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Scoperto il ritratto di Brunelleschi eseguito dal figlio adottivo

Dopo quasi sei secoli è stato ritrovato il modello dell'immagine per il monumento commemorativo nel Duomo di Firenze

Scoperto il ritratto di Brunelleschi eseguito dal figlio adottivo

L'Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze ha acquistato un'inedita scultura del primo Rinascimento che ritrae Filippo Brunelleschi (Firenze, 1377-1446), il grande architetto celebrato già dai contemporanei per la grandiosa impresa della Cupola del Duomo di Firenze e quale fautore della Rinascita delle arti nel primo Quattrocento. Si tratta di una testa in terracotta (cm 25,6 x 22,1 x 20,2) modellata senza l'ausilio di un calco, plasmando un compatto blocco di argilla quasi pieno, come testimonia anche il peso considerevole (kg. 7,1), da Andrea di Lazzaro Cavalcanti detto il Buggiano (1412 - 1462), figlio adottivo e unico erede di Brunelleschi, all'indomani della morte del padre.

L'eccezionale scoperta si deve agli storici dell'arte Giancarlo Gentilini e Alfredo Bellandi che hanno identificato in questa scultura il modello realizzato dal Buggiano, presumibilmente tra febbraio e marzo del 1447, per il busto marmoreo del Brunelleschi destinato al monumento commemorativo nel Duomo di Firenze a lui affidato dagli Operai dell'Opera di Santa Maria del Fiore.

La scultura, rinvenuta tra gli arredi di una dimora storica dell'area fiorentina - incredibilmente sopravvissuta a quasi 700 anni di vita, considerato la delicatezza del materiale di cui è fatta - è stata acquistata dall'Opera di Santa Maria del Fiore per 300 mila euro e, dopo il restauro, sarà esposta in mostra per poi entrare a far parte della collezione del Museo dell’Opera del Duomo.

Per gli storici dell'arte si può senza dubbio dire che si tratta di una scoperta eccezionale perché, oltre all'indubbio valore dell'arte di Andrea Cavalcanti, sono rarissimi i ritratti del Brunelleschi coevi o di poco successivi alla sua morte. A parte quello nel monumento marmoreo nella Cattedrale di Firenze e la maschera mortuaria nel Museo dell'Opera del Duomo, se ne conoscono solo altri due in pittura: il profilo giovanile inserito da Masaccio negli affreschi della Cappella Brancacci al Carmine, nella scena raffigurante San Pietro in cattedra (1427-28), e quello assai più modesto nella nota tavola conservata nel Museo del Louvre di Parigi, attribuita dal Vasari a Paolo Uccello e oggi discussa con una datazione verso il 1470.

Si tratta di una delle più antiche effigi in terracotta esistenti, non lontana dal celebre busto di Niccolò da Uzzano riferito a Donatello o Desiderio da Settignano (Firenze, Museo Nazionale del Bargello) che quindi costituisce anche una significativa testimonianza della rinascita di un genere quale fu il ritratto scultoreo tra i più rappresentativi del nuovo spirito dell’Umanesimo.

"La testa in terracotta con le fattezze del volto di Filippo Brunelleschi fu plasmata da Andrea Cavalcanti (il Buggiano), che di Filippo fu figlio adottivo ed erede - afferma lo storico dell'arte Antonio Natali, consigliere dell'Opera di Santa Maria del Fiore, ex direttore degli Uffizi - È noto che entrambi ebbero dall’Opera di Santa Maria del Fiore incarichi ragguardevoli: di Brunelleschi non importa dire, mentre del Buggiano andranno ricordati i mirabili lavabi umanistici nelle sagrestie del duomo e, in questo frangente, soprattutto il monumento celebrativo di Brunelleschi in cattedrale, che ha il suo modello proprio nell’odierna testa di terracotta. Della quale, con queste premesse, ognuno capirà come fosse perfino ineluttabile l'acquisizione da parte dell'Opera di Santa Maria del Fiore".

"Riteniamo che sia davvero un'opportunità eccezionale, un privilegio impensabile, poter presentare l'inedito, vivido ritratto di Filippo Brunelleschi, modellato dal figlio adottivo, Andrea Cavalcanti, all’indomani della sua morte, affermano Giancarlo Gentilini e Alfredo Bellandi - sottolinea Natali - Come ben si desume da molteplici aspetti formali e tecnici, l’opera che qui presentiamo è dunque da ritenere il modello approntato dal Buggiano per l'esecuzione del ritratto marmoreo. Si tratta di un ritratto 'al vero', considerando che Brunelleschi era notoriamente 'piccolo di persona e di fattezze' (Vasari 1568), e le misure del volto (forse leggermente ridotte dal consueto 'ritiro' dell'argilla) sono sostanzialmente equiparabili a quelle che si ravvisano nella maschera mortuaria in gesso e nell’effigie marmorea, ma rispetto al calco facciale l’immagine, ora priva della contrazione del rigor mortis, assume proporzioni più armoniche, il volto è quasi iscrivibile in una sfera".

L'opera necessita di un restauro, in quanto seppur integra (a parte un'unica lacuna nel mento, che una vecchia, maldestra integrazione in gesso fa sembrare più estesa), presenta diffuse scalfitture e residui di una velatura gessosa e tracce di varie stesure pittoriche (una con apparenti tonalità naturalistiche e almeno due di colore bruno, forse per simulare il bronzo, posteriori al restauro del mento).

Le fasi della vicenda

Il 15 aprile 1446 Brunelleschi muore nella sua casa a Firenze e verosimilmente il Buggiano realizza nello stesso giorno e luogo, dove anch’egli viveva, la maschera funeraria secondo un uso del mondo antico romano ben noto e praticato a Firenze. Il 30 dicembre dello stesso anno, I Consoli dell'Arte della Lana stabiliscono che il corpo di Brunelleschi, provvisoriamente deposto nel Campanile di Giotto, venga sepolto in Cattedrale. Il 18 febbraio dell'anno successivo, il 1447, gli Operai dell’Opera di Santa Maria del Fiore deliberarono la realizzazione di un monumento parietale in suo onore, costituito dalla sua "figura al naturale" e da una 'memoria' celebrativa epigrafica affidata al Marsuppini. Poco dopo, il 27 febbraio, Andrea Cavalcanti, da tempo attivo nel cantiere di Santa Maria del Fiore, riceve dall’Opera il marmo necessario per realizzare il monumento.

Tra febbraio e marzo 1447, il Cavalcanti realizza il modello per il busto clipeato del monumento commemorativo nel Duomo di Firenze. Il monumento sarà terminato nel 1447, sappiamo che era ancora in lavorazione verso la fine di maggio quando fu approvato il testo composto dal Marsuppini. Il modello, presumibilmente, dopo la realizzazione del monumento, fu relegato nella bottega dello scultore tra i materiali di studio e sussidiari. Lo stato di conservazione dell'opera testimonia un successivo reimpiego come scultura autonoma, probabilmente conservata a lungo con la consapevolezza dell'illustre identità dell’effigiato poi in seguito caduta nell'oblio.

Andrea di Lazzaro Cavalcanti detto il Buggiano dal borgo della Valdinievole dove nacque nel 1412, figlio del mezzadro del fratello di Brunelleschi, venne adottato all’età di sette anni da Filippo, già affermato e influente come scultore e architetto, che lo inserì nei principali cantieri delle chiese fiorentine dove scolpì opere ragguardevoli in gran parte progettate dallo stesso Brunelleschi, come i due splendidi lavabi delle Sagrestie del Duomo e il Sepolcro mediceo al centro della Sagrestia Vecchia in San Lorenzo. Scultore prolifico e versatile in marmo, legno, terracotta e stucco, viene ricordato da Antonio Manetti nella Notizia di Filippo di ser Brunellesco (Vita di Filippo Brunelleschi) (1487 ca.) come “suo discepolo” e “sua reda”, e di questa illustre tradizione cittadina si nutre Vasari nell’edizione Torrentina delle Vite dove traccia un breve profilo dello scultore che morì a Firenze il 21 febbraio 1462.

Artista d'estrazione donatelliana dallo stile austero di vellutata marmorea delicatezza nei suoi fanciulli carichi di un vigoroso espressionismo fisiognomico che popolano sarcofagi all’antica, lavabi e rilievi mariani, il Buggiano si distingue nel revival classicista del primo Quattrocento per una rivisitazione dell'arte antica guidata da conoscenze filologiche e dall’adesione al naturalismo quattrocentesco ispirata da Donatello, Michelozzo, Luca della Robbia e Bernardo Rossellino - che intorno al 1450 lo coinvolse per il coronamento del Monumento Bruni in Santa Croce -, tramite i quali declinò il suo stile composito con un timbro volutamente arcaistico che lo distingue nel pentagramma della scultura rinascimentale.

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‘Via Crux’, sesso, libertà e poco sapone: il...

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Un manifesto contro il politicamente corretto in cui Cruciani mette in fila tutto ciò che rifiuta: la cancel culture, il femminismo, l’immigrazione, la dittatura lgbt, l’ambientalismo

Giuseppe Cruciani - Fotogramma

Ha vinto lui. Ventiquattro anni a Radio24, 18 alla guida de 'La Zanzara', e per tutto questo tempo Giuseppe Cruciani è stato il conduttore più contestato da vertici confindustriali, associazioni a difesa di varie minoranze, attivisti indignati per i temi 'scabrosi' trattati alle 7 di sera, quando le persone tornano a casa e "al casello di Carisio vogliono ridere, ridere", come recita la frase dell’ascoltatore Francesco da Novara che è diventato il motto sullo stemma di famiglia. Omofobo, razzista, misogino, sfruttatore della prostituzione: Cruciani ha superato ogni attacco, ogni richiesta di dimissioni, e anche le sue stesse incertezze che in certe stagioni gli facevano annusare le alternative (Radio Deejay lo ha corteggiato, invano). E ora 'La Zanzara', che resta uno dei programmi di punta della radio del ‘Sole 24 Ore’, è diventato anche uno dei podcast più ascoltati d’Italia.

Mentre i temi che fanno eccitare e infuriare gli ascoltatori sono stati condensati dal conduttore in 'Via Crux', libro appena uscito per Cairo editore, un manifesto contro il politicamente corretto in cui Cruciani mette in fila tutto ciò che rifiuta: la cancel culture, il femminismo, l’immigrazione, la dittatura lgbt, l’ambientalismo. Il libro sarà presentato sabato 20 luglio alla rassegna, giunta alla sua quindicesima edizione, Ponza d'Autore.

Mentre fa un’ode all’egoismo e alla libertà, soprattutto di dire quello che si vuole e di andare a letto con chi si vuole. Il suo corpo, che lava raramente e ne fa un vanto, non viene risparmiato in questa battaglia libertaria: ecco il racconto delle sue quattro serate di sesso a pagamento ('che non fanno di me un frequentatore assiduo di meretrici, ma neppure un avventore semplicemente curioso'), o del voyeurismo che scoprì venticinquenne al Muccassassina, storico locale romano lanciato da Vladimir Luxuria: “capii che osservare un rapporto tra omosessuali mi galvanizzava”.

Nel libro, 'Crux' sogna la prostituzione legalizzata, matrimoni veramente uguali per tutti, l’utero affittabile senza vincoli, ma d’altra parte è un fan dei confini, del filo spinato e delle torrette, “perché delimitano un territorio all’interno del quale si fa come decidiamo noi cittadini”, contro il “buonismo di chi vuole usare i migranti come vittime ideali, ma l’immigrazione illegale di massa lasciata in mano ai trafficanti è un fenomeno criminale da combattere e non un’emergenza umanitaria”. E poi sostiene che il femminicidio non esiste, citando il prefetto Francesco Messina e i numeri delle donne uccise, in calo negli ultimi dieci anni e inferiori ad altri paesi, ad esempio del Nord Europa, considerati più evoluti e meno patriarcali del nostro: “Perché poi noi maschi dovremmo sentirci in colpa se un criminale ammazza la sua ex, come ci chiedono ministri e istituzioni? Io non mi sento colpevole di nulla”.

Non mancano le stoccate al movimento ambientalista 'Ultima generazione', ribattezzato 'Ultima degenerazione', che interruppe lo spettacolo teatrale dal cui copione è nato il libro: “Questi paladini green vivono praticamente tutti in Occidente, con le comodità che l’Occidente corrotto e malato ha regalato loro, ma odiano chi li ha resi privilegiati; una sindrome classica, come quella dei figli dei ricchi che fanno finta di fare i barboni. E predicano la vasectomia climatica, non fare figli per salvare l’ambiente. Ma io dovrei essere la loro Madonna pellegrina, e dovrebbero portarmi in giro con i capelli unti, la barba sfatta, lercio, visto che evito l’acqua e mi cambio il meno possibile”.

Ma il successo di Cruciani e de 'La Zanzara' che conduce con David Parenzo, oltre il turpiloquio e la capacità di 'épater' l’ascoltatore, è legato all’aver saputo cambiare pelle (le mutande no, sono sempre quelle): dopo un decennio in cui ha puntato a cercare la notizia politica e di costume a tutti i costi, spremendo gli ospiti fino al virgolettato fatidico, per poi scatenare comunicati stampa che venivano ripresi da tutte le testate online e il giorno dopo innescavano polemiche sui quotidiani, oggi è pensato per vivere anche senza attualità, senza parlamentari, senza i Domenico Scilipoti e gli Antonio Razzi (che in un’occasione ha accompagnato Cruciani in un bordello svizzero, ma solo come autista).

Il cast di personaggi cambia continuamente, insieme agli eccessi della società, intercettando manie di cui i giornali si accorgono mesi dopo. Oggi ci sono il Brasiliano con i suoi filmini erotici amatoriali, Filippo Champagne che spende migliaia di euro in bottiglie e ‘fa ballare la fresca’, e altri mostri (risianamente parlando) che regnano su Instagram e TikTok e non più sulle aule parlamentari. Lui lo chiama voyeurismo, ma la curiosità di Cruciani è ciò che manda avanti questo circo e riesce a renderlo, ogni giorno e per due ore e mezza, ancora credibile e autentico.

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‘Libri sotto l’ombrellone’, il consiglio...

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Suggerisco 'Il fuoco che ti porti dentro' di Antonio Franchini (Marsilio) mentre ora sto leggendo 'Il Castagno dei cento cavalli'

'Libri sotto l'ombrellone', il consiglio di Maurizio de Giovanni

Un romanzo che ha riscosso un vasto successo tra i lettori e un libro "iconoclasta, affascinante, di rottura". Questi i testi sui quali punta lo scrittore napoletano Maurizio de Giovanni interpellato dall'AdnKronos. "Il libro che consiglio è senz'altro 'Il fuoco che ti porti dentro' di Antonio Franchini (Marsilio). E' un romanzo straordinario, per quanto mi riguarda è tra le letture più belle degli ultimi anni", dice de Giovanni che aggiunge: "E' un libro iconoclasta, affascinante, di rottura", in cui il rapporto dell'autore con la madre - perno intorno al quale ruota il racconto - "viene riletto in maniera a tratti anche rabbiosa e violenta. Lo stile di scrittura è meraviglioso: è ironico, brillante, coinvolgente. E' un libro bellissimo".

Il libro che invece il papà dei 'Bastardi di Pizzofalcone' sta leggendo è 'Il Castagno dei cento cavalli' (Einaudi) di Cristina Cassar Scalia. E' una mia amica, ci scambiamo i libri. Devo dire che, anche questo, è bello come sempre, come tutti gli altri. Vanina Guarrasi è uno dei migliori personaggi del romanzo nero italiano degli ultimi anni", conclude de Giovanni.

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La cultura è un propulsore economico: le attività musicali...

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Quasi 1 mln e 900mila spettatori nel 2023, un forte contributo dei privati contro esigue risorse Ue, nonostante le attività musicali contribuiscano ad aumentare il PIL. Questi i punti cardine del Rapporto annuale sulle attività musicali in Italia e all’estero, curato dall'Associazione Italiana Attività Musicali (AIAM), e presentato al Ministero della Cultura. Il rapporto evidenzia numeri significativi, che fanno da sfondo all'appello del presidente AIAM, Francescantonio Pollice, per aumentare il Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo fino all’1% del PIL. "La cultura è un propulsore economico. Ogni euro investito dallo Stato ne genera tre di ritorno", ha detto Pollice, evidenziando l’impatto economico complessivo delle attività musicali, che includono costi del lavoro pari a 64 milioni di euro e versamenti allo Stato del 76,23% dell’importo assegnato.

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