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Mense scolastiche in Italia, quanto costano?

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Le mense scolastiche rappresentano un elemento fondamentale nel sistema educativo italiano, per garantire un pasto sano ai bambini, contrastare la povertà alimentare, ma anche un’opportunità per la vita educativa e sociale dei bambini. Ma quanto costa alle famiglie questo servizio essenziale? Dietro i numeri delle tariffe e delle presenze si nascondono sfide significative legate alla povertà alimentare e alla distribuzione disomogenea delle strutture sul territorio nazionale.

Secondo la VII Indagine sulle mense scolastiche condotta da Cittadinanzattiva, la spesa media mensile per la mensa di un figlio iscritto alla scuola dell’infanzia o alla primaria si attesta tra gli 84 e gli 85 euro, equivalenti rispettivamente a 4,20 e 4,26 euro per pasto.

Dove si spende di più e di meno

Le spese per le mense scolastiche variano notevolmente in Italia, con significative disparità regionali e locali. La regione più costosa è la Basilicata, dove le famiglie spendono in media 109 euro al mese per ogni figlio iscritto. Al contrario, la Sardegna emerge come la regione più economica, con tariffe di 61 euro per l’infanzia e 65 euro per la primaria.

Questa variabilità nei costi è riflessa anche nelle differenze tra i capoluoghi di provincia. Tra i capoluoghi di provincia, Barletta emerge come la città più economica con un costo di 2 euro per pasto sia per l’infanzia che per la primaria, mentre Torino e Livorno registrano i costi più alti, rispettivamente con 6,60 euro e 6,40 euro per pasto. Tra le città metropolitane, Roma si distingue come una delle meno care, con un costo a pasto di circa 2,32 euro per la famiglia “tipo” in entrambe le tipologie di scuola.

Rispetto all’anno scolastico 2022/23, le tariffe mensili sono aumentate di oltre il 3%, ma con variazioni significative a livello regionale. In Calabria l’aumento delle tariffe rispetto all’anno scolastico precedente ha superato il 26%, mentre in Umbria si è registrata una riduzione del 9%.

Tuttavia, queste differenze di spesa evidenziano anche sfide significative legate all’accessibilità economica dei pasti scolastici. La necessità di rendere gradualmente gratuiti i pasti scolastici per tutti, in particolare per i bambini delle famiglie in povertà assoluta, è una raccomandazione chiave emersa dal “Piano di Azione nazionale per l’attuazione della garanzia infanzia”. L’obiettivo è quello di garantire a tutti i bambini pasti sani e completi, contribuendo così a contrastare la deprivazione alimentare e promuovere l’uguaglianza di accesso all’istruzione.

La distribuzione delle mense scolastiche in Italia

Secondo i dati recenti del Ministero dell’Istruzione, su un totale di 40.160 edifici scolastici statali presenti sul territorio italiano, solo il 33,6% è dotato di mensa scolastica o di un “ambito funzionale alla mensa”. Ad esempio, nelle Regioni del Sud, poco più di un edificio su cinque dispone di una mensa (22% nelle regioni meridionali e 21% nelle isole), mentre la percentuale scende al 15,6% in Campania e al 13,7% in Sicilia. Al contrario, nelle regioni del Centro e del Nord, la presenza di mense è molto più diffusa, con il 41% e il 43% degli edifici dotati di tale servizio.

La regione con la più ampia disponibilità di mense è la Valle d’Aosta, dove la presenza è dichiarata per il 71,8% degli edifici scolastici. Seguono Piemonte, Toscana e Liguria, con una presenza in circa sei edifici su dieci. Al contrario, la Campania e la Sicilia registrano la più bassa dotazione, inferiore al 20%, seguite dalla Calabria con il 21,8%. In Puglia, Abruzzo e Lazio, la presenza si attesta attorno a un edificio su quattro.

Analizzando a livello locale, Alessandria spicca come il comune con la più alta percentuale di mense scolastiche, con il 76,7% degli edifici scolastici dotati di questo servizio. Altri comuni come Como, Torino, Monza, Biella, Prato, Vercelli e Savona superano il 60% di presenza di mense.

Tuttavia, vi sono 22 capoluoghi in cui la mensa scolastica è presente in meno del 10% degli edifici. Di questi, 11 si trovano nel sud continentale e altri 4 nelle isole, per un totale di 15 capoluoghi su 22 collocati nel mezzogiorno. Osservando il quadro generale, la maggioranza dei comuni con una bassa presenza di mense si trova nell’area con maggiore deprivazione, il mezzogiorno, mentre solo uno si trova nel centro Italia, dove il problema sembra essere meno diffuso.

Mense scolastiche e deprivazione alimentare

Un’analisi condotta dall’Osservatorio povertà educativa #conibambini, in collaborazione con Openpolis e l’impresa sociale Con i Bambini, rivela un legame significativo tra la disponibilità di mense scolastiche e la povertà alimentare tra i minori, soprattutto nell’Italia meridionale, dove l’offerta di mense è più limitata.

Anche prima della pandemia, i dati indicavano che la deprivazione alimentare era particolarmente diffusa tra bambini e ragazzi del sud Italia. Questa tendenza è confermata anche nel periodo post-Covid, secondo i dati più recenti sulle condizioni di vita dei minori.

La povertà alimentare non è un fenomeno circoscritto al sud, ma coinvolge un’ampia parte del paese. Le regioni con la quota più alta di minori che non consumano almeno un pasto proteico al giorno includono la Sicilia, la Campania e la Basilicata.

L’importanza delle mense scolastiche nel contrasto della povertà educativa e alimentare è evidenziata dai dati che mostrano una significativa correlazione tra la disponibilità di mense e la riduzione della deprivazione alimentare tra i minori. Tuttavia, nonostante questa relazione, è necessario sottolineare che i fenomeni della carenza di mense e della povertà alimentare non sono direttamente correlati.

Nel 2021, quasi l’8% dei minori nel Mezzogiorno viveva in condizioni di deprivazione alimentare, rispetto al 6,2% della media nazionale.

L’importanza delle mense scolastiche

Le mense scolastiche rivestono un’importanza cruciale nel garantire un’alimentazione sana e completa ai bambini italiani, specialmente per coloro che provengono da contesti familiari con difficoltà economiche. Questi luoghi non sono solo spazi dove i bambini possono mangiare, ma rappresentano un elemento fondamentale per contrastare la povertà alimentare e educativa nel Paese.

Le disuguaglianze geografiche giocano un ruolo significativo nella distribuzione della povertà alimentare.

L’obiettivo indicato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede la creazione di circa 1.000 nuove mense scolastiche. Tuttavia, ad oggi, si registra un ritardo nell’attuazione di questi progetti, e la disponibilità effettiva delle nuove mense potrebbe verificarsi solo a partire dal II semestre del 2026. È essenziale che gli investimenti siano indirizzati verso le regioni e i territori maggiormente sprovvisti di questo servizio, sebbene ciò potrebbe non essere sufficiente a soddisfare appieno le reali necessità esistenti.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Screening gratuiti per tumore alla prostata, Lombardia...

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La Lombardia sarà la prima regione a prevedere gli screening gratuiti per il tumore alla prostata. Con la campagna di prevenzione che partirà in autunno, la regione diventa la prima ad attuare un progetto raccomandato dalla Commissione europea riguardo al tema degli screening oncologici.

Screening gratuito alla prostata: come funzionerà in Lombardia

Il protocollo approvato negli scorsi giorni dalla giunta della Regione delinea gli indirizzi tecnico organizzativi da seguire. L’inizio della fase di prevenzione e screening è fissato per novembre 2024, la selezioni verrà fatta su tutto il territorio regionale partendo dai 50enni. Sul territorio regionale è già attiva una ricognizione per mappare e coinvolgere le strutture pubbliche e private accreditate.

Negli anni, lo screening sarà progressivamente esteso a tutte le fasce di età fino ai cittadini di 69 anni, mentre per aderire sarà sufficiente accettare l’invito che arriverà sul fascicolo sanitario elettronico della Regione Lombardia.

“Un semplice esame del sangue può essere salvavita. Questo programma rappresenta un passo importante nella tutela della salute dei nostri cittadini, inserendosi con coerenza nei principi di prevenzione che guidano il Piano Socio Sanitario, recentemente approvato in Consiglio Regionale”, ha detto l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso prima di ricordare che “la Lombardia è la prima Regione in Italia a implementare un progetto conforme alle raccomandazioni della Commissione Europea”.

Che cosa è l’esame PSA?

L’esame del PSA (Antigene Prostatico Specifico) è un semplice test del sangue utilizzato per misurare il livello di questa proteina prodotta dalla prostata.

Un valore elevato di PSA nel sangue può indicare la presenza di un tumore alla prostata, anche se non sempre è così. Infatti, livelli elevati di PSA possono essere causati anche da condizioni non cancerose come l’ipertrofia prostatica benigna o infezioni prostatiche. Il test del PSA non è quindi diagnostico di per sé, ma rappresenta un importante strumento di screening che, combinato con altri esami e valutazioni cliniche, può aiutare a individuare precocemente il cancro alla prostata, migliorando le possibilità di trattamento e sopravvivenza.

Dati su tumore alla prostata in Italia

Il tumore alla prostata continua a essere il più diffuso tra gli uomini in Italia. Secondo il rapporto 2023 dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nel 2023 sono stati diagnosticati circa 41.100 nuovi casi di tumore alla prostata, ovvero il 19,8% di tutti i tumori maschili diagnosticati nell’anno​. In pratica, un caso su cinque.

Nell’ultimo triennio le diagnosi di tumore alla prostata sono aumentate del 14% (36mila nel 2020). Questo dato riflette una maggiore esposizione, ma anche una maggiore diffusione degli screening.

Secondo i dati AIOM, oltre il 60% dei pazienti riesce a sconfiggere definitivamente il carcinoma.
Un dato in costante miglioramento soprattutto grazie alla prevenzione sempre più diffusa. L’allerta va tenuta alta in Italia, dove quasi 3 adulti su 4 (il 73%) seguono uno stile di vita scorretto e pericoloso per la prevenzione dei tumori. Nello specifico: il 19% è un fumatore abituale, il 33% è sedentario, non pratica alcuna forma di attività fisica o sport e il 15% consuma alcol in modo eccessivo.
Numeri che rendono lo screening gratuito alla prostata della Regione Lombardia un tassello ancora più importante per diffondere la prevenzione e ridurre il numero di vittime tumorali.

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“Come si fa a vivere con 4.000 euro al mese?”, Briatore fa...

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“Come fa una famiglia di quattro persone a vivere con 4.000 euro al mese?” si chiede Flavio Briatore. “Ad avercene!” risponderebbero le famiglie italiane. Le parole pronunciate dall’imprenditore, ospite del 2046 podcast di Fabio Rovazzi e di Marco Mazzoli, fanno discutere perché riflettono l’enorme disparità di redditi presente nel Paese.

Per molti, lo sbigottimento di Briatore sembra arrivare da un altro pianeta, cosa che sarebbe tra l’altro coerente con lo stile del podcast (“Io e @marcomazzoliofficial abbiamo deciso di andarcene e orbitare intorno alla Terra invitando personaggi di ogni genere per parlare di futuro e tanto altro”, annunciò Rovazzi su Instagram presentando il progetto).

Cosa ha detto Briatore

Solo che il manager piemontese parlava della ferma, e più precisamente della penisola italiana, dove molte famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, soprattutto se hanno figli a carico.

Lo stesso Briatore riconosce che le sue ipotesi di stipendio sono “già cifre elevate”, ma il suo intervento tradisce inesorabilmente il distacco realtà italiana: “Io credo che una famiglia di quattro persone dove il marito guadagna 1.400 o 2.000 e la moglie magari ne guadagna 1.500 ma anche 2.500 o 4.000 euro, che già sono cifre importanti, come fanno a vivere? Io mi chiedo: paghi l’affitto, c’è bisogno del dentista, c’è bisogno di pagare un paio di scarpe, c’è un’emergenza, come fanno? Questi sono i veri miracoli: questa gente qui tanto di rispetto perché è la cosa più difficile che puoi fare mantenere i tuoi figli e la tua famiglia”.
​Le sue parole hanno fatto infuriare chi si chiede dove viva Briatore per non sapere che la maggioranza delle famiglie italiane vive con molto meno di 4.000 euro. Altri, invece, hanno apprezzato il suo intervento e chiedendogli persino di entrare in politica. Siamo un popolo a cui non piacciono le mezze misure, ma questo si sa.

Povertà delle famiglie, come intervenire

Polemiche social a parte, il tema sollevato da Briatore coglie il punto: in Italia, le difficoltà economiche aumentano esponenzialmente alla nascita di un figlio (tenere a mente ogni volta che si parla di crisi demografica).

Tra le poche soluzioni possibili, c’è un nuovo modello di tassazione: tassare gli italiani in base alla capacità “contributiva” (quanto posso contribuire in base alle spese individuali/familiari) e non “retributiva” (quanto guadagnano). Lo ha spiegato bene il Presidente del Moige Antonio Affinita in occasione dell’appuntamento Adnkronos Q&A ‘La cura delle persone’: “L’articolo 53 della nostra Costituzione prevede che la tassazione sia in base alla capacità contributiva e invece in Italia la tassazione è fatta in base alla capacità retributiva! Per questo è fondamentale la leva della tassazione per rilanciare la natalità, come abbiamo esposto anche nei nostri confronti con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti”.

Il legame tra figli e povertà

Come cambia la povertà in Italia in base al numero di figli? Risposte interessanti (ma non confortanti) sono state date a inizio anno dall’Osservatorio povertà educativa #conibambini su dati Istat. Lo studio ha evidenziando un chiaro legame tra il numero di figli e l’incidenza della povertà.

Ecco i dati sul rischio di povertà delle famiglie italiane (7,5% per chi vive da solo e quindi non divide le spese):

Due componenti (famiglie senza figli): rischio di povertà assoluta al 6%;
Tre componenti (un figlio): 8,7%
Quattro componenti (due figli): 13,2%;
Cinque o più componenti (almeno tre figli): oltre il 20%

Una fotografia chiara di quanto costa avere un figlio in Italia. Le difficoltà economiche rallentano o mortificano la voglia di avere figli peggiorando una situazione macroeconomica già fragile.
“Da un lavoro sui giovani che abbiamo fatto in collaborazione con il professor Alessandro Rosina, e pubblicato all’interno dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, emerge una realtà per certi versi sorprendente: per lo più, i giovani vorrebbero avere due figli, ma le condizioni attuali frenano questo desiderio”, spiegava su queste pagine Chiara Ferrari Service Line Leader at Ipsos Public Affairs.

Briatore, ricchi e poveri

Le parole di Flavio Briatore hanno infastidito molti italiani, ma riflettono la cruda realtà, già fotografata dall’Oxfam: siamo di fronte a una “disuguaglianza senza precedenti”.

A inizio 2024, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit ha denunciato che entro un decennio ci sarà il primo trilionario della storia, ma non basteranno due secoli per porre fine alla povertà nel Mondo. E l’Italia non fa eccezione: “A fine 2022 – si legge nel report Oxfam in merito ai dati italiani -, l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva una ricchezza 84 volte superiore a quella del 20% più povero della popolazione. Il nostro Paese occupa inoltre da tempo le ultime posizioni nell’Ue per il profilo meno egalitario della distribuzione dei redditi il 5% delle famiglie più abbienti detiene circa il 46% della ricchezza netta totale”, come confermano i dati di Bankitalia.

Insomma, più che “fuori dal mondo”, le parole di Flavio Briatore al 2046 podcast arrivano da una realtà che esiste davvero, tanto vicina e piccola, quanto irraggiungibile per le famiglie normali. La perplessità mostrata dall’imprenditore piemontese, piuttosto, dovrebbe far riflettere sulla necessità di cambiare il sistema, prima che sia troppo tardi.

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Aborto, in Germania i movimenti pro-vita non possono fare...

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Gli anti-abortisti non potranno fare campagna davanti ai consultori e gli studi medici. Lo ha stabilito il Parlamento tedesco, prevedendo anche sanzioni fino a 5mila euro per chi dovesse violare il divieto. Comportamenti come ostacolare l’accesso agli edifici alle donne incinte e al personale medico, intimorire le donne e cercare di dissuaderle dall’aborto, creano infatti un ulteriore stress alle interessate e sono state definite “molestie sui marciapiedi”. Le nuove regole si applicheranno fino ad un raggio di 100 metri intorno agli ingressi dei consultori e delle cliniche.

Mentre dunque in Italia si aprono le porte dei consultori ai movimenti pro-vita o si costringono le donne ad ascoltare il battito del feto, nel Paese teutonico si fa un passo in avanti per garantire diritto all’aborto.

Due visioni diverse, condensate nelle parole della ministra tedesca per la Famiglia, Lisa Paus secondo cui la legge approvata recentemente dal Bundestag è un “passo importante nel rafforzamento dei diritti delle donne”.

Il divieto si accompagna a quello di accesso, per i gruppi pro-vita, negli istituti dove si praticano aborti. L’obiettivo sostanzialmente è garantire la massima serenità possibile a donne che sono già sotto pressione e in una situazione difficile, come sottolineato da Paus.

In Germania l’aborto è ancora formalmente reato

Peraltro in Germania il diritto all’aborto non è così pacifico. Formalmente anzi è reato, considerato dall’articolo 218 del codice penale alla pari dell’omicidio colposo, punibile con pene fino a 5 anni. Ci sono però delle eccezioni: praticarlo entro la 12esima settimana di gravidanza, purché dopo una consulenza obbligatoria in un centro riconosciuto e dopo tre giorni di riflessione, stupro, malformazioni del feto o pericolo di vita per la donna.

Nel pratico, la giurisprudenza ha depenalizzato l’aborto, anche se rimane obbligatoria la consulenza che fornisce un certificato che viene dunque usato come ‘giustificativo’. Un obbligo che comporta comunque stress e pressione sulle donne, vista anche la difficoltà di organizzare la visita in questione.

A rendere complesso abortire in Germania c’è poi l’articolo 219 comma a, un retaggio nazista che prevedeva il divieto per i medici di fare pubblicità all’aborto. Una disposizione su cui in Germania si è molto dibattuto e che alla fine è stata riformulata, nel 2022, secondo un compromesso tra i favorevoli (centro- sinistra) e contrari (tra essi, il CDU di Angela Merkel): i medici possono far sapere che l’interruzione di gravidanza è fra i servizi offerti ma senza fornire dettagli.

Inoltre contestualmente il governo federale decise nel 2022 di istituire una commissione per l’autodeterminazione riproduttiva e la medicina riproduttiva, per ri-considerare alcuni aspetti come la donazione di ovuli e la gestazione per altri ma anche come supportare chi non riesce ad avere figli.

La scorsa primavera è arrivato il rapporto dei 18 esperti in medicina, psicologia, etica e diritto, che ha sottolineando come “l’illegalità di fondo dell’aborto nelle prime fasi della gravidanza non sia sostenibile”.

Il rapporto invita a modificare la legge sull’interruzione di gravidanza in modo che non sia più reato, e ad ampliare il periodo di aborto legale oltre le 12 settimane, vietandolo solo dopo la 22ma. Chiede inoltre norme meno restrittive sulla maternità surrogata.

Il dibattito così si è riacceso, e qualche giorno fa è arrivato quest’altro passo nella direzione del diritto all’aborto.

Ovviamente non sono mancate critiche alla legge, non solo nel merito ma anche secondo il principio per cui le donne dovrebbero accettare forme di manifestazione innocue per via del pluralismo delle opinioni”. Questo è quanto ha detto Christian Hillgruber, un avvocato pro-vita.

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