basando sulla scoperta per perfezionare il test per la diagnosi rapida e precoce del Parkinson. Nello studio pubblicato sul Journal of the American Chemical Society, gli esperti hanno confermato il ruolo determinante del sebo nella diagnosi del morbo.

Olfatto croce e delizia

Come tutti i “superpoteri”, anche l’olfatto di Joy Milne è fonte richiede sacrifici e provoca molti disturbi alla donna nella sua vita di tutti i giorni. “Devo andare a fare la spesa molto tardi, perché faccio fatica a sopportare i profumi indossati dalle persone. Inoltre, non posso andare nel reparto del supermercato dove ci sono tutti i prodotti chimici. Però sono stata in Tanzania per collaborare alle ricerche sulla tubercolosi e negli Stati Uniti, dove ho contribuito a degli studi preliminari sul cancro. Questo naso è una maledizione, ma non priva di benefici”, ha detto.

Altri casi simili

Ma Joy Milne non è da sola. Nella storia ci sono stati documentati altri casi di persone che riescono a percepire odori associati a diverse malattie. Il caso più avvalorato è il riconoscimento del diabete dall’odore “fruttato” dell’alito dei pazienti, causato dalla chetoacidosi diabetica quando c’è uno scompenso di glicemia.

Un altro esempio affascinante riguarda i cani addestrati per identificare odori associati a diverse patologie, inclusi vari tipi di cancro. Numerosi studi hanno dimostrato che i cani possono rilevare composti chimici volatili emessi dal corpo umano con una precisione straordinaria. Questi studi mostrano che il cancro emana composti chimici volatili che possono essere rilevati dall’olfatto canino, aprendo nuove possibilità per la diagnosi precoce e non invasiva di questa malattia.

La scienza sta iniziando a comprendere meglio come l’olfatto possa essere utilizzato per diagnosticare diverse malattie. Gli studi condotti finora dimostrano che il nostro corpo emette segnali chimici che possono essere rilevati dall’olfatto umano e animale. Questi segnali possono fornire informazioni preziose sulla nostra salute e aprire nuove strade per la diagnosi precoce e il trattamento di diverse patologie.

Joy riconosce che “Nessun medico di famiglia prenderebbe sul serio un paziente che si presenta di lui convinto di avere il Parkinson solo perché ha incontrato per strada una donna capace di fiutarlo! Forse in futuro le cose cambieranno, ma per ora è così”, chiosa.

Nuovi studi sul Parkinson

Intanto, continuano gli studi su questa patologia che in Italia interessa circa 300 mila persone e un trend in salita sia perché la popolazione è invecchiata, sia perché si fanno più esami e diagnosi.

Proprio in questi giorni, da Londra arrivano buone notizie sull’avanzamento degli studi. Oggi, le persone affette da Parkinson vengono trattate con la terapia sostitutiva della dopamina dopo che hanno già sviluppato sintomi come tremore, rallentamento nei movimenti e nell’andatura e problemi di memoria. Ma i ricercatori ritengono che una previsione e una diagnosi precoce sarebbero preziose per trovare trattamenti in grado di rallentare o fermare il Parkinson proteggendo le cellule cerebrali nel mirino della malattia.

Questo è l’obiettivo di un team di ricerca dell’University College di Londra, descritto in un articolo recentemente comparso sulle colonne di “Nature Communications”. Mediante l’impiego di modelli di apprendimento automatico, gli esperti sarebbero riusciti a individuare alcune spie della presenza della malattia nel sangue.

Man mano che diventano disponibili nuove terapie per il Parkinson, dobbiamo diagnosticare la patologia ai pazienti prima che sviluppino i sintomi”, osserva l’autore senior dello studio, Kevin Mills, dell’Ucl Great Ormond Street Institute of Child Health. Questo perché, evidenzia, “non possiamo far ricrescere le nostre cellule cerebrali, quindi dobbiamo proteggere quelle che abbiamo”.

Per verificare che il test fosse in grado di prevedere la probabilità di sviluppare la malattia, il team ha analizzato il sangue di 72 pazienti con disturbo del comportamento del sonno Rem. Questo disturbo fa sì che i pazienti mettano in atto fisicamente i propri sogni senza saperlo, facendo sogni vividi o violenti). È ormai noto che il 75-80% delle persone con questo disturbo svilupperanno una sinucleinopatia, un tipo di disturbo cerebrale causato dall’accumulo anomalo di una proteina chiamata alfa-sinucleina nelle cellule cerebrali e correlato al Parkinson. Quando lo strumento di apprendimento automatico ha analizzato il sangue dei pazienti, ha identificato che il 79% di loro aveva lo stesso profilo di una persona affetta dal morbo. Qualora i risultati di questo primo studio superassero il test della generalizzabilità, basterebbero delle semplici analisi del sangue per una diagnosi precoce e affidabile (clicca qui se vuoi approfondire).

La speranza dei ricercatori è di ottenere finanziamenti anche per creare un test eseguibile in maniera più semplice mettendo una goccia di sangue su una scheda da inviare al laboratorio.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Gap Nord-Sud, allarme rosso: nel Meridione quasi il doppio...

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“Se non affrontato con urgenza il divario rischia di trasformarsi in una frattura che farà crollare le fondamenta economiche e sociali dell’Italia, ampliando ulteriormente le disuguaglianze”, è netto il commento di Raffaele Rio, presidente di Demoskopika, sul gap economico e sociale tra Nord e Sud Italia.

Nell’ultimo decennio, la forbice non è stata mai ampia come accaduto nel 2023, rivela l’indice del divario economico e sociale (INDES): 100 punti rispetto ai 92,5 punti del 2013. L’indice sviluppato dall’istituto di ricerca italiano prende in considerazione sette fattori: occupazione, disoccupazione, reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità, ricchezza pro-capite e povertà. Nell’ambito della ricerca, Demoskopika ha selezionato gli indicatori in base alla reperibilità della serie storica, all’ufficialità o all’autorevolezza delle fonti e alla rilevanza socio-economica.

Nonostante l’anno scorso il Sud sia cresciuto più del Nord in termini percentuali (rapporto Svimez), questa ulteriore indagine, che non si concentra solo sull’aspetto economico, rivela un’Italia sempre più spaccata. Il Mezzogiorno può ripartire dall’unico dato positivo emerso dalla ricerca, ovvero il tasso di occupazione.

Occupazione e disoccupazione in Italia

Per quanto riguarda il tasso di occupazione, l’INDES evidenzia un miglioramento sia al Nord che al Sud, con una riduzione del divario, che resta comunque molto ampio. Nel 2023, l’occupazione nel Nord è al 69,4%, mentre nel Mezzogiorno è al 48,2%, con un divario di 21,2 punti percentuali rispetto ai 22,4 punti percentuali del 2013. Questo indica progressi nel Mezzogiorno nell’accesso al mercato del lavoro. Tuttavia, in termini assoluti, il Mezzogiorno registra ancora 5,8 milioni di occupati in meno rispetto al Nord.

Anche la disoccupazione ha visto una riduzione in entrambe le aree e una riduzione del gap, ma il Sud presenta ancora tassi significativamente più alti. Nel 2023, la disoccupazione nel Nord è al 4,6%, contro il 14% del Mezzogiorno, con un divario di 9,4 punti percentuali rispetto agli 11,5 punti percentuali del 2013. Nonostante il miglioramento, il divario rimane ampio. Al Sud, nel 2023, i disoccupati sono quasi il doppio di quelli al Nord, con oltre un milione di persone in cerca di occupazione rispetto alle 592mila del Nord, per un divario di 433mila individui.

Differenze-occupazione-Nord-e-Sud Italia_Fonte: Demoskopika

Il rapporto di Demoskopika evidenzia anche che quattro degli altri cinque indicatori – reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità e ricchezza pro-capite – hanno raggiunto il massimo punteggio di 100 punti, contribuendo all’aumento del divario. In particolare, l’indicatore delle persone a rischio di povertà ha registrato un picco negativo nel 2019, con un valore di 97,9 punti.

Reddito e povertà al Nord e al Sud

Nel 2023, la forbice del reddito disponibile familiare tra Nord e Sud Italia si è ulteriormente allargata. La differenza reddituale è passata dai 12.969 euro del 2013 ai 16.916 euro del 2023, con un abissale incremento delle disparità economiche pari al 30,4%. L’indice di riferimento è aumentato da 76,7 punti nel 2013 a 100 punti nel 2023, che si traduce in un potere d’acquisto significativamente maggiore per le famiglie del Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Chiaramente anche il prodotto interno lordo pro capite ha mostrato una crescita diseguale tra le due aree. Nel Nord, il PIL pro capite è aumentato da 32.919 euro nel 2013 a 36.904 euro nel 2023, mentre nel Mezzogiorno, è passato da 17.980 euro a 19.821 euro nello stesso periodo. Il divario in termini assoluti è pari a 17.083 euro nel 2023, anche questo in aumento.
Tradotto in termini INDES, il punteggio è passato da 87,4 nel 2013 a 100 punti nel 2023, riflettendo una maggiore capacità del Nord di generare ricchezza rispetto al Sud. Per ridurre questo divario, sarebbero necessarie politiche di sviluppo economico mirate, come l’attrazione di investimenti e il supporto all’imprenditorialità nel Mezzogiorno.

L’altro lato della medaglia misura la povertà e conferma quanto visto sopra: la povertà nel Mezzogiorno continua a essere significativamente più alta rispetto al Nord, con una tendenza al peggioramento. Nel 2023, quasi 4 milioni di persone in più erano a rischio povertà nel Mezzogiorno rispetto al Nord: 6,7 milioni al Sud contro poco più di 2,7 milioni al Nord e il divario rischia di allargarsi con l’autonomia differenziata.

Parlare in termini assoluti offre un’analisi parziale perché il Sud è (sempre) meno popolato del Nord Italia. Se si guardano ai tassi, però, la situazione resta preoccupante: nel 2023 il tasso di povertà è del 9,9% nel Settentrione contro il 33,7% del Meridione. Un divario di 23,8 punti percentuali rispetto ai 22,9 punti percentuali del 2013. L’indice di povertà è passato da 94,2 nel 2013 a 97,9 punti nel 2023, il che significa che una parte significativa della popolazione del Mezzogiorno vive in condizioni di povertà.

Al Sud si vive un anno e mezzo in meno

Cosa fa più male alla salute, la povertà o lo stress? Una risposta, almeno parziale, arriva dall’indagine di Demoskopika. Si è soliti pensare il Sud Italia offra quantomeno un miglior tenore di vita rispetto al Nord e, più in generale, una salute migliore. Le difficoltà economiche e strutturali, però, contrastano i benefici naturali che il Mezzogiorno offre ai suoi residenti e così, nonostante il proverbiale “tran tran”, al Nord Italia la speranza di vita è più alta rispetto al Meridione.

Nel 2023, la speranza di vita è di 83,6 anni nel Nord e 82,1 anni nel Mezzogiorno; quindi, in media si vive un anno e mezzo di più al Nord. Dieci anni prima, nel 2013, la differenza era meno marcata: 82,7 anni nel Nord e 81,6 anni nel Sud e nelle Isole, con un divario di 1,1 anni. In pratica, nell’ultimo decennio il Mezzogiorno ha perso circa cinque mesi di longevità rispetto al Nord. In termini di INDES, la forbice sulla speranza di vita è aumentata da 68,8 nel 2013 a 100 punti nel 2023, segnalando un peggioramento relativo delle condizioni nel Sud.

Bisogna sottolineare che su questo incide anche la carenza della sanità pubblica che se al Nord è un problema al Sud è sempre più un dramma. Insomma, povertà e ospedali al collasso inficiano sulla speranza di vita nel Meridione, al netto della qualità della vita di tutti i giorni.

Le differenze nella sanità tra Nord e Sud Italia

Una conferma arriva dall’indicatore sanitario di Demoskopika che si riferisce alla valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che misurano la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari.
In questo caso l’ultimo anno disponibile con dei dati è il 2022, quando il divario tra Nord e Sud ha raggiunto 68,3 punti rispetto ai 57,2 punti del 2017. In soli cinque anni l’INDES sanitario ha registrato un allargamento della forbice Nord-Sud di oltre dieci punti percentuali, evidenziando una crescente disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. L’indice sanitario è passato da 83,7 nel 2017 a 100 punti nel 2022.

Ovviamente, questa disparità produce effetti significativi sulla salute della popolazione del Mezzogiorno, contribuendo a una minore speranza di vita e a un peggioramento generale della qualità della vita. Per migliorare questa situazione, è necessario aumentare gli investimenti nella sanità nel Mezzogiorno, garantendo che i LEA siano rispettati uniformemente su tutto il territorio nazionale. E proprio questo è uno dei punti più criticati dalle opposizioni sull’autonomia differenziata che rischia di creare “cittadini di serie a e di serie b” (così Elly Schlein in Aula) anche di fronte a un diritto costituzionalmente garantito come la salute. Non a caso, anche la Commissione Ue ha bocciato l’autonomia differenziata.

Le disparità in termini di speranza di vita e qualità dei servizi sanitari tra Nord e Sud Italia rappresentano una sfida significativa per il sistema sanitario nazionale. Ridurre questo divario richiede un approccio integrato e sostenibile che coinvolga non solo l’aumento degli investimenti, ma anche riforme strutturali mirate.

Politiche di lungo termine dovrebbero includere:

Miglioramento delle infrastrutture sanitarie: costruzione e modernizzazione di ospedali e cliniche nel Mezzogiorno;
Formazione e assunzione di personale sanitario: incremento del numero di medici, infermieri e personale sanitario qualificato nelle regioni del Sud;
Accesso uniforme ai farmaci e alle tecnologie: assicurare che le innovazioni mediche e i farmaci essenziali siano disponibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale;
Prevenzione ed educazione sanitaria: promozione di campagne di prevenzione e programmi di educazione sanitaria per sensibilizzare la popolazione sui benefici di stili di vita sani;
Monitoraggio e valutazione: implementare sistemi di monitoraggio per valutare l’efficacia delle politiche sanitarie e apportare miglioramenti continui.

Divario Sanità Nord E Sud_Fonte: Demoskopika

Il commento di Raffaele Rio, presidente Demoskopika

Commentando i risultati dell’indagine, il presidente dell’istituto di ricerca italiano, Raffaele Rio ha evidenziato l’urgenza di cambiare direzione: “È fondamentale mettere da parte le contrapposizioni ideologiche e avviare un processo di autonomia consapevole piuttosto che differenziata o, peggio ancora, gridata, garantendo equo accesso ai servizi essenziali per tutti i cittadini, con tanto di definizione, a monte e non a valle, dei livelli essenziali delle prestazioni e della necessaria copertura finanziaria”.

Per Rio, le politiche economiche e sociali dovrebbero concentrarsi su due aree fondamentali:

miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione pubblica, il che implica una riforma della governance degli interventi statali, un significativo miglioramento delle risorse umane e tecnologiche della pubblica amministrazione e un forte orientamento verso il raggiungimento degli obiettivi, supportato da sistemi di incentivazione;
potenziamento dell’iniziativa privata per ridurre i deficit infrastrutturali nel Mezzogiorno, sfruttando appieno il potenziale delle aree urbane e migliorando la qualità del tessuto produttivo.

“Senza un innesto di maggiore dignità e pragmatismo istituzionale – conclude il presidente – si rischia una guerra civile psicologica, uno scontro al massacro e sempre più ideologico tra Nord e Mezzogiorno del paese. E a pagarne le conseguenze sarà l’Italia intera (linea condivisa dall’Ue, ndr.), con in testa alla lista, i suoi individui più deboli, i suoi sistemi più fragili”.

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Perché gli adolescenti fanno abuso di alcol?

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Il panorama dell’abuso di alcol tra gli adolescenti italiani è motivo di crescente preoccupazione, secondo i recenti risultati dell’indagine nazionale condotta da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, supportata da Mediatyche Srl. I dati raccolti da un campione rappresentativo di 3.427 studenti tra i 13 e i 19 anni dipingono un quadro inquietante: oltre il 70% degli adolescenti ha sperimentato almeno una volta un episodio di ubriacatura.

Questo fenomeno è ancora più allarmante considerando che una minoranza dei giovani, meno del 15% dei maschi e il 10% delle femmine, consuma alcol più volte alla settimana. Tuttavia, tra coloro che non sono astemi, il 75% ha riferito di essersi ubriacato almeno una volta, e il 32% di questi ha vissuto questa esperienza più di tre volte.

Sempre più ‘binge drinking’

L’analisi dei dati evidenzia una tendenza allarmante tra gli studenti degli ultimi anni di scuola superiore: il 45% ha dichiarato di essersi ubriacato più di tre volte. Questo dato suggerisce che l’ubriacatura frequente sia percepita da molti giovani come una fase inevitabile del proprio sviluppo sociale, influenzata pesantemente dal contesto amicale. Circa il 20% degli adolescenti ammette di essere fortemente condizionato dalle abitudini e dalle pressioni del gruppo di amici, il che contribuisce a perpetuare il fenomeno del binge drinking, caratterizzati da episodi di consumo massiccio di alcol concentrati in breve tempo.

Ancora più preoccupante è la percezione distorta dei rischi connessi al consumo di alcol tra i giovani. Solo il 30% degli adolescenti intervistati è “molto d’accordo” sul fatto che bere possa provocare problemi di salute significativi, mentre un altro 40% si limita a essere “abbastanza d’accordo”. Questa scarsa consapevolezza dei rischi a lungo termine dell’abuso di alcol riflette una carenza critica nelle informazioni e nella educazione sui pericoli associati a questo comportamento.

Testimonianze dai pronto soccorso

L’emergenza legata all’abuso di alcol è un fenomeno ricorrente ogni fine settimana nei pronto soccorso italiani. Gianluigi Marseglia, direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Pavia, ha fornito uno sguardo approfondito sulla situazione al Policlinico San Matteo di Pavia, dove si osserva regolarmente l’afflusso di adolescenti con sintomi severi derivanti dall’abuso di alcol.

I casi trattati spaziano da malessere generale a stati confusionali gravi, fino ai casi più estremi di coma etilico. Questi sintomi rappresentano solo la punta dell’iceberg di una problematica più ampia e profonda che coinvolge giovani che ignorano o sottovalutano i rischi associati al consumo eccessivo di alcol. La frequenza con cui tali casi si presentano evidenzia una grave mancanza di consapevolezza tra i giovani riguardo alle conseguenze immediate e a lungo termine di questa pratica.

La disinformazione sull’alcol tra i giovani

Un aspetto critico emerso dall’indagine riguarda la percezione del rischio associato all’alcol, confrontato con altre sostanze. Mentre l’86% dei giovani intervistati ritiene le droghe sintetiche altamente pericolose per la salute, solo il 33,9% attribuisce lo stesso grado di rischio all’alcol. Questo divario nella percezione del rischio è profondamente allarmante e riflette una grave disinformazione diffusa tra gli adolescenti.

Secondo Giada Giglio Moro, psicologa e psicoterapeuta, l’alcol è classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come droga, nonostante il suo status comune come bevanda sociale. Questo fatto evidenzia una discrepanza significativa tra la percezione popolare e la realtà scientifica riguardo agli effetti nocivi dell’alcol sulla salute.

La mancanza di consapevolezza riguardo ai pericoli dell’alcol può avere conseguenze gravi. Prima di tutto, gli adolescenti potrebbero non essere sufficientemente motivati a limitare o evitare il consumo eccessivo di alcol, pensando erroneamente che sia meno dannoso rispetto ad altre sostanze. Ciò potrebbe portare a comportamenti rischiosi come il binge drinking, con conseguenze immediate come incidenti stradali, violenze, e intossicazioni acute. Inoltre, la percezione distorta del rischio può influenzare le decisioni dei giovani riguardo alla prevenzione di problemi di salute a lungo termine, come danni al fegato, dipendenza dall’alcol, e problemi mentali e comportamentali associati.

Progetti di prevenzione: il caso di Trastevere

Un esempio significativo di iniziativa volta alla prevenzione dell’abuso di alcol tra i giovani è rappresentato dal progetto ideato da Trastevere Attiva Odv nel cuore di Roma. Quest’associazione ha lanciato un programma innovativo e psicoeducativo denominato “Bevo? Anche no!“, che si rivolge agli studenti delle scuole medie della capitale.

Ciò che rende questo progetto particolarmente efficace è il suo approccio interattivo e partecipativo. Gli studenti non sono semplicemente destinatari passivi di informazioni, ma sono coinvolti attivamente nella creazione di contenuti educativi. In collaborazione con psicologi, videomaker e coordinatori del progetto, gli adolescenti partecipano alla creazione di videoclip educativi che affrontano i rischi dell’abuso di alcol e promuovono comportamenti responsabili.

Attraverso questi videoclip, che vengono successivamente condivisi sui social media, gli studenti non solo esplorano e comprendono i rischi legati all’alcol, ma diventano anche ambasciatori della prevenzione all’interno delle loro comunità, responsabilizzandoli nel diffondere messaggi positivi e informativi tra i loro coetanei e oltre.

L’iniziativa ha già avuto successo, con videoclip che hanno raggiunto un ampio pubblico online e hanno suscitato un interesse significativo tra gli adolescenti. L’approccio di Trastevere Attiva Odv dimostra che la prevenzione dell’abuso di alcol può essere efficace quando si combinano educazione, coinvolgimento attivo degli studenti e supporto della comunità.

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Parità di genere, genitori e caregiver: il sostegno...

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Parità di genere, genitori e caregiver, qual è il ruolo dei privati e del terzo settore? Se ne è parlato nell’ambito dell’evento “La cura delle persone” che si è tenuto oggi, in occasione della Giornata mondiale della popolazione, all’Adnkronos.

I carichi di cura della famiglia, che siano rivolti ai neonati o a genitori anziani, sono sbilanciati e pendono quasi sempre verso le donne. L’abbandono lavorativo che ne deriva impone un ripensamento nel settore privato tanto quanto nel pubblico e alcuni esempi virtuosi tracciano la strada verso un miglioramento della condizione lavorativa femminile e della genitorialità. Ecco alcuni modelli aziendali che hanno cambiato il paradigma invertendo il trend della denatalità.

La cura delle persone

“Il tema dei carichi di cura è fondante della relazione tra azienda e dipendenti, ma anche della gestione familiare. Quando parliamo di work life balance si pensa quasi esclusivamente alle donne che hanno i carichi di cura di figli e genitori anziani, ma non è un tema esclusivamente femminile – ha spiegato Luisa Quarta, Coordinatrice gruppo donne Manageritalia -. Dobbiamo favorire un percorso culturale perché tutto ciò impatti sulla presenza delle donne del mondo del lavoro senza limitare la presenza delle donne nei settori. Parliamo di perdita di punti percentuali di guadagno. Nel settore terziario siamo al 51% di donne e nei ruoli dirigenziali siamo al 23% di presenza femminile. Come evitare che ciò blocchi l’accesso al lavoro delle donne? Lavorare per obiettivi: modelli aziendali che forniscono lo smart working consentirebbero a tutti, indipendentemente dal genere, di essere più produttivi, felici e sereni”.

E sul gender pay gap si lavora in Manageritalia “con l’Onorevole Gribaudo, con due emendamenti che abbiamo costruito insieme. Manageritalia si pone come partner strategico con le istituzioni. Lavoriamo su una parità obbligatoria. Solo quando non si parlerà più di maternità, ma di genitorialità, ci sarà una vera equità”, ha concluso Luisa Quarta.

Altro esempio virtuoso è il lavoro svolto da A2A nell’ambito della genitorialità. Mauro Ghilardi, Chief People and Transformation Officer A2A, ha spiegato che i 120 milioni fino al 2035 hanno lo scopo di sviluppare la “life company”.
“Abbiamo deciso di incoraggiarla e il risultato è stato 350 bambini nati su 14mila dipendenti, con un tasso di fertilità “aziendale” superiore del 50% circa alla media italiana. Abbiamo siglato accordo con sindacati senza aspettare norme o cambiamenti della costituzione”.

Il progetto copre i dipendenti su tre ambiti:

Cultura, intervenendo con corsi formazione ai manager che incoraggino la genitorialità e che ascoltino le difficoltà dopo la nascita di un figlio.
Tempo. Cioè la metà dei dipendenti che lavora nell’igiene urbano e l’altra metà che si occupa del campo dell’energia hanno la stessa maternità e paternità facoltativa “che si può trasformare in denaro se necessario”.
Sostegno finanziario. Si tratta di un supporto economico che parte quando il neonato arriva al mondo, fino al 18esimo anno di età. Con accordi bancari A2A fornisce ai genitori un prestito qualora le famiglie non avessero la possibilità di far studiare i propri figli. Prestito che parte da 3.250 euro per baby setting e asilo nido nei primi tre anni e poi importi decrescenti nelle successive fasce di età.

Cooperazione vs Concorrenza

Uno dei temi emerso nell’ambito del tavolo rotondo è quello di fare squadra: “Oltre a Prenatal – ha dichiarato Claudio Riccardi, Quality and Csr Director PRG retail group -, nel nostro gruppo ci sono altre realtà che ci rendono un hub del Sud Europa tra i maggiori, dedicato ai bambini. Abbiamo avvertito per primi il calo delle nascite: negli ultimi 15 anni abbiamo perso il 34% delle nascite, più di un bambino su tre e questo ci fornisce la percezione della gravità di quest’urgenza. Oltre ad essere un tema di business è un tema di sostenibilità per l’intero sistema Paese: senza nuove nascite non c’è futuro. Crediamo sia fondamentale creare un’alleanza per invertire il trend così da poter ricominciare ad avere una piccola crescita. Vogliamo essere un centro di aggregazione per le famiglie e clienti. L’idea ci è venuta partecipando agli Stati generali della Natalità e poi con un confronto con il Moige ci ha portato a creare un progetto di attivismo sociale che mettesse insieme clienti, aziende, istituzioni pubbliche e persone. Abbiamo creato una raccolta fondi a cui hanno aderito i clienti donando ben 700mila euro e ci ha permesso di formare genitori che hanno offerto le loro competenze per supportare 250 famiglie italiane fragili e speriamo di poterne aggiungere altre 250 entro fine anno in tutte le esigenze quotidiane.”

Uno dei temi che spaventa di più e rallenta la genitorialità è la mancanza dei servizi e di una rete sociale della quale far parte: “La cooperazione deve superare la competizione e speriamo che i nostri competitor portino avanti idee simili. La forza è nel dare l’esempio e tracciare una via percorribile da altre realtà e ci porti ad un’azione collettiva fondamentale per il futuro del Paese”, ha concluso Riccardi.

La centralità delle persone

“People First” non è solo uno slogan, ma per Fater è una vera e propria missione. A spiegarlo è Antonio Fazzari, General Manager Fater che con i “caffè aziendali” ha raccontato l’esperienza della propria azienda: “Un caffè con circa 15 persone per capire bisogni e necessità. Oggi siamo a 1500 caffè per ascoltare tutti – continua ironicamente -. Siamo tornati a fare grandi scelte come smart working 5 su 5 e l’azienda è cresciuta su fatturato e profitto anno dopo anno per cinque anni. Lo abbiamo fatto perché lo ritenevamo giusto, poi abbiamo capito che era anche sostenibile per un ritorno economico. Il lavoro ibrido 5 su 5 è stato definito il primo benefit dai nostri dipendenti, ma deve essere una questione di inclusione sociale, per chi deve andare a prendere i figli o curare un genitore anziano. E ora stiamo testando la liberalizzazione delle ferie per uscire dai sistemi di controllo perché le persone hanno bisogno di fiducia e mezzi per liberare il proprio talento”.

Gli enti del terzo settore

Non solo privati. Gli enti del terzo settore acquisiscono maggiore importanza quando si parla di prendersi cura di una persona, sia essa un neonato, ma anche chi è affetto da malattie croniche o un genitore anziano.

Il lavoro di Nuova Collaborazione, in questo senso, è fondamentale. Siamo impegnati nell’assistenza alle famiglie che gestiscono il rapporto di lavoro con i caregiver e nel rapporto con le istituzioni – racconta Filippo Breccia Fratadocchi, Vicepresidente Nuova Collaborazione -. Il contratto collettivo che firmiamo con organizzazioni sindacali dei lavoratori ha istituito un sistema bilaterale che fornisce formazione ai collaboratori domestici e prestazioni sanitarie e assistenziali. Questo sistema è autofinanziato e sul fronte della formazione nel lavoro domestico si gioca la partita più importante che è quella della sicurezza del lavoro. Al rapporto domestico non si applica il Testo Unico della sicurezza sul lavoro perché le famiglie non potrebbero permetterselo mai”. Quindi, spiega Breccia Fratadocchi, la lingua assume sempre più importanza in un contesto nel quale sono le persone extracomunitarie a ricoprire maggiormente questi ruoli. Oltre agli aspetti legati alla legalità.

Una defiscalizzazione strutturale potrebbe essere utile per questo settore? “Nel 2022-2023 – ha aggiunto – abbiamo raggiunto più di 620 bonus con un costo stimato ai 150 miliardi nel 2024. Ma possibile che non si riesce a istituire in modo strutturale un bonus per chi ha bisogno di assumere personale? Se una giovane mamma rinuncia al lavoro perché lo stipendio lo deve investire nella baby-sitter rinuncerà così anche alla propria carriera, al proprio futuro, ad essere presente sul mercato del lavoro in modo continuativo. Ma se avesse avuto un sostegno che sia in denaro o di defiscalizzazione, forse avrebbe ottenuto un altro risultato. Le amministrazioni locali hanno approcci più concreti: il Piemonte ha stanziato 10 milioni per badanti e baby sitter, la Liguria altri 7 milioni”.

E sull’importanza di un supporto nei ruoli di cura, ha concluso il Panel, Paola Rizzitano, Presidenze della sezione Lazio di Aisla Onlus, che da anni collabora con le istituzioni e sul quale dialogo è più ottimista: “Siamo in un cammino di ascolto e partecipazione enti e istituzioni anche grazie a questi eventi che mettono in rete le persone e aiutano a dare più attenzione a chi ne ha bisogno. Il caregiver oggi chiede maggior supporto e sostegno nella cura della persona affetta da una patologia e, per questo, vuole riconoscimento del proprio ruolo. Così come un supporto psicologico è il bisogno che è emerso dai test di stress familiare”.

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