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Il Reddito di cittadinanza ha aiutato pochi poveri (veri)

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Nonostante i 34 miliardi di euro spesi, il Reddito di cittadinanza (Rdc) ha permesso soltanto a 2 famiglie povere su 10 di fuoriuscire dalla condizione di povertà e tra quelle in povertà assoluta, lo hanno utilizzato meno di 4 su 10.

È laconica la relazione per la valutazione del Reddito di cittadinanza pubblicata dal Ministero del Lavoro, che ha studiato anche gli effetti della Pensione di cittadinanza (Pdc). Mentre molte famiglie povere hanno beneficiato della misura, in alcune zone della penisola i percettori del Reddito sono stati di più dei poveri.

L’analisi conferma la critica più decisa mossa allo strumento: il ricorso agli incentivi sulle assunzioni è stato estremamente scarso, riguardando meno di 2mila lavoratori.
Rdc e Pdc sono stati operativi da aprile 2019 a dicembre 2023 e sono stati percepiti (alternativamente) per almeno una mensilità da circa 2,4 milioni di famiglie corrispondenti a 5,3 milioni di persone (dati Istat). Spesso, però, non cambiando la situazione di chi ne aveva davvero bisogno.

Come l’Rdc ha inciso sulla povertà

La portata dell’Rdc non è stata costante negli anni, pur restando sempre al di sotto delle aspettative. Tra le famiglie in povertà assoluta hanno percepito il Reddito di cittadinanza:

Il 34,5% nel 2020;
il 38% nel 2021;
il 32,3% nel 2022.

La relazione segnala un andamento anomalo dal punto di vista territoriale. Nel 2022, nel Nord-Ovest del Paese il 21,5% delle famiglie era in povertà, ma hanno percepito l’Rdc solo il 12,9% delle famiglie. Analoga situazione nella sponda orientale del Settentrione dove ne ha beneficiato solo il 7,5% anche se le famiglie povere erano il 16,8% del totale.

Situazione opposta nel Sud e nelle Isole dove, nonostante la maggiore concentrazione di famiglie in povertà economica, le persone che hanno percepito l’Rdc sono state di più di quelle povere.
Nel Meridione, si registravano il 31,9% di famiglie povere, ma i percettori di Rdc erano il 41,7% del totale, mentre nelle isole le famiglie ne hanno beneficiato il 24,6% delle famiglie, nonostante “solo” il 14,6% fosse in povertà.

Il risultato è netto e poco virtuoso: milioni di famiglie e persone in povertà non hanno percepito il Reddito mentre oltre il 40% di chi ne ha beneficiato non era in situazione di povertà.

Perché l’Rdc non ha aiutato molte famiglie povere?

Secondo la relazione del Ministero del Lavoro sull’Rdc, il (quantomeno parziale) fallimento del Reddito di cittadinanza ha due matrici: una “culturale”, su cui pesano le scelte dei soliti “furbetti” e una tecnica, che nasce dal metodo di calcolo con cui viene attribuita la misura.

Sotto il primo aspetto, secondo gli autori della relazione è plausibile che ci sia stata una propensione a frammentare il nucleo familiare e a far ricorso a residenze fittizie per accedere ai sussidi pur non essendo davvero poveri. Per l’Istat rileva la famiglia di fatto, che tiene conto anche delle famiglie separate all’anagrafe, ma “unite” de facto. Nella pratica, però, è molto difficile far venire fuori questo disallineamento per cui molti nuclei unifamiliari costituiti ad hoc hanno percepito l’Rdc pur non essendo povere.

C’è poi un discorso tecnico: i requisiti per definire chi sia in povertà e chi abbia diritto a percepire l’Rdc sono solo parzialmente sovrapponibili.

Mentre per determinare l’ammissibilità al Reddito di cittadinanza veniva utilizzato l’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), per stabilire se un nucleo rientri o meno nella soglia di povertà, il calcolo dell’Istat si basa sui redditi e sulle spese necessarie per garantire una vita dignitosa, adeguandosi alle differenze geografiche nel costo della vita.

Nel dettaglio, l’Isee include tutti i redditi imponibili, come stipendi, pensioni e rendite, oltre ad alcuni redditi esenti come gli assegni familiari e considera il patrimonio mobiliare (conti bancari, azioni, ecc.), e immobiliare, ovvero il valore catastale delle proprietà immobiliari, con alcune esenzioni per la prima casa.

Per valutare la povertà, invece, vengono considerate tutte le spese necessarie per una vita dignitosa, comprese quelle per cibo, abbigliamento, abitazione, energia, trasporti e altre necessità. La soglia di povertà viene definita in base al paniere di beni e servizi necessari per soddisfare i bisogni essenziali, e varia a seconda del numero di membri della famiglia e della località geografica, perché il costo della vita può variare significativamente. Quindi mentre l’Isee è un indicatore statico basato su dati economici presenti e passati, che non tiene conto delle variazioni nel costo della vita a livello locale, l’approccio dell’Istat per misurare la povertà è dinamico e si basa su quanto una famiglia deve spendere per vivere dignitosamente nel presente, considerando le differenze geografiche nel costo della vita.

Esempio pratico

Immaginiamo una famiglia di quattro persone. Per il Rdc, questa famiglia potrebbe avere un reddito complessivo di 12.000 euro annui e possedere una casa del valore di 100.000 euro. Se l’ISEE è sotto una certa soglia, la famiglia potrebbe essere idonea per il Rdc. Tuttavia, la stessa famiglia potrebbe essere considerata povera se le sue spese mensili per cibo, affitto, bollette e altre necessità di base superano il reddito disponibile. In una grande città dove il costo della vita è alto, questa famiglia potrebbe non riuscire a coprire tutte le spese essenziali, risultando quindi classificata come povera secondo l’Istat.

CLICCA QUI PER APPROFONDIRE: Come si misura la povertà in Italia.

Le conclusioni della relazione sull’Rdc

Da quando ha annunciato di voler eliminare il Reddito di cittadinanza, oggi rimpiazzato dal diverso Assegno di inclusione, Giuseppe Conte e i sostenitori della misura hanno accusato il governo Meloni di aver rimesso in povertà milioni di italiani.

Stando alla relazione del Ministero, l’Rdc ha permesso di uscire dalla condizione di povertà o di non ricadervi a 404mila famiglie nel 2020, a 484mila famiglie nel 2021 e a 454mila famiglie nel 2022.
Si tratta rispettivamente del 16,6%, del 19,3% e del 17,1% delle famiglie stimate in povertà assoluta.

Bisogna poi considerare un grande flagello del sistema italiano che getta ombre sui risultati effettivi della misura. Infatti, come emerge dalla relazione, tra i percettori del Reddito di cittadinanza la presenza del lavoro irregolare è molto più frequente della media nazionale: più di un occupato irregolare su 8 appartiene a nuclei beneficiari di Rdc, per un tasso di irregolarità tre volte superiore a quello calcolato sui non beneficiari: 26,2% rispetto all’8,3% nell’anno 2019 con il piccol al Sud, dove si raggiunge il 30,1% dei lavoratori.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Una donna di 63 anni e un ragazzo di 26 anni avranno un...

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Una donna di 63 anni e un ragazzo di 26 avranno un figlio grazie alla maternità surrogata. La storia di Quran McCain e di sua moglie Cheryl McGregor arriva dalla Georgia, Stati Uniti, e sta facendo il giro del mondo, provocando le reazioni più disparate. Dalla gioia dei romantici al grido di “l’amore non ha età” a chi ritiene eccessivi i 37 anni di differenza tra i due e “immorale” la scelta di avere un figlio tramite la maternità surrogata.

Quran e Cheryl avranno un figlio

Quran e Cheryl erano famosi già prima di questa notizia grazie al profilo TikTok di lei, seguito da 4,8 milioni di utenti. Adesso la coppia ha anche un profilo Onlyfans.

Gli haters si fanno sentire, ma ai due non importa: “In tanti mi scrivono che sembra che io stia uscendo con mia nonna, c’è tanto odio sui social. Questo non ci destabilizza, a fine giornata ci ritroviamo insieme ed è l’unica cosa che conta. Non può ferirci quello che dicono, noi sappiamo che non è vero. Ma soprattutto noi siamo felici”, ha detto Quran al Sun nel 2022.

I fan sono rimasti senza parole quando il 9 maggio scorso la coppia ha mostrato il test di gravidanza positivo, anche se a molti utenti è sembrato il test del Covid. Le immagini dell’ecografia, però, hanno cancellato qualsiasi dubbio: “Avrà il nostro bambino”, ha detto Cheryl riferendosi alla donna che sta portando avanti la gestazione, “Siamo così emozionati!”.

Circa un mese dopo, la coppia ha voluto dare un aggiornamento ai propri fan mostrando su TikTok una nuova ecografia dove la fisionomia del piccolo è più netta: “Abbiamo le foto del nostro figlio. Adesso ha davvero l’aspetto di un bambino ed è adorabile. La prossima settimana scopriamo il sesso. Sono pronta”, ha detto Cheryl. I test hanno rivelato che si tratterà di un bambino.

La donna è già madre di 7 figli e nonna di 17 nipoti e per la prima volta diventerà madre tramite maternità surrogata: “Finalmente sta accadendo, stiamo fondando la nostra famiglia”. La coppia ha fatto sapere che la loro madre surrogata era incinta ed erano stati dal medico con lei per ascoltare il battito cardiaco del bambino. “Sono così emozionato all’idea di diventare papà”, ha detto il giovane ragazzo.

Cheryl ha fornito l’ovulo alla madre surrogata, rimasta incinta con lo sperma di Quran, “Non vediamo l’ora, ne siamo molto entusiasti”, ha aggiunto la 63enne aspettando il momento del parto.

La maternità surrogata si è resa necessaria perché l’età impedisce alla donna di portare avanti una gravidanza, ma la coppia ci tiene a far sapere che la loro relazione sessuale va a gonfie vele.

@oliver6060 Our baby is healthy and were going into the second trimester @King Quran #fyp #update #agegap ♬ original sound – Queen cheryl

La coppia ci aveva già provato, ma era stata truffata

La voglia della coppia di mettere su famiglia nasce da lontano.

Da quasi tre anni Quran e Cheryl raccontano ai loro follower di TikTok quanto vorrebbero avere un figlio insieme. I due si sono conosciuti nel 2020 nel fast food di uno dei figli di lei e si sono sposati nel settembre 2021.
“È da qualche mese che siamo pronti a mettere su famiglia”, aveva rivelato la donna poco dopo il matrimonio.

Ora quel momento è vicino, ma non è stato tutto semplice.

Presi dal loro forte desiderio, l’anno scorso gli sposi sono incappati in una truffa, cercando di realizzare la maternità surrogata.
La donna che si era offerta di portare avanti la gestazione si è dileguata dopo aver preso i soldi da Quran e Cheryl. La truffatrice, tra l’altro, avrebbe anche violato le normative che regolano la procreazione assistita negli Stati Uniti avendo rapporti sessuali non protetti con il proprio partner durante la fecondazione dell’ovulo. In seguito, come riporta Il Mattino, avrebbe deciso di non portare più avanti la maternità surrogata, ma si è tenuta i soldi. Insomma, l’amore è cieco, ma i furbetti ci vedono benissimo.

“Siamo estremamente feriti, ma continueremo ad andare avanti”, hanno commentato sui social, facendo sapere che non si sarebbero fermati e di volere ancora un bambino. Ancora qualche mese e il loro desiderio diventerà realtà tra la gioia di molti e lo scetticismo di altri.

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Gap Nord-Sud, allarme rosso: nel Meridione quasi il doppio...

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“Se non affrontato con urgenza il divario rischia di trasformarsi in una frattura che farà crollare le fondamenta economiche e sociali dell’Italia, ampliando ulteriormente le disuguaglianze”, è netto il commento di Raffaele Rio, presidente di Demoskopika, sul gap economico e sociale tra Nord e Sud Italia.

Nell’ultimo decennio, la forbice non è stata mai ampia come accaduto nel 2023, rivela l’indice del divario economico e sociale (INDES): 100 punti rispetto ai 92,5 punti del 2013. L’indice sviluppato dall’istituto di ricerca italiano prende in considerazione sette fattori: occupazione, disoccupazione, reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità, ricchezza pro-capite e povertà. Nell’ambito della ricerca, Demoskopika ha selezionato gli indicatori in base alla reperibilità della serie storica, all’ufficialità o all’autorevolezza delle fonti e alla rilevanza socio-economica.

Nonostante l’anno scorso il Sud sia cresciuto più del Nord in termini percentuali (rapporto Svimez), questa ulteriore indagine, che non si concentra solo sull’aspetto economico, rivela un’Italia sempre più spaccata. Il Mezzogiorno può ripartire dall’unico dato positivo emerso dalla ricerca, ovvero il tasso di occupazione.

Occupazione e disoccupazione in Italia

Per quanto riguarda il tasso di occupazione, l’INDES evidenzia un miglioramento sia al Nord che al Sud, con una riduzione del divario, che resta comunque molto ampio. Nel 2023, l’occupazione nel Nord è al 69,4%, mentre nel Mezzogiorno è al 48,2%, con un divario di 21,2 punti percentuali rispetto ai 22,4 punti percentuali del 2013. Questo indica progressi nel Mezzogiorno nell’accesso al mercato del lavoro. Tuttavia, in termini assoluti, il Mezzogiorno registra ancora 5,8 milioni di occupati in meno rispetto al Nord.

Anche la disoccupazione ha visto una riduzione in entrambe le aree e una riduzione del gap, ma il Sud presenta ancora tassi significativamente più alti. Nel 2023, la disoccupazione nel Nord è al 4,6%, contro il 14% del Mezzogiorno, con un divario di 9,4 punti percentuali rispetto agli 11,5 punti percentuali del 2013. Nonostante il miglioramento, il divario rimane ampio. Al Sud, nel 2023, i disoccupati sono quasi il doppio di quelli al Nord, con oltre un milione di persone in cerca di occupazione rispetto alle 592mila del Nord, per un divario di 433mila individui.

Differenze-occupazione-Nord-e-Sud Italia_Fonte: Demoskopika

Il rapporto di Demoskopika evidenzia anche che quattro degli altri cinque indicatori – reddito disponibile familiare, speranza di vita, sanità e ricchezza pro-capite – hanno raggiunto il massimo punteggio di 100 punti, contribuendo all’aumento del divario. In particolare, l’indicatore delle persone a rischio di povertà ha registrato un picco negativo nel 2019, con un valore di 97,9 punti.

Reddito e povertà al Nord e al Sud

Nel 2023, la forbice del reddito disponibile familiare tra Nord e Sud Italia si è ulteriormente allargata. La differenza reddituale è passata dai 12.969 euro del 2013 ai 16.916 euro del 2023, con un abissale incremento delle disparità economiche pari al 30,4%. L’indice di riferimento è aumentato da 76,7 punti nel 2013 a 100 punti nel 2023, che si traduce in un potere d’acquisto significativamente maggiore per le famiglie del Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Chiaramente anche il prodotto interno lordo pro capite ha mostrato una crescita diseguale tra le due aree. Nel Nord, il PIL pro capite è aumentato da 32.919 euro nel 2013 a 36.904 euro nel 2023, mentre nel Mezzogiorno, è passato da 17.980 euro a 19.821 euro nello stesso periodo. Il divario in termini assoluti è pari a 17.083 euro nel 2023, anche questo in aumento.
Tradotto in termini INDES, il punteggio è passato da 87,4 nel 2013 a 100 punti nel 2023, riflettendo una maggiore capacità del Nord di generare ricchezza rispetto al Sud. Per ridurre questo divario, sarebbero necessarie politiche di sviluppo economico mirate, come l’attrazione di investimenti e il supporto all’imprenditorialità nel Mezzogiorno.

L’altro lato della medaglia misura la povertà e conferma quanto visto sopra: la povertà nel Mezzogiorno continua a essere significativamente più alta rispetto al Nord, con una tendenza al peggioramento. Nel 2023, quasi 4 milioni di persone in più erano a rischio povertà nel Mezzogiorno rispetto al Nord: 6,7 milioni al Sud contro poco più di 2,7 milioni al Nord e il divario rischia di allargarsi con l’autonomia differenziata.

Parlare in termini assoluti offre un’analisi parziale perché il Sud è (sempre) meno popolato del Nord Italia. Se si guardano ai tassi, però, la situazione resta preoccupante: nel 2023 il tasso di povertà è del 9,9% nel Settentrione contro il 33,7% del Meridione. Un divario di 23,8 punti percentuali rispetto ai 22,9 punti percentuali del 2013. L’indice di povertà è passato da 94,2 nel 2013 a 97,9 punti nel 2023, il che significa che una parte significativa della popolazione del Mezzogiorno vive in condizioni di povertà.

Al Sud si vive un anno e mezzo in meno

Cosa fa più male alla salute, la povertà o lo stress? Una risposta, almeno parziale, arriva dall’indagine di Demoskopika. Si è soliti pensare il Sud Italia offra quantomeno un miglior tenore di vita rispetto al Nord e, più in generale, una salute migliore. Le difficoltà economiche e strutturali, però, contrastano i benefici naturali che il Mezzogiorno offre ai suoi residenti e così, nonostante il proverbiale “tran tran”, al Nord Italia la speranza di vita è più alta rispetto al Meridione.

Nel 2023, la speranza di vita è di 83,6 anni nel Nord e 82,1 anni nel Mezzogiorno; quindi, in media si vive un anno e mezzo di più al Nord. Dieci anni prima, nel 2013, la differenza era meno marcata: 82,7 anni nel Nord e 81,6 anni nel Sud e nelle Isole, con un divario di 1,1 anni. In pratica, nell’ultimo decennio il Mezzogiorno ha perso circa cinque mesi di longevità rispetto al Nord. In termini di INDES, la forbice sulla speranza di vita è aumentata da 68,8 nel 2013 a 100 punti nel 2023, segnalando un peggioramento relativo delle condizioni nel Sud.

Bisogna sottolineare che su questo incide anche la carenza della sanità pubblica che se al Nord è un problema al Sud è sempre più un dramma. Insomma, povertà e ospedali al collasso inficiano sulla speranza di vita nel Meridione, al netto della qualità della vita di tutti i giorni.

Le differenze nella sanità tra Nord e Sud Italia

Una conferma arriva dall’indicatore sanitario di Demoskopika che si riferisce alla valutazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che misurano la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari.
In questo caso l’ultimo anno disponibile con dei dati è il 2022, quando il divario tra Nord e Sud ha raggiunto 68,3 punti rispetto ai 57,2 punti del 2017. In soli cinque anni l’INDES sanitario ha registrato un allargamento della forbice Nord-Sud di oltre dieci punti percentuali, evidenziando una crescente disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi sanitari. L’indice sanitario è passato da 83,7 nel 2017 a 100 punti nel 2022.

Ovviamente, questa disparità produce effetti significativi sulla salute della popolazione del Mezzogiorno, contribuendo a una minore speranza di vita e a un peggioramento generale della qualità della vita. Per migliorare questa situazione, è necessario aumentare gli investimenti nella sanità nel Mezzogiorno, garantendo che i LEA siano rispettati uniformemente su tutto il territorio nazionale. E proprio questo è uno dei punti più criticati dalle opposizioni sull’autonomia differenziata che rischia di creare “cittadini di serie a e di serie b” (così Elly Schlein in Aula) anche di fronte a un diritto costituzionalmente garantito come la salute. Non a caso, anche la Commissione Ue ha bocciato l’autonomia differenziata.

Le disparità in termini di speranza di vita e qualità dei servizi sanitari tra Nord e Sud Italia rappresentano una sfida significativa per il sistema sanitario nazionale. Ridurre questo divario richiede un approccio integrato e sostenibile che coinvolga non solo l’aumento degli investimenti, ma anche riforme strutturali mirate.

Politiche di lungo termine dovrebbero includere:

Miglioramento delle infrastrutture sanitarie: costruzione e modernizzazione di ospedali e cliniche nel Mezzogiorno;
Formazione e assunzione di personale sanitario: incremento del numero di medici, infermieri e personale sanitario qualificato nelle regioni del Sud;
Accesso uniforme ai farmaci e alle tecnologie: assicurare che le innovazioni mediche e i farmaci essenziali siano disponibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale;
Prevenzione ed educazione sanitaria: promozione di campagne di prevenzione e programmi di educazione sanitaria per sensibilizzare la popolazione sui benefici di stili di vita sani;
Monitoraggio e valutazione: implementare sistemi di monitoraggio per valutare l’efficacia delle politiche sanitarie e apportare miglioramenti continui.

Divario Sanità Nord E Sud_Fonte: Demoskopika

Il commento di Raffaele Rio, presidente Demoskopika

Commentando i risultati dell’indagine, il presidente dell’istituto di ricerca italiano, Raffaele Rio ha evidenziato l’urgenza di cambiare direzione: “È fondamentale mettere da parte le contrapposizioni ideologiche e avviare un processo di autonomia consapevole piuttosto che differenziata o, peggio ancora, gridata, garantendo equo accesso ai servizi essenziali per tutti i cittadini, con tanto di definizione, a monte e non a valle, dei livelli essenziali delle prestazioni e della necessaria copertura finanziaria”.

Per Rio, le politiche economiche e sociali dovrebbero concentrarsi su due aree fondamentali:

miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione pubblica, il che implica una riforma della governance degli interventi statali, un significativo miglioramento delle risorse umane e tecnologiche della pubblica amministrazione e un forte orientamento verso il raggiungimento degli obiettivi, supportato da sistemi di incentivazione;
potenziamento dell’iniziativa privata per ridurre i deficit infrastrutturali nel Mezzogiorno, sfruttando appieno il potenziale delle aree urbane e migliorando la qualità del tessuto produttivo.

“Senza un innesto di maggiore dignità e pragmatismo istituzionale – conclude il presidente – si rischia una guerra civile psicologica, uno scontro al massacro e sempre più ideologico tra Nord e Mezzogiorno del paese. E a pagarne le conseguenze sarà l’Italia intera (linea condivisa dall’Ue, ndr.), con in testa alla lista, i suoi individui più deboli, i suoi sistemi più fragili”.

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Perché gli adolescenti fanno abuso di alcol?

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Il panorama dell’abuso di alcol tra gli adolescenti italiani è motivo di crescente preoccupazione, secondo i recenti risultati dell’indagine nazionale condotta da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, supportata da Mediatyche Srl. I dati raccolti da un campione rappresentativo di 3.427 studenti tra i 13 e i 19 anni dipingono un quadro inquietante: oltre il 70% degli adolescenti ha sperimentato almeno una volta un episodio di ubriacatura.

Questo fenomeno è ancora più allarmante considerando che una minoranza dei giovani, meno del 15% dei maschi e il 10% delle femmine, consuma alcol più volte alla settimana. Tuttavia, tra coloro che non sono astemi, il 75% ha riferito di essersi ubriacato almeno una volta, e il 32% di questi ha vissuto questa esperienza più di tre volte.

Sempre più ‘binge drinking’

L’analisi dei dati evidenzia una tendenza allarmante tra gli studenti degli ultimi anni di scuola superiore: il 45% ha dichiarato di essersi ubriacato più di tre volte. Questo dato suggerisce che l’ubriacatura frequente sia percepita da molti giovani come una fase inevitabile del proprio sviluppo sociale, influenzata pesantemente dal contesto amicale. Circa il 20% degli adolescenti ammette di essere fortemente condizionato dalle abitudini e dalle pressioni del gruppo di amici, il che contribuisce a perpetuare il fenomeno del binge drinking, caratterizzati da episodi di consumo massiccio di alcol concentrati in breve tempo.

Ancora più preoccupante è la percezione distorta dei rischi connessi al consumo di alcol tra i giovani. Solo il 30% degli adolescenti intervistati è “molto d’accordo” sul fatto che bere possa provocare problemi di salute significativi, mentre un altro 40% si limita a essere “abbastanza d’accordo”. Questa scarsa consapevolezza dei rischi a lungo termine dell’abuso di alcol riflette una carenza critica nelle informazioni e nella educazione sui pericoli associati a questo comportamento.

Testimonianze dai pronto soccorso

L’emergenza legata all’abuso di alcol è un fenomeno ricorrente ogni fine settimana nei pronto soccorso italiani. Gianluigi Marseglia, direttore della Clinica Pediatrica dell’Università di Pavia, ha fornito uno sguardo approfondito sulla situazione al Policlinico San Matteo di Pavia, dove si osserva regolarmente l’afflusso di adolescenti con sintomi severi derivanti dall’abuso di alcol.

I casi trattati spaziano da malessere generale a stati confusionali gravi, fino ai casi più estremi di coma etilico. Questi sintomi rappresentano solo la punta dell’iceberg di una problematica più ampia e profonda che coinvolge giovani che ignorano o sottovalutano i rischi associati al consumo eccessivo di alcol. La frequenza con cui tali casi si presentano evidenzia una grave mancanza di consapevolezza tra i giovani riguardo alle conseguenze immediate e a lungo termine di questa pratica.

La disinformazione sull’alcol tra i giovani

Un aspetto critico emerso dall’indagine riguarda la percezione del rischio associato all’alcol, confrontato con altre sostanze. Mentre l’86% dei giovani intervistati ritiene le droghe sintetiche altamente pericolose per la salute, solo il 33,9% attribuisce lo stesso grado di rischio all’alcol. Questo divario nella percezione del rischio è profondamente allarmante e riflette una grave disinformazione diffusa tra gli adolescenti.

Secondo Giada Giglio Moro, psicologa e psicoterapeuta, l’alcol è classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come droga, nonostante il suo status comune come bevanda sociale. Questo fatto evidenzia una discrepanza significativa tra la percezione popolare e la realtà scientifica riguardo agli effetti nocivi dell’alcol sulla salute.

La mancanza di consapevolezza riguardo ai pericoli dell’alcol può avere conseguenze gravi. Prima di tutto, gli adolescenti potrebbero non essere sufficientemente motivati a limitare o evitare il consumo eccessivo di alcol, pensando erroneamente che sia meno dannoso rispetto ad altre sostanze. Ciò potrebbe portare a comportamenti rischiosi come il binge drinking, con conseguenze immediate come incidenti stradali, violenze, e intossicazioni acute. Inoltre, la percezione distorta del rischio può influenzare le decisioni dei giovani riguardo alla prevenzione di problemi di salute a lungo termine, come danni al fegato, dipendenza dall’alcol, e problemi mentali e comportamentali associati.

Progetti di prevenzione: il caso di Trastevere

Un esempio significativo di iniziativa volta alla prevenzione dell’abuso di alcol tra i giovani è rappresentato dal progetto ideato da Trastevere Attiva Odv nel cuore di Roma. Quest’associazione ha lanciato un programma innovativo e psicoeducativo denominato “Bevo? Anche no!“, che si rivolge agli studenti delle scuole medie della capitale.

Ciò che rende questo progetto particolarmente efficace è il suo approccio interattivo e partecipativo. Gli studenti non sono semplicemente destinatari passivi di informazioni, ma sono coinvolti attivamente nella creazione di contenuti educativi. In collaborazione con psicologi, videomaker e coordinatori del progetto, gli adolescenti partecipano alla creazione di videoclip educativi che affrontano i rischi dell’abuso di alcol e promuovono comportamenti responsabili.

Attraverso questi videoclip, che vengono successivamente condivisi sui social media, gli studenti non solo esplorano e comprendono i rischi legati all’alcol, ma diventano anche ambasciatori della prevenzione all’interno delle loro comunità, responsabilizzandoli nel diffondere messaggi positivi e informativi tra i loro coetanei e oltre.

L’iniziativa ha già avuto successo, con videoclip che hanno raggiunto un ampio pubblico online e hanno suscitato un interesse significativo tra gli adolescenti. L’approccio di Trastevere Attiva Odv dimostra che la prevenzione dell’abuso di alcol può essere efficace quando si combinano educazione, coinvolgimento attivo degli studenti e supporto della comunità.

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